Underground

Metro A. Mi dice Sara che quel tipo lei l’ha già visto. Ed è pericoloso.

Saranno i sandali scassati e i piedi così sporchi da sembrare deformi, o i muscoli duri ed essiccati dal sole della strada, ma non mi riesce difficile crederle.

La sua pelle caffelatte, e il profilo aguzzo e disteso, mi fanno pensare subito ai paesaggi brulli dell’Est Europa. Di individui del genere, Roma è zeppa.

Lui, mi dice Sara, si distingue per una particolarità: ogni tanto, senza motivo apparente, si scaglia contro i vetri e comincia a picchiarli, vomitando imprecazioni criptiche.

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Vabbè, questa era facile

Finché lo fa sui vetri, penso, non c’è problema. Se invece di farlo da solo lo facessero in cento sarebbe un flash mob contro -cheneso- la disumana condizione dei pomodori nelle serre.

Oggi, invece, appare mansueto. Se ne sta fermo e zitto, e attraverso i finestrini fissa con curiosità felina lo splendido paesaggio che solo una metropolitana sa offrire.

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Tipo questo

Non ha certo gli occhi sulla nuca, ma sa di essere osservato. Non solo da noi, dico, ma da tutti. Lui è quello strano lì dentro, e certo riuscire a vincere la palma d’oro della Bizzarria Sociale nell’imprevedibile sistema metropolitano di Roma non è cosa per tutti. È come se i nostri sguardi lui se li lasciasse camminare addosso, un massaggio di attenzioni che può donare rinfrescanti brividi di piacere.

 

Succede, però, che dall’altra parte del vagone qualcuno inizia a cantare.

Sono due ragazzi inghiottiti da maglie e pantaloni ampi come paracadute. Raggiungono il centro del vagone, salutano il loro pubblico. Uno di loro, quello più alto, si porta la mano alla bocca e crea una base “elettronica” fatta di pernacchie e colpi di gola. Sembra vera.

L’altro, invece, dopo aver saggiato il ritmo ondulando il collo, improvvisa rime sparse in rap. Narrano di Atac, di crisi, di vita quotidiana nella Capitale. Fanno ridere, azzeccano rime e senso dell’umorismo. Piacciono a tutti, e quando la base si esaurisce tra le tonsille del rumorista, scatta un applauso e un tintinnare di monete. I due rapper ringraziano e si spostano alla carrozza successiva.

Dietro di loro, silenzioso come un ninja, si muove lui. Finge di non ascoltarli, ma il suo orecchio teso e il suo sguardo concentrato lo tradiscono. E a ogni applauso, a ogni generale approvazione, lui rizza la schiena come se avesse ricevuto una scudisciata doverosa.

I due rapper scendono a Termini, lasciandosi dietro un palcoscenico vuoto e ancora caldo.

Lui si sistema i pantaloni, un tessuto che ricorda quello di un saio. Si avvicina alla porta della metropolitana, il naso schiacciato contro al vetro impolverato. Ci appoggia sopra la mano, muove i polpastrelli su e giù come un cieco quando cerca di identificare un amico ritrovato dopo anni. Trovato il punto giusto, gli occhi chiusi, comincia a battere colpetti leggeri con il palmo.

Ci aspettiamo imprecazioni, urla, cazzotti inferociti. Invece il suo battere si inerpica presto per un sentiero insolito e tribale. Quel ragazzo ha una ritmica notevole da suonatore di djambé, con tempi dispari intrecciati tra loro.

Con il naso sempre incollato al vetro, quei colpi sembra respirarli. E alla fine, riempiti i polmoni di ritmo, riscaldato il pubblico che ha alle spalle, può intonare il suo canto.

Crediamo sia rumeno. Senza mai aprire gli occhi, si lancia in quelli che molto probabilmente sono canti popolari della sua terra. Ha una voce limpida e serena, e non perde mai sicurezza nell’inseguire quella strada che conosce solo lei.

Le parole, naturalmente, sono incomprensibili. E mi viene da pensare che questa loro particolarità rende il suo canto underground, in tutti i sensi underground.

Io e Sara pensiamo che sia un vero peccato non capire cosa ci stia raccontando.

