Giù per il Tubo – il fenomeno degli Youtubers

Treno Regionale Fiumicino-Roma Tiburtina

Youtuber: [ju’tubə(r)] s.m. (der. di Youtube) Ragazzino che guadagna denaro giocando alla Play e caricando i video su Youtube. Vedi anche: genio.

Quando lo dico ai miei coetanei, cioè agli anziani over 25, mi trovo sempre addosso uno sguardo pieno di compassione. E brandendo i loro bastoni da passeggio e i loro fiaschi di vino, cercano di convincermi che cose come gli youtubers non esistono, che sono invenzioni dei comunisti.

E invece sul treno regionale che mi porta alla Stazione Tiburtina si parla di questo. Due ragazzini, seduti uno appiccicato all’altro, si passano tra le mani una lattina tutta grigia macchiata di ghirigori blu. Se la avvicinano al volto e i loro occhi si ingigantiscono di stupore, un po’ come capita a me quando apro le bollette.

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“87 euri per una voltura?”

Tra loro parlano un romanesco oliato di inglese e videogames. Non si spiegherebbe la mia curiosità per loro se non fossi appena sopravvissuto a dieci ore di lavoro in fiera, in cui erano presenti…sì, gli youtubers, seduti su un palco a giocare a Fifa davanti a una platea sbraitante di centinaia (cen-ti-na-ia) di ragazzini spiritati. E così, sistemandomi un immaginario cinturone da sceriffo texano, mi avvicino ai due mocciosi e chiedo:

sheriff– Che diavolo avete da essere così esaltati per quella diavolo di lattina, mocciosi?

(ok forse non proprio con queste parole, ma l’intenzione era quella)

Quello più grandicello, che poi era probabilmente solo più cicciotto, mi mostra la lattina e mi indica i ghirigori blu, spiegandomi essere gli autografi degli youtubers. Nomi che io non conosco.

– Vede gentile signore, questo è scrpczyijhn, e quest’altro è msdkdjxsx! Come, non li conosce?

Il fenomeno degli youtubers è americano, e da qualche anno è approdato con successo anche in Italia. Non ci vuole nulla per diventare youtuber: basta avere un computer, una webcam e una connessione decente. Il fenomeno è esploso presto, frammentandosi in tutti gli ambiti, tra cui anche i videogiochi. E alcuni di loro sono famosissimi, con centinaia di migliaia di visualizzazioni. Non credevo avessero una portata simile fino a quando non ho visto i fan travolgere una transenna per raggiungerli. Un’orda di nani ricchi e sudati.

Ah, per la cronaca: io ero in mezzo.

Insomma, è una nuova forma di produzione audiovisiva in crescita, che ti permette di stipulare un contratto e inserire spot pubblicitari (di cui Google trattiene il 45% dei ricavi, fonte l’Espresso). E dove ci sono tanti numeri, spesso ci sono tanti soldi. Questi ragazzini incamiciati e dalle battute banalotte sono ora seguiti da manager e agenzie, tipo quella di Luca Casadei (già agente televisivo ora dirottato sul web, e non certo per motivi di crisi).

L’altro ragazzo ha lo sguardo più vissuto. Minuto e magrino, ha la parlantina sciolta di un Ninetto Davoli nei tempi d’oro. Con un tono da ergastolano mi confessa di avere 12 anni e di essere uno youtuber anche lui. E pure il suo amico, riappropriatosi della lattina autografata, è uno youtuber. Insomma, com’era prevedibile, sono tutti youtubers.

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Siamo circondati da youtubers.

Anche quel ragazzino tenero che vedi alla fermata d’autobus sotto casa, ci scommetto il mio rubinetto (è la cosa più nuova che ho, abbiate pazienza!), in realtà è uno youtuber. Perché è facile. Perché dà popolarità.

E quel Ninetto Davoli di 12 anni che si agita vicino a me, mi aiuta a entrare in quel mondo con pazienza infinita. Mi dice che ha fatto dei video, in cui commenta (indovinate un po’?) dei videogiochi. E che fai, domando, i commenti stile Gialappa’s? Si straniscono, e io capisco in un attimo che loro, la Gialappa’s, non sanno neppure chi siano.

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Poi l’amico si sporge verso di me, arrotolando sotto alla maglietta un esercito di rotolini di grasso.

– Ha già fatto 90 visualizzazioni! – esclama colmo d’orgoglio per l’amico. Ma Ninetto scuote il capo. Potesse fumare, farebbe il gesto di togliersi la sigaretta di bocca per spegnerla su qualche dipinto istituzionale.

– Mo’ me so bloccato. Devo pijarme er Mac. Se nun c’hai er Mac nun li fai i video – poi mi si fa vicino, quasi minaccioso – come ‘o fai l’editing? Con Windows? Seee!