 

Skaiosgaio

Scritto ascoltando l’album “Entertainment” dei Gang of Four.

 

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La sottile linea bianca

Tram 14 (Roma)

Non saprei dire se assomiglia più a Hodor di Game of Thrones o a un babà. Cammina avanti e indietro per il tram mezzo vuoto, gonfio e pesante come un gommone alla deriva, masticando tra sé un’impepata di frasi marinate di accento campano. Avrà 45 anni anni e ne dimostra 10 di più, capelli sporchi e brizzolati che sembrano un nido abbandonato sopra a un viso triangolare unto come un arancino. Si lamenta che a Roma ognuno si fa i fatti suoi e che nessuno chiacchiera. E, mentre lo dice, pianta i suoi occhietti furbi su me e Yaz, che è al mio fianco ed è un’eccezionale calamita di matti e spostati.

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Hodor. Categoria matti e spostati

Siamo in trappola. Annuiamo e guardiamo fuori dal finestrino sporco. Cosa ci sia da vedere sulla Togliatti, poi, non si sa. Di giorno, intendo.

Hodor si lascia precipitare sulla sedia con un tonfo da gavettone. Ci racconta che viene da Battipaglia, che erano anni che non veniva a Roma, e che è andato al Quarticciolo. Tipica meta di turisti, il Quarticciolo.

– Cercavo Manolo.

Manolo è un suo amico di vecchia data. Non si vedono da dieci anni, e per qualche motivo Hodor ha deciso di tornare a Roma e andarlo a trovare. Non ha un recapito telefonico e nemmeno la via. Alla vecchia, si è avventurato tra panni stesi e anziane dimenticate su sedie di vimini chiedendo di Manolo. Manolo del Quarticciolo. E, incredibile a dirsi, non l’ha trovato.

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Un esemplare di “Manolo”

– Avevo un regalo per lui – ci dice ghignando. E così rimane, con un sorrisetto idiota dipinto sul viso, in attesa di una nostra domanda tipo: “davvero? Che regalo?”.

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La zizzona di Battipaglia, ovvero il “regalo” secondo Yaz

Ma la domanda noi non gliela facciamo, e lui è costretto a fare tutto da solo. Si guarda intorno: oltre a noi, ci sono un egiziano e una cinese attaccata a un cellulare rosa. Hodor mi studia qualche secondo, mi sorride e si conforta: la faccia da “guardia” non la tengo.

– Lo prendo per un complimento – gli faccio. E quello, con la nonchalance di un fumatore, estrae dal taschino un sacchettino di cocaina.

Yaz deglutisce una risata. Hodor, che ormai si sente in famiglia, mi avvicina il sacchetto al naso, gongolante come un bimbo

– Sient’ quant’è bona!

Gli dico che sì, non c’è dubbio, si vede. E lui capisce al volo che non ho grande fiuto per queste cose. E così estrae due palline che inizia a sbriciolare. Peccato che lui sia stabile come un dente da latte, e finisce per imbiancarsi giacca e sedile. Cambia posto e prepara due strisce piccole e parallele sul retro del suo cellulare. È un binario innevato, incredibilmente a tema per il posto in cui ci troviamo. Appoggia il cellulare sul sedile ed entra l’autista.

Hodor si irrigidisce. Ruota gli occhi come un alunno che vuole evitare lo sguardo dell’insegnante. Ma, ehi! questa è Roma, bellezza! E l’autista, infatti, manco se ne accorge. O finge. Fatto sta che si siede al posto di guida e il tram inizia a muoversi, traballando gelatinoso verso via Prenestina.

Per Hodor è sempre più difficile. Si inginocchia davanti al sedile, un qualcosa di arrotolato tra le dita. Si inforca gli occhiali da sole, si guarda intorno e inala entrambe le strisce. Poi si tira su, e scoppia di salute. Ricorda Maradona in certe interviste.

– Che poi non fa molto bene alla salute – ci dice in confidenza – e io ho il diabete. Ma mi sono informato e non ci sono controindicazioni.

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“Prendo tanta medicina così posso mangiare tutta la totta che vojo!”

Tronfio della sua smagliante condizione clinica, si rabbuia presto. Ha visto qualcosa in fondo al tram. Si siede vicino a noi e, con le labbra tremanti, ci confida che quell’egiziano, sì quello, ha ripreso tutto con il telefonino. E una volante dei Carabinieri ha già messo la freccia per bloccare il tram e fare irruzione per arrestarlo!

Ma la volante gira per i fatti suoi, non gliene sbatte niente.

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Appuntato, funziona la freccia?

– Ora sì, ora no, ora sì, ora no…

Hodor allora si tranquillizza e divora una boccata d’ossigeno. Forse, proprio come quando finiva di lavorare, anni fa.

Lavorava come buttafuori in una discoteca.

– Ci credi se ti dico che solo una volta, una, non è scoppiata una rissa? E che mi hanno minacciato con coltelli e pistole?

Ora sono 9 anni che non è più in servizio, e io mi domando come sia possibile che una personcina così a modo…

– Io vendevo…questa cosa qui…- esordisce. E un giorno lo beccano. Ma a beccarlo non è un poliziotto qualunque. È Tobia, suo amico d’infanzia. Che, da buon amico, non lo arresta, ma lo fa licenziare e lo riempie di mazzate.

– Sono stato fortunato, però – ci bisbiglia.

Tocca scendere. Lo salutiamo e lui ci informa che se ne va a Saxa Rubra, ora.

Ha degli amici lì, sostiene.

 

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Ima neka tajna veza” dei Bijelo Dugme

Se ti è piaciuto, leggi anche “Suda che ti passa!” http://mezzinudi.com/2012/08/05/sudare-fa-bene/

Un Cavalier senza macchi(n)a

Autobus Nocturno 2

Nel quale un Cavaliere di terre lontane difende l’onore d’una fanciulla vilipesa

Correva, in una terra del Lazio che non voglio ricordare come si chiami, un autobus Notturno di nome Ronzinante, di quelli con l’olezzo di fritto, i vetri laidi e i bengalesi incastonati al soffitto. 

 

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L’N2 nei pressi della Stazione Termini

Importa di sapere che negli intervalli di tempo in cui si fermava, l’autobus si ingravidava di viandanti sempre più vicini l’un l’altro, con buona pace del nome d’Iddio e di tutti i Santi.

Or va’ pur narrato ciò che avvenne sul retro del mezzo, e delle voci e de’ sospiri che attirarono il nostro orecchio. O sfaccendato Lettore, seguimi in quest’avventura, popolata di donne, cavalier, canti e odori.

Come avea oltrepassato il crocicchio di Termini, Ronzinante riprese la lunga via che da Laurentina porta verso il villaggio di Rebibbia. Di fianco a me v’era Sante, nobiluomo delle Terre Lucane, che assieme alla sua dama, donna Manuela, attendea paziente l’arrivo a Tiburtina.

Una donzella dai ricci capelli, di quelle che si chiaman “da partito”, stava ritta davanti alla porta. Andava osservando un tipaccio di fronte a lei, un giovanotto italiano, di quelli che troppo vino e gozzoviglie han stordito la capacità del ragionare. Egli si movea con gran baldoria, finché ella non poté contenersi dall’esclamare che un contegno di siffatta natura mal si confaceva a un gentiluomo della Capitale.

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Un gentiluomo della Capitale

(http://forum.sky.it/ecco-il-tifoso-romanista-t421404.html)

Io non vidi bene che cos’accadde, ma dal trambusto che si creò, son portato a credere che il giovanotto, per tutta risposta, montò sugli esili piedi della fanciulla come si schiaccia uno scarafaggio entrato in cattedrale.

Ciò fatto, si scatenò ben presto un putiferio: la donzella strillò che non eran modi appropriati a un buon uomo, e che come avea molestato la sua persona così avea fatto con un’altra signorina, già scesa, che s’era sentita tirar per li capelli. Il giovane ribattè a gran voce, con improperi che non voglio qui riportare.

Il suo linguaggio da gradasso innescarono però la collera d’un cavaliere che lì sostava assieme ad altri: moro di pelle e dalla favella d’Oriente, s’intromise a difender la fanciulla, come ordina l’ordine de li cavalier erranti d’Arabia.