Davanti a me, una schiera di ragazze ridacchia, e non so dire se stanno ridendo di lui che ha imparato a camminare l’altro ieri e già si atteggia da professionista, o di me, che chiedo perché piacciano tanto gli youtubers. Youtube è la nuova tv, e lo spettacolo nazionalpopolare, come al solito, è sempre il primo a cogliere i tempi che cambiano. Ma come non provare pelle d’oca nel vedere centinaia di ragazzini gettare monetine da un euro ai loro beniamini (forse) pagati per stare su un palco a giocare alla Play? Avevo chiesto a uno di loro se fossero soldi veri quelli gettati sul palco, e con tutta la naturalezza del mondo mi ha risposto Sì CERTO, poco prima che sua zia lo strattonasse via ringhiandogli 

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TE POSSINO!

I due mi salutano e scendono a Tuscolana. È solo ora che capisco tutto. Nel vederli in piedi muoversi con la fragilità di due bambini, mi rendo conto che, in fondo, non c’è niente di cui preoccuparsi.

Fabio Marson

Scritto ascoltando “Beggars Banquet” dei Rolling Stones

Merry Mismas

Linea 24 (Stazione C.le – S. Giusto)

IMAG0810Settima e ultima puntata del viaggio a bordo degli autobus di Trieste. Quest’articolo lo trovi anche sul quotidiano online Bora.La!

D’accordo: Piazza della Libertà, come tutte le piazze davanti a una stazione, è un formidabile magnete che attira a sé quanto di meno appetibile in circolazione. Ci sono piccioni spiumati, agili pantigane, simpatici ubriaconi e tossici chiacchieroni come agenti immobiliari. Ma se riuscite a vedere ciò che sta sotto, ecco che un fascino improvviso vi acchiappa e vi trascina in un altro mondo.

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Un cinico esempio di fascino

Ha ragione Biagio Marin, il buon vecchio Biagio, quando lascia intendere che è in questa piazza che si può capire quanto Trieste sia cambiata tra Settecento e Ottocento. Fino al 1780 qui c’era il mare, e bagnava le pendici del colle di Scorcola. Ma era un periodo di cambiamento per tutti, anche per la geografia. E così, pietra dopo pietra, il mare ha lasciato posto alla Piazza del Macello (c’era un macello), quindi la Stazione, quindi Piazza della Libertà.

È qui che ha capolinea la 24

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grossomodo dove un tempo sorgeva il macello di cui sopra. Ancora una volta è un autobus corto, di quelli che sembrano più pulmini di paese che corriere di città. “Ci sono strade in cui è difficile passare anche con questo che è piccolo, tipo per via Madonna del Mare” mi dice l’autista in un italiano dalle vocali aperte “con un autobus normale rimarrei incastrato”. Se quand’ero bambino questi bus mi facevano simpatia, ora ho imparato ad apprezzarne le qualità: nelle linee grandi, più frequentate, appena ci si incrocia con lo sguardo si viene colti da un pudore primordiale. Qui, invece, la curiosità viene vista come valore aggiunto.

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“Sei un tipo curioso, bravo”

Si mollano gli ormeggi. Il piccolo autobus si fa strada nel traffico come uno scooter, e dal finestrino non posso fare a meno di notare gli spostamenti delle “pirie” locali, che prima erano lì e ora sono già là, passando di bar in bar in una transumanza cittadina inacidita dal terrano.

Non è una di quelle linee in cui si conoscono tutti. Nessuno saluta l’autista, nessuno si informa a gran voce sui progressi delle rispettive piorree, e chi monta a bordo si rintana sui sedili vicino al finestrino. Davanti a me, una coppia di giovani turisti punta il dito sulla mappa di Trieste, dirigendo un’orchestra immaginaria fatta di strade, musei e buone trattorie.

Non poteva che terminare qui questa rubrica su Trieste, a bordo di un piccolo autobus mezzo vuoto che dal centro sale fino al colle di San Giusto. Il nostro Campidoglio è un’accozzaglia di Storia e gente, tutto alla rinfusa. E pure la cattedrale è un mismàs (= mix) di pietre, intenzioni e idee. Insomma, in piccolo è metafora della nostra città.

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Il capolinea della 24 a San Giusto

Al ritorno ci sono solo quattro turisti, due uomini e due donne. Le donne sono sedute una di fronte all’altra, coperte di berretti, poncho e k-way. È l’outfit più in voga in quest’estate 2014, così fresca che se ci si scambiasse qualche dono in più sembrerebbe Natale. E parlano. Parlano tantissimo. Mentre scendiamo dal colle per far ritorno al centro, si sentono solo le loro voci, che rivelano un’evidente origine veneta. Con quella parlata galoppante di vocali spalancate e frasi masticate, mi piace pensare ai veneti come ai texani d’Italia, solo che invece di bicchierini di whiskey cattivo brandiscono calici di Prosecco.