“Avete offeso l’onor d’una donna. Esigo che le domandiate scusa!”

“Se la Signoria Vostra domanda le mie scuse, ebbene può scordarsele!”

Avvenne che, in mezzo a decine d’altri viandanti, l’insolenza del giovin signore accendesse sempre più l’ira del cavalier d’Oriente. Garbatamente, il moro ripetè la sua comanda: egli dovea chieder scusa alla fanciulla e imparar a comportarsi a modo con il gentil sesso.

Il litigio si facea sempre più caldo. Donna Manuela, la dama lucana, si volse verso Sante, suo sposo:

“Scendiamo dall’altra parte” gli disse quieta, ed egli acconsentì.

Come se non bastasse, in mezzo al litigio s’inserì pure un uomo anziano, barbuto e canuto, e di rosso vestito. Fattosi portatore de li valori antichi, acciuffò il giovane per una spalla e poderosamente lo scosse, strillandogli: “E’ gran vergogna prendersela con chi non può difendersi!”. E se qualche garzone lì presente non l’avesse placato, sarebbero state botte per tutti. Ah, la pazienza de li vetusti!

Sarà stata la saggezza dell’anziano, o la stazza del cavalier, o l’amico che viaggiava seco, fatto sta che il giovanotto si convinse a desistere. Alzò le mani e chiese “perdono”. L’anziano annuì fiero. Il cavalier d’Oriente s’eresse, dritto nella sua figura guerresca: avea vinto, e ricevuto soddisfazione.

Tornò la quiete. Ronzinante continuava il suo viaggio nella notte romana.

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Tipica notte romana

Di lì a non molto, placato il fatto, un altro ne sopravvenne: il Giovin Signore intonò un canto. Or chiedo al Lettore di non me ne volere se non rammento quale. Lo suo scudiero cenno gli fece di silenziarsi, ma lui si scrollò di dosso l’imbarazzo per replicare:

“Lo canto m’aggrada, e deliziarvi a gran voce è per me un piacere!”

Un giovinetto, tutto pulito e ordinato che pareva Chicken Little, s’eresse oltre le teste sdegnato per gridare:

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“C’hai rotto er cazzo!”

Detto che l’ebbe, le porte di Ronzinante s’aprirono. Il Cavalier d’Oriente e il suo fido scudiero, il Babbo Canuto, acciuffarono quel villano d’un giullare e lo spinsero fuori in istrada. Il Cavalier d’Oriente immantinente gli si avventò contro con pugni et calci, rendendo così giustizia sia alla donzella offesa sia all’autobus intero.

È questa una novella, ma è accaduta davvero. Possa esser di valore per chi la legge come lo fu per chi la scrisse. Vale.

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Skaiosgaio

Scritto ascoltando “The Essential Johnny Cash”

 

I pugni in tasca

Tram 5, Roma. Faccio per lasciargli il posto e quello mi rimette a sedere con un grugnito.

Quando sorride, le rughe che ha sul volto smettono di essere cicatrici. Davanti agli occhi gli ondeggiano i capelli bianchi, curiosamente lunghi, pronti a sfidare il tempo su un ring fatto di polvere.

– So’ 75 anni che sto a Roma – mi dice con la mano callosa davanti alla bocca. Sembra un ergastolano che sputa una vita passata in galera – me so’ visto ‘a guera. Ho sentito ‘e bombe!

Si guarda intorno. Sacchi di passeggeri di tutti i colori buttati negli angoli più umidi del tram. Mi vede interessato, sorride sdentato e orgoglioso. È un flusso autonomo, senza perché e senza poi. Racconta del coprifuoco, delle ore 17 in cui tutti dovevano essere a casa, che non si poteva nemmeno parlare perché sennò

– …passavano ‘e squadracce a menatte – avvicina la bocca al mio orecchio e precisa – i fascisti!

Quando sente che vengo da “Trieste”, si drizza come un guerriero, gonfia il petto e mi sussurra un nome:

– Nino Benvenuti.

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Pazienza che il pugile sia in realtà originario di Isola. Se potesse, sputerebbe a terra. Per rispetto.