Se le due donne insistono in questa apnea di parole, i due uomini no. Seduti opposti, ognuno vicino a un finestrino, si godono il viaggio in religioso silenzio, con lo sguardo gettato fuori a pescare strade e scorci. Solo giù per via San Michele uno dei due sembra svegliarsi. Gira il collo quanto basta per far entrare l’amico nel campo visivo e rotea gli occhi ingabbiati tra le rughe di un sorriso.

“Te se ricordi quando la gavemo fatta de corsa?” gli chiede

“Sì che me ricordo” risponde lui, annuendo serio e guardando dritto davanti a sé.

Tutto qua. Tornano protagoniste le ciàcole (= chiacchiere) delle rispettive mogli, che sono così veloci e così ben legate tra loro che non riesco a capire neanche una parola. Quando si alzano, domando loro di dove sono.

“Treviso” mi risponde quella nel poncho blu. E senza che chieda altro, mi prende in contropiede

“Ci piace tanto Trieste, appena possiamo veniamo sempre qui”. L’amica annuisce, i mariti si alzano in silenzio e attendono la prossima fermata.

“E sai perché ci piace tanto Trieste?”

Faccio di no con la testa, mentre l’autobus accosta sulle Rive.

“Perché i triestini dicono quello che pensano”.

Scendono. A bordo torna il silenzio, interrotto solo dal tossire dell’autista, così frequente e acuto da comporre una sinfonia di squittii.

L’autobus si immerge nel traffico un’altra volta. Dopo tante parole, affrontare in silenzio gli ultimi metri fino al capolinea non mi dispiace affatto. È una quiete sottomarina, e nell’aria, tra le pieghe invisibili di smog, nafta e pesce cucinato dai ristoranti, riesco a distinguere il profumo del sale.

Ogni volta che torno a casa ci metto sempre un po’ a sentirlo. Ma quando ce la faccio, ecco, è una bella soddisfazione.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Nino Rojo” di Devendra Banhart

Non è un paese per matti

Linea 12 (Ex O.P.P. – Borgo S. Pelagio)

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Sesta puntata del viaggio a bordo degli autobus di Trieste. Quest’articolo lo trovi anche sul quotidiano online Bora.La!

Credo di non aver mai fatto caso a questo piccolo autobus parcheggiato in Piazzale Gioberti, scansato dai più importanti 6 e 9 che dal rione di San Giovanni (un tempo meta delle passeggiate in campagna) portano i triestini fino alla costa.

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Triestini sulla costa

Eppure eccolo lì, porte aperte e un percorso interessante.

A bordo sono l’unico under 70, circondato da una fitta selva di anziane, capelli cotonati e immancabili borse della spesa. Si scambiano a gran voce aggiornamenti clinici e fisioterapici, in un festival del farmaco geriatrico che non teme orecchi indiscreti.

E poi sbuca lei. Avrà una cinquantina d’anni portati male, un paio di croc verdi ai piedi e un gilet nero come ostinata nota d’eleganza. Saluta tutti sfoderando gli unici denti che ha, entrambi sulla stessa fila, a comporre un sorriso vampiresco da mercato rionale. Accompagna ossessivamente i capelli dietro all’orecchio e va su e giù per l’autobus dribblando stampelle e vene varicose.

“La gavessi 20 centesimi che go de telefonar?” domanda in giro, finché una delle teste cotonate non l’accontenta. Lei scende dall’autobus ancora fermo ed entra nella cabina telefonica. La vediamo tutti mentre, cornetta cucita all’orecchio, discute animatamente con qualcuno, mentre controlla l’ora e ribadisce cose sbuffando qua e là. Insomma, mentre fa tutto ciò che chiunque di noi fa al telefono.

Eccetto comporre il numero.

“Cossa la vol” mi fa l’anziana spiandola da dietro i vetri “ghe go dà. Ma miga sempre, eh. Una volta me ga chiesto 5 euro, per una telefonada. Insomma, me pareva un poco tropo”.

Capisco subito che quest’autubus è uno dei tanti mondi a sé che gravitano per le strade di Trieste. Se la 13 mi era sembrata un paese su sei ruote, questo ha più l’aria di essere una calda osteria, di quelle profumate di vino e kren all’ora di pranzo.

L’autista (si chiama Boris e lo salutano tutti) mette in moto e scalda i motori. Via del Capofonte è ripida e stretta, quasi un sentiero verso una zona nascosta da alberi e curve troppo esigenti, così chiamata perché qui si trovava il “capofonte”, dal quale si diramavano le gallerie sotterranee dell’acquedotto teresiano che portavano l’acqua alle fontane del centro.

Le anziane scendono una dopo l’altra, in un affaticarsi cauto di giunture, e appena mettono piede fuori vengono spintonate dai refoli di borino. Ho visto sedani e carote ballare il rock’n’roll in quelle borse di plastica.

L’autobus è quasi scarico. Nei pressi della piazza, gente nuova è pronta a salire. È il cambio della guardia, perché la 12 ha questo di particolare: il suo percorso è diviso in due, e così i suoi passeggeri. Era il turno degli anziani, ora tocca a loro.

Tatuaggi, piercing, zaini: un’insalata mista di studenti e lavoratori occupa posti ancora caldi. Anche loro salutano l’autista, e qualcuno si appende alla sbarra per una chiacchierata. Ma siamo pur sempre diretti verso l’ex manicomio, e ben altri personaggi devono entrare in scena.

Già ubriaco, 40 anni intascati da qualche parte, sembra scomparire dentro a quel maglione troppo grande. In mano ha una bottiglia di Coca Cola piena d’acqua, che non beve. Punta in giro il naso graffiato, grignando tra sé il suo essere di estrema destra. Chi gli siede di fronte indossa grosse calze bianche in pendant con i capelli, il braccio appeso a una stampella per la gamba malconcia. Quando il “destrorso” mi borbotta anagrammi di anatemi, l’altro mi strizza l’occhio per rassicurarmi che in realtà è innocuo. Poi gli risponde, svelando una voce rauca forse ancora più incomprensibile della sua. Ma tra loro si capiscono che è un piacere.

La 12 imbocca l’ingresso dell’ex Ospedale Psichiatrico: costruito nel 1908 con una struttura a padiglioni (moderna all’epoca), divenne ben presto luogo dove rinchiudere gli elementi ritenuti pericolosi per la società. È qui che, dal 1971, Franco Basaglia diede il via alla sua sperimentazione. Oggi un piccolo autobus sfiora padiglioni abbandonati a braccetto con quelli risanati, gestiti da diverse realtà cittadine (come l’azienda sanitaria e l’università).

Su una delle tante curve, sotto gli occhi di Marco Cavallo, l’autobus inizia a fumare. “E’ l’acqua” dice l’autista senza scomporsi. Il fumo entra in vettura, avvolgendo una ragazza che, dimenticata sui sedili posteriori, continua impassibile a parlare da sola. Una coppia di carabinieri non fa caso a noi né alla nostra lunga scia vaporosa, che ci segue come lo strascico di una sposa.

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Marco Cavallo

La 12 è un aereo in avaria che raggiunge testardo il capolinea. Due manutentori sono già sul posto pronti al lavoro; in un baleno diventano l’attrazione degli uomini stanati dai bar, con mani annodate dietro la schiena

IMAG0776e piedi infilati in sandali e calzini

calzini

Retaggio crucco? Mi piace vederla così

Torno a casa nel sole, con la consapevolezza che la mia città sia impeccabile nel lasciar intravedere se stessa, soprattutto negli angoli meno in vista.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Frizzle Fry” dei Primus

Let it B

Linea B (Piazza Goldoni – Servola)

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Quinta puntata del viaggio a bordo degli autobus di Trieste. Quest’articolo lo trovi anche sul quotidiano online Bora.La!

Allunga il collo mal rasato e guarda fuori. Con un cenno della mano rugosa, chiama a sé una bionda, più giovane, impegnata a chiacchierare con un’amica. “Dighe che la cioghi el taxi. Xe una mata là…ara che la segui fin casa”. È vino stantìo quel fiato che gli esce di bocca, e mi colpisce prepotente come un refolo di bora. Lo ripete più volte “dighe che la cioghi el taxi!” con cadenza militare. Guardo

anch’io, ma non riesco a capire chi abbia fiutato là fuori. La linea B è una delle quattro linee notturne di Trieste. “Notturna” è un parolone: fa servizio fino a mezzanotte o giù di lì, ma è comunque essenziale per chi abita in periferia. 

Piazza Goldoni, la sera, assume tonalità diverse. Sarà il cozzare di luci artificiali con le ombre degli edifici ottocenteschi, ma a me dà sempre l’impressione di essere al centro di un immenso distributore di benzina impolverato d’arte. È sempre stata una piazza di popolo e lavoratori, nata per colpa della lebbra che i Crociati si portarono dietro dall’Oriente. Biagio Marin la racconta bene, tanto che pare averla accompagnata per tutta la sua evoluzione: del lebbrosario di campagna che lì sorse, vi rimase a lungo solo il pozzo d’acqua viva. E quel pozzo, bene preziosissimo, divenne luogo d’incontro di pastori e contadini, che scendevano dalle alture per recarsi in paese a vendere prodotti. A vendere soprattutto legna, che diede il nome alla piazza (della Legna) fino all’intitolazione a Goldoni del teatro Armonia (lì presente e ora non più esistente, eterno destino del teatro!).

piazza legna, Cesare Polli 1903

La simpatica Bora sferza passanti e commercio in Piazza della Legna (ora Goldoni) in una simpatica cartolina del 1903

In tale piazza, insomma, non potevo che incontrare un lavoratore. Non uno come me, che lavora qua e là dove capita e raccoglie i soldi a mucchietti, ma un lavoratore vero.