Fa il camionista dal 1956. Ha girato tutto l’Italia (anche il Molise, mi dice), e una sera, a Roma, si è concesso una manciata d’ore di ganci, sudore e schiene ricurve.

È il 1970. Nino Benvenuti sale sul ring del Palazzo dello Sport, all’Eur, per sfidare Carlos Monzòn. Ululati di tifosi e paninari agguerriti vengono presto messi al tappeto da una voce di donna. È la mamma di Benvenuti, seduta tra le prime file.

– Nino, uccidilo! Uccidilo! – gli urla.

Benvenuti, quell’incontro, lo perde. E delle urla assassine della madre non sembra esserci conferma sul web. Ma voglio credergli lo stesso. Me lo racconta con occhi che convincerebbero una tigre. E poi, con una mano nodosa stretta sul sedile davanti a me, completa la sua lista:

– Primo Carnera. Un gigante.

Non aggiunge altro e piega la bocca, come se quel nome, pesante come una sequoia, fosse riemerso dall’oltretomba con un diretto poco guantato.

Carnera (oversize fight pose)a VP

Provo a infilarmi tra i suoi pensieri, ma non ci riesco. Hanno la consistenza di una ragnatela, e lui sembra accorgersene. Sogghigna, e mi racconta di quella volta nel 1968, in cui ha rischiato la pelle. Con il camion, d’inverno, a Pordenone. Aveva finito il gasolio e non poteva chiedere aiuto a nessuno. Per tre giorni.

– Se aspettavo quelli de Roma ero già bello che schiattato -. Tre giorni, mi ripete. Un inverno a Pordenone. E io non posso fare a meno di pensare ai Tre allegri ragazzi morti, e di come le storie sappiano ripetersi senza mai incrociarsi.

Lui, alla fine, è sopravvissuto. Così com’è sopravvissuto agli altri cazzotti che la vita gli ha dato.

– Ciò ‘na cicatrice. La prostata, la malattia degli uomini. Ma je l’ho fatta.

Superiamo Porta Maggiore e ci addentriamo nel Pigneto. Non c’era niente qua, mi dice. E poi…chi ci veniva?

Mi saluta e si avvicina alle porte. Seguo quelle scarpe da ginnastica su cui finiscono i pantaloni grigi della tuta. Con i piedi, saltella appena per mantenere l’equilibrio. È un pugile anche lui, dopotutto.

 

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Il Pugile Sentimentale”, la cover di Vinicio Capossela

Game of Trams

Linea 14, tram di Roma

Già non lo sopporto. Appeso all’apposito sostegno, i brandelli della sua giacca mi piovono addosso come una tenda ammuffita. Poi una signora, che non vedo ma oscilla tra i 65 e i 70 anni, gli chiede di passare. Deve scendere.

– Passi, signora

fa lui. E quindi di nuovo

– Passi, signora!

Ed entra in un loop deviato. Uno squilibrato disco che salta in un crescendo di maleducazione che è raro pure nella Terra del Pigneto.

Pigneto

Il Pigneto, subito oltre la Barriera di Porta Maggiore

Interviene il marito. Piccoletto e con un berretto calato addosso come un elmetto. Affronta il rumeno (lo dirà poi ai quattro venti che è rumeno, come i gatti quando soffiano e gonfiano il pelo) e…il secondo rumeno, che si para a fianco dell’amico a dargli man forte. Si spintonano, il giovane alto il doppio del marito. Il primo rumeno, (nome prenestino: “Disco-che-Salta”) cerca addirittura di calmare il collega (nome prenestino: Spaco Botilia), senza fortuna.

rumeno

Disco-che-Salta in una foto d’archivio

Poi una mano. Arriva da dietro di me, agguanta il cappuccio del secondo e lo scaglia verso le porte. Una ragazza urla

– Valerio, calmati! (Valerio è nome di fantasia)

Valerio è un under 30, alto e dal capello corto. È chiaramente di Napoli, e quando parla non ci si capisce niente. Capisco meglio quello che dicono i due rumeni, per intenderci. Ma Valerio, che non sarà un fine retore, ha la prontezza di intervenire subito. E ha tutta la mia stima.

Spaco Botilia si ritrova appeso all’apposito sostegno, dietro di lui il baratro del marciapiede. Disco-che-Salta, invece, ha un braccio strattonato da Valerio e l’altro attaccato al marito della signora. Decido di far qualcosa anch’io (alla buon’ora!) e, assieme ad altri passeggeri, facciamo leva per separare Disco-che-Salta dal marito sbraitante.

– Ladri! Ladri!- Urla qualcuno dal basso dei sedili.

Valerio è un guerriero senza paura: si para davanti ai due e continua a urlare

– Scendete! Scendete!

valerio

Come voglio ricordare Valerio

Questi non mollano. Disco-che-Salta fa per contrattaccare quando…

…interviene Jim (nome di fantasia, grazie Mark Twain). Jim è un africano grande e grosso. A testa bassa, carica Disco-che-Salta e lo sposta sui gradini del tram.

Il tram è fermo, le porte spalancate. L’autista aspetta paziente. Non si preoccupa di quanto sta succedendo a bordo del suo mezzo pubblico. Non si preoccupa se qualcuno può farsi male. Mica lo pagano per questo, cazzomenefregaame?

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Il conducente ha sempre a cuore la salute del suo popolo

Noi passeggeri siamo tutti parati davanti alle porte, a urlare loro di scendere. Disco-che-Salta è già a terra, mima minacce di morte a Valerio, sventolando il suo essere rumeno (e immagino che questo dia molto fastidio alla maggioranza dei rumeni a Roma, onesti e lavoratori). Spaco Botilia, invece, rimane con una mano appeso al palo, attaccato come una cozza, terrorizzato di finir scagliato sulla via Prenestina che scorre dietro di lui.

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Spaco Botilia e, dietro, la via Prenestina


E invece deve mollare. Jim scende con loro, continua a sbraitare, ma tiene testa a entrambi. Valerio si calma, gli sguardi di stima sono tutti per lui. Primo fra tutti, il mio. 

L’autista si sveglia dal pigro sonno dell’indifferenza. Al nostro ventottesimo sollecito, chiude finalmente le porte del tram e riparte. Superiamo sani e salvi Porta Maggiore.

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Porta Maggiore

Resta l’amarezza di una vicenda selvatica, incendiata dalla rabbia verso l’indifferenza dell’autista. Ma diciamolo. Sotto a tutto questo, c’è anche l’esempio, caldo e robusto, di una solidarietà che sa farsi carico di intervenire, quando serve. Se non ci si aiuta fra noi, dimenticati clienti dei mezzi pubblici…

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Blue Lines” dei Massive Attack

ps: mi sembra ovvio che questo post intende solo raccontare una vicenda avvenuta su un mezzo pubblico il giorno 16 gennaio. Non è un attacco contro i rumeni di Roma (che saluto cordialmente), né è da intendersi come generalizzazione di un popolo (che saluto). Lo dico perché la retorica e il commento facile sono sempre in agguato.

La criniera rosa

Linea 14. Si siede molliccia di fianco a me.

Insaccata in una vecchia tuta nera, forse un regalo della Caritas, coinvolge tutto il tram in una fantasia di sudore e smog.

Come il tram avanza, si piega, sobbalza, così fa lei. Una medusa spiaggiata che punge e boccheggia.

E ha i capelli rosa. Rosa e a caschetto, come un manga giapponese. Dei sessant’anni che potrebbe avere, se ne sente 16.

5854_80_img_gallery_602“Vuoi parlare di capelli? Parliamone”

Mi accorgo che siamo solo io e lei. La sento borbottare imprecazioni, in un crescendo che ben si lega con le meccaniche antiquate del tram. È tardi e non ho voglia di farmi coinvolgere, con buona pace del blog.

Fermata. Sale una signora anziana, e io sono salvo.

Si siede (incauta!) di fronte a lei. È così piccola che non tocca terra con i piedi. Due voluminose borse della spesa equilibrano la sua figura secca e fragile.

– Ha fatto spesa?

La Signora in Rosa ridacchia, come chi la sa lunga di spese per la famiglia. La vecchina le sorride, forse più per quei capelli improbabili che per la domanda ovvia.