“Ho iniziato a 14 anni” mi racconta mascherato da larghi occhiali da vista tartarugati “alla Coop. Era la fine degli anni Cinquanta”. L’autobus parte e subito si fa inghiottire dalla galleria. A bordo siamo pochi, qualche pensionato che rientra, qualche ragazzo diretto chi sa dove. La donna che era a bordo con lui è scesa, e probabilmente è già barricata in un taxi con l’amica. Siamo io e lui, seduti uno di fronte all’altro.

Mi racconta di tempi che erano “altri”, tirando così un separé su anni passati, destinati a pochi.

Quando gira la testa per guardare fuori dal finestrino, ciocche di capelli bianchi avanzano sulle spalle, come fanti dietro una collina. Sistema il sacchetto di plastica (immancabile), dentro al quale s’indovina una stecca di sigarette, e passa a lodarmi gli autobus notturni. Li conosce bene, sa a memoria fermate e variazioni del percorso. Gliene chiedo la ragione, e lui si inumidisce le labbra. Siamo alle soglie di un nuovo racconto, e stavolta sembra provenire dalle viscere.

“Me son roto le bale dei controlli” mi dice limpido “te bevi un bicer, te monti in auto e te se bechi la paleta dei Caramba. Te va alle Cantine Aperte, te torni casa e…paletta dei Caramba. No se pol cusì”. Non è semplice fastidio verso l’alcol test quello che emerge da lui. C’è qualcos’altro. “I me ga ritirà la patente anni fa…”. Ha voglia di parlare, non lo interrompo.

“Una volta gavevo una moglie” inizia, il tono di voce più basso, come in un confessionale “bela doneta, la iera. Una sera tornavimo casa e i me ga fermà. Go dovudo far l’alcol test…” ha un modo di raccontare straordinariamente coinvolgente. Saranno le frasi brevi, essenziali, che arpionano e trascinano al largo, ma io la scena me la vedo davanti agli occhi, fuori dal finestrino dell’autobus. Mi vedo l’auto ferma dietro alla volante. Lui che esce, la moglie che aspetta dentro. “Soffi qui”, gli dicono, e lui sa già che finirà male. “L’umiliazion de sufiar la drento, xe veramente…veramente…brutto”. Aveva bevuto solo uno spritz, mi dice. E gli chiedo com’è andata a finire.

“Gavevo 1.78”

ala_manetteSolo uno spritz un paio di palle!

“Solo perché gavevo bevudo un spritz poco prima. Uno. Te par?” . Non riesco a dirgli nulla. La fine del matrimonio, la decisione di non guidare più, i ricordi di ieri mischiati a quelli di oggi. Tutto potrebbe acquisire senso, a guardarlo in una direzione precisa. Ma non credo sia giusto farlo.

“Negli anni Novanta me la son spassada” mi fa poi, alzandosi in piedi e prenotando la fermata. Solo ora noto la forma strana del suo gilé, gonfio intorno alla vita come un salvagente nascosto male.

“Fazevo surf, ‘ndavo in montagna…adesso cossa resta? Al massimo Barcola e Servola”.

Mi saluta con un sorriso buono e scompare. Il resto del mio viaggio è solo silenzio attraverso i vicoli di Soncini.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Closing Time” di Tom Waits

Bianco e Nero (ma non si parla di vino)

Linea 13 (Cattinara – Raute)

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Quarta puntata del viaggio a bordo degli autobus di Trieste. Quest’articolo lo trovi anche sul quotidiano online Bora.la!

È una linea istituita da pochi anni, ma vanta già un primato curioso: è la più breve della Trieste Trasporti. Appena vengo a saperlo, mi domando chi sono i frequentatori di questo rigagnolo di fermate, che da Cattinara scorre lungo via del Castelliere per esaurirsi nell’invisibile quartiere di Raute. Beh, c’è solo un modo per scoprirlo.

Salgo a bordo all’ombra dell’ospedale, e sono solo. Fuori c’è il sole, ma tira un vento gelido, bravissimo nel confonderti qualsiasi convinzione meteorologica. L’autista è lontano, e chiacchiera con un tassista. Si rubano a vicenda occhiate all’orologio.

Non ho una destinazione vera e propria, e non so bene cosa aspettarmi. Una cosa spiacevole sarebbe scoprire nella 13 una linea anonima, una semplice protesi del trasporto pubblico locale. Ma è già la prima fermata a smentirmi: chi sale a bordo sembra entrare nel bar del paese. Saluta l’autista, sorride al vicino, domanda a quello in fondo come stanno i nipoti. Ci si conosce tutti e, quando si scende, è uno scoccare di “buone ferie” e “passa ben!”. Io sono spettatore esterno di tutto ciò, e spio questi saluti caldi e cordiali con quello sguardo stretto che ha lo “straniero giunto in città” nei film western. Ma non c’è molto da capire, quest’autobus è semplicemente un paese su sei ruote.

Via del Castelliere si apre sul Golfo in modo inaspettato, e mi viene da pensare che se non fosse asfaltata sarebbe un’ottima passeggiata distensiva, un diversivo che, nei pressi di un ospedale, sarebbe utile a molti per raffreddare paure e pensieri.

Ci vogliono meno di cinque minuti per arrivare al capolinea, e altrettanti per ripartire e tornare al punto di partenza. Mancano sì e no 100 metri all’arrivo quando l’autista si accosta e, con un colpo di clacson, chiama un’anziana dall’altra parte della strada. La donna sale a bordo con un sorriso a mezza luna, e per ringraziare l’autista gli promette una manciata extra di confetti…quando si sposerà. “Co te se sposerà ti no gaverò più denti!” scherza lui, mentre inserisce la freccia a sinistra.

È una tipa dal carattere aperto, e non ci vuole molto per innescare una chiacchierata. Siamo già fermi al capolinea, in una Cattinara fredda ma illuminata dal sole d’agosto, ma non fa niente.

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Il capolinea della 13, presso l’Ospedale di Cattinara

Incuriosito dall’accento le chiedo di dov’è. “Sono istriana” mi informa con un vocione “di Sicciole”.

Io annuisco sorridente, e come un beota qualsiasi rispondo con l’unica cosa che conosco di Sicciole: “le saline!”. Non è un ragionamento, giusto mero nozionismo partecipato, come quelli che nel sentire “Trieste” rispondono con “Bora”.

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“Ma a Trieste si va al mare? E come fate con la Bora?”

Mi scuso quasi subito, non voglio apparire invadente. Ma, le spiego, ho fatto la tesi di laurea su Tomizza, e insomma l’Istria mi ha sempre affascinato. Ed così che, a bordo dell’autobus più discreto di Trieste, mi ritrovo immerso con i piedi nel sale, in un’Istria di tanti anni fa, prima del comunismo jugoslavo.

Non c’erano solo le saline grandi, mi spiega. Le famiglie avevano la loro. E lei, come tante altre bambine, aiutava i suoi genitori a ricavare tutto quel bianco lì dove si incrociano mar Adriatico e fiume Dragogna. Suo padre era un uomo robusto, dal fare pratico, che lavorava giorni e notti nelle miniere di carbone. Perché a Sicciole c’era pure quello un tempo, e tra sale e carbone la vita si tingeva sia di bianco sia di nero. “L’acqua”, mi racconta, “viene raccolta nelle vasche sotto al sole, e poi pian pianino a forza di rastrellare ricavi il sale. Si fanno delle piccole piramidi bianche”. Mi descrive i mucchietti di sale con la mano, mentre con l’altra regge le borse della spesa.

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Le saline di Sicciole, tanto tempo fa

La signora è un’esule. Con l’avvento della Jugoslavia, era tra i tanti che l’Istria l’hanno dovuta abbandonare. I suoi genitori invece no, lì sono rimasti, anche se a fatica. “Tanta fatica”, ci tiene a dirmi. E le è andata bene, perché Trieste è vicina. Molti amici e parenti si sono dispersi nel mondo.

“Gavevimo tanti bei fruti, e tanta ùa (uva). Diversi tipi, che conosevimo ben. Poi xe rivai i bosniaci, o serbi, no so chi che iera. I piantava l’ùa in tera, intel fango”. È un’avanzata di ricordi che rischia di travolgermi, così tutta insieme. “No i saveva far” sospira scuotendo la testa, e capisco che in quel preciso momento non è sulla 13 con me, ma in Istria con i suoi.

“I ne ga rovinà l’Istria”, dice alla fine. Mi guarda e sorride, ed è come se si risvegliasse.

“Ogni tanto meto su Telecapodistria. Almeno me vardo un pochi de posti. Go bei ricordi”.

La saluto e smonto, dirigendomi lento verso la 22 che mi porterà a casa. Alle mie spalle, la signora riprende a chiacchierare con l’autista. Visti in lontananza, offuscati dal vetro, sembrano fantasmi loquaci pieni d’ombre e colori.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Goodbye and Hello” di Tim Buckley

Viva il tram e po’ bon – il ritorno del Tram de Opcina

Tram di Opicina

Ehi, quest’articolo è il primo di una serie sugli autobus triestini! Lo trovi anche sul quotidiano online Bora.La!

Ho 28 anni e vivo a Roma da 4. Mia nipote Sarah, invece, di anni ne ha 8 e vive in Germania da sempre. Io e lei ci vediamo solo quando entrambi capitiamo a Trieste, luogo che ormai ha assunto, per tutti e due, il ruolo di “città delle vacanze”.
La scorsa domenica siamo andati a farci un giro sul tram di Opicina. Che diamine, ci siamo detti, è pure gratis!

tram-de-opcinaEl tram de Opcina

Lungo via Carducci, cercavo di farle capire quanto fosse emozionante, per me, rimettere il culo su quegli scomodi sedili di legno. Le raccontavo che il tram è un po’ il nonno di tutti: è nato nel 1902, è lento e traballante, e gli vuoi bene perché è sfortunato come Paperino, e ridere di lui è facile. Le avrei poi anche raccontato che, come tutti i nonni, ne ha di storie da parte: un mese dopo l’inaugurazione si è guastato per la prima volta, durante la Grande Guerra trasportava i feriti dal Carso all’Ospedale Militare e, nel 1945, presso Conconello, è saltato su una mina carico di soldati della Wehrmacht. Ecco, le avrei raccontato queste cose se solo mi avesse ascoltato. Ma visto che, in risposta, mi ha elencato i nomi dei bambini che si erano innamorati di lei quell’anno, ho preferito darci un taglio.

Quando il nonno-tram è arrivato in Piazza Oberdan, c’era la folla ad accoglierlo. Anche lui, come tutte le cose gratuite, raccoglie un sacco di appassionati: anziani, bambini, mamme, turisti. Un’insalata mista di ascelle sudate.

Selfie

Selfie con anziano (il tram, non io)

Siamo entrati con la forza, e tutta quella ressa mi ha fatto pensare alla quotidianità del trasporto pubblico romano, ricamato di risate e bestemmie.

odissea-per-uno-spazioLe risate del trasporto pubblico romano


Appena il tram si è mosso, con quella sua piccola spintarella d’assestamento, un coro di oooh si è intrufolato nelle nostre bocche. Non sto ora qui a raccontare tutti i miei ricordi legati al tram, anche perché non sono poi così interessanti. Però quando il profumo del legno dipinto si mischia al respiro unto di meccaniche tanto antiche, vi garantisco che l’esperienza proustiana ci sta tutta. E, come un ebete, mi son trovato con naso e occhi piantati fuori dal finestrino, a spiare ancora una volta la mia città srotolarmi davanti.
Con noi erano sedute tre signore over 55, che parevano uscite da una rilettura contemporanea delle Maldobrie. La “erre” raschiatamente tedesca di mia nipote ha subito iniettato loro una bella dose di curiosità. E mentre lei, con compostezza teutonica, rispondeva alle domande su che scuola frequentasse, io cercavo di integrare le informazioni con la pedanteria di un maestro noioso: è mia nipote e vive in Germania, le informavo, anche se l’avevano già capito, si chiama “Sarah con l’h”. Sapete, è tedesca e vive in Germania…Poi mi sono reso conto che potevo anche zittirmi e godermi il panorama.
Le tre signore sembravano vedere quella città per la prima volta, e si indicavano a vicenda finestre e balconi.
Là abita la Marisa, là Serena ‘ndava a studiar flauto! Ecco cosa fa il nostro tram, ho pensato: fa uscire i ricordi dai binari, all’improvviso. In questo è bravissimo.
Dalle discussioni sulle case, le tre signore hanno poi iniziato a parlare dell’aiuto degli exraterrestri per la costruzione delle piramidi. Un logico accostamento. E cossa che frega ai marziani de ‘iutar i Egizi? domandava la più scettica del gruppo. La risposta, difficile, veniva però troncata dall’arrivo della pendenza.
26% è la pendenza massima, e non è poco. Se te sbrissi, te ciogo mi in brazo! aveva rassicurato Sarah la signora di fronte a noi, quella scettica sulla storia dei marziani che prendono le piramidi in subappalto. Io mi sono voltato verso mia nipote e, con un sorriso da scemo del villaggio, le ho esclamato in faccia: 

tram

Visto quanto siamo inclinati?”  Foto da www.tergestum.it

Sarah mi ha risposto con un sorriso buono, un po’ come quelle maestre di sostegno quando assecondano i loro piccoli scolari. Non c’è stato bisogno di prenderla in braccio: Sarah non scivolava per niente. Generazioni nuove, queste, ben inchiodate a terra.
Al ritorno ci siamo spostati sull’altro lato, così da perderci nel panorama azzurro del Golfo. Un anziano milanese dagli occhiali quadrati ci ha parlato della casa dove vive ora, sul Carso, e di quella volta che i tedeschi, dopo averla requisita, si erano ritrovati le zappe in mano e l’ordine, da parte del vecchio proprietario suo parente, di sistemare almeno il terreno circostante. Il milanese, saputo che vivo a Roma, ha ridacchiato come un volpe, per poi raccontarmi di quella volta che, militare nella Capitale, si era rifiutato di montare la guardia alla tomba del Milite Ignoto. Troppo noioso.
Intanto Sarah era crollata addormentata, con buona pace del panorama sul Litorale.
Guardando le case via via sempre più incollate una sull’altra, ho chiesto al mio vicino se vivesse meglio a Trieste o nella caotica Milano.
È più caotica Trieste, mi ha sorpreso,
ma qui almeno posso coltivare gli ulivi.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Over-Nite Sensation” di Frank Zappa e il meglio dei Tavares

Underground

Metro A. Mi dice Sara che quel tipo lei l’ha già visto. Ed è pericoloso.

Saranno i sandali scassati e i piedi così sporchi da sembrare deformi, o i muscoli duri ed essiccati dal sole della strada, ma non mi riesce difficile crederle.

La sua pelle caffelatte, e il profilo aguzzo e disteso, mi fanno pensare subito ai paesaggi brulli dell’Est Europa. Di individui del genere, Roma è zeppa.

Lui, mi dice Sara, si distingue per una particolarità: ogni tanto, senza motivo apparente, si scaglia contro i vetri e comincia a picchiarli, vomitando imprecazioni criptiche.

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Vabbè, questa era facile

Finché lo fa sui vetri, penso, non c’è problema. Se invece di farlo da solo lo facessero in cento sarebbe un flash mob contro -cheneso- la disumana condizione dei pomodori nelle serre.

Oggi, invece, appare mansueto. Se ne sta fermo e zitto, e attraverso i finestrini fissa con curiosità felina lo splendido paesaggio che solo una metropolitana sa offrire.

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Tipo questo

Non ha certo gli occhi sulla nuca, ma sa di essere osservato. Non solo da noi, dico, ma da tutti. Lui è quello strano lì dentro, e certo riuscire a vincere la palma d’oro della Bizzarria Sociale nell’imprevedibile sistema metropolitano di Roma non è cosa per tutti. È come se i nostri sguardi lui se li lasciasse camminare addosso, un massaggio di attenzioni che può donare rinfrescanti brividi di piacere.

 

Succede, però, che dall’altra parte del vagone qualcuno inizia a cantare.

Sono due ragazzi inghiottiti da maglie e pantaloni ampi come paracadute. Raggiungono il centro del vagone, salutano il loro pubblico. Uno di loro, quello più alto, si porta la mano alla bocca e crea una base “elettronica” fatta di pernacchie e colpi di gola. Sembra vera.

L’altro, invece, dopo aver saggiato il ritmo ondulando il collo, improvvisa rime sparse in rap. Narrano di Atac, di crisi, di vita quotidiana nella Capitale. Fanno ridere, azzeccano rime e senso dell’umorismo. Piacciono a tutti, e quando la base si esaurisce tra le tonsille del rumorista, scatta un applauso e un tintinnare di monete. I due rapper ringraziano e si spostano alla carrozza successiva.

Dietro di loro, silenzioso come un ninja, si muove lui. Finge di non ascoltarli, ma il suo orecchio teso e il suo sguardo concentrato lo tradiscono. E a ogni applauso, a ogni generale approvazione, lui rizza la schiena come se avesse ricevuto una scudisciata doverosa.

I due rapper scendono a Termini, lasciandosi dietro un palcoscenico vuoto e ancora caldo.

Lui si sistema i pantaloni, un tessuto che ricorda quello di un saio. Si avvicina alla porta della metropolitana, il naso schiacciato contro al vetro impolverato. Ci appoggia sopra la mano, muove i polpastrelli su e giù come un cieco quando cerca di identificare un amico ritrovato dopo anni. Trovato il punto giusto, gli occhi chiusi, comincia a battere colpetti leggeri con il palmo.

Ci aspettiamo imprecazioni, urla, cazzotti inferociti. Invece il suo battere si inerpica presto per un sentiero insolito e tribale. Quel ragazzo ha una ritmica notevole da suonatore di djambé, con tempi dispari intrecciati tra loro.

Con il naso sempre incollato al vetro, quei colpi sembra respirarli. E alla fine, riempiti i polmoni di ritmo, riscaldato il pubblico che ha alle spalle, può intonare il suo canto.

Crediamo sia rumeno. Senza mai aprire gli occhi, si lancia in quelli che molto probabilmente sono canti popolari della sua terra. Ha una voce limpida e serena, e non perde mai sicurezza nell’inseguire quella strada che conosce solo lei.

Le parole, naturalmente, sono incomprensibili. E mi viene da pensare che questa loro particolarità rende il suo canto underground, in tutti i sensi underground.

Io e Sara pensiamo che sia un vero peccato non capire cosa ci stia raccontando.

 

Skaiosgaio

Scritto ascoltando l’album “Entertainment” dei Gang of Four.