Et voilà. In un volo degno del miglior Pindaro, la Signora in Rosa racconta alla vecchina di quell’uomo che le fa la corte.

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“…e ‘nsomma, a ‘na certa sarta fori questo che je fa ‘a corte…” (Pindaro)

Va bene, non ha usato proprio l’espressione “fare la corte”. Siamo sulla Prenestina dopotutto, bisogna mantenere un linguaggio appropriato.

– Me se vole scopa’!

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“…e ‘nsomma, a ‘na certa sarta fori questo che se ‘a vole scopà…” (Pindaro)

La vecchina spalanca gli occhietti nascosti dagli occhiali. Non sa che fare, annuisce.

– E’ ‘n bell’omo, eh?

La Signora in Rosa sogghigna, fissandola come un bracchetto a caccia. Si sporge in avanti, subito frenata dai rotoli di grasso che le fanno da cintura.

– Er problema è che st’omo è er marito de n’amica mia! E nun se fa, coi mariti de’e amiche.

L’indice tozzo e sporco ondeggia per ribadire il concetto. Non si fa.

La vecchina annuisce un’altra volta, o forse non ha ancora smesso da prima. Dopotutto, può solo che annuire. Per quanto matta, la Signora in Rosa non dice cose sbagliate.

Mi chiedo, invece, se la vecchina, in passato non si sia fatta coinvolgere in qualche avventura del genere. Chissà. Quando gli Alleati sono entrati a Roma, per esempio. O magari quando l’attenzione del Paese era rivolta agli scontri di Valle Giulia. Il marito era via tutto il giorno e…zacchete, con il vicino di casa.

O magari mai, più semplicemente.

La Signora in Rosa la chiama. Si sporge in avanti.

– Però se poco poco questo continua a insiste’, io me lo scopo, signò.

Scoppia a ridere. L’ugola le si scuote in gola come un cartone animato.

– Certo che me lo scopo, nun me faccio probblemi!

La vecchina non dice una parola. Apre la borsetta, ci infila la mano, rovista rovista rovista.

Le porge una caramella. Sembra una nonna.

La Signora in Rosa ringrazia, accetta e scarta. E rimane in silenzio anche lei. Lei e i suoi capelli rosa.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “In a silent way” di Miles Davis.

Memoria dal sottosuolo

DIstrazione

Città di Troia, 1220 a.C. grossomodo. È notte. Un silenzio che non si sentiva da anni. Fuori dalle porte della città, da tempo assediata da Achei e Testimoni di Geova, misteriosamente non c’è più nessuno. Attanasio, soldato semplice troiano, è di guardia. Apre le porte della città per fare una pipì calda e fumante sugli asparagi che se magnano i Gresci. Alza gli occhi e si bagna i sandaletti. Davanti a lui, imponente, un gigantesco cavallo di legno. Lì in fondo, al largo, le navi achee se ne vanno con la coda sotto le chiglie. Attanasio ride sdentato e corre a svegliare i compagni.

“Gli Achei se ne vanno! Ci hanno regalato questo comodo soprammobile per scusarsi dei disagi!”

E’ festa a Troia. Il cavallo viene portato dentro, si stappano le bottiglie di vino, si convocano un po’ di giovinetti sbarbatelli (si usava andare coi minorenni, all’epoca), girano spinelli mentre qualcuno intona “Sweet Home Cittàditroia” con il flauto di Pan. Ma, dentro al cavallo, qualcuno sghignazza. Sono Achei, e sono armati fino ai denti. Sono guidati da Odisseo, l’ideatore del barbatrucco del cavallo. C’ha messo un sacco di tempo per rendere il cavallo una realtà: quando ha avuto l’idea, è corso a parlarne coi superiori, che però erano in ferie. Allora è andato all’Ufficio Strategia Militare, ha aspettato l’impiegato che era al bar, ha compilato il modulo, ha comprato la marca da bollo da 14 dracme e 62 e ha aspettato. Niente. Mesi dopo è tornato all’ufficio, e un’altra impiegata gli ha detto che no, non ne sapeva nulla, forse la richiesta era andata perduta, ma che ora non aveva i moduli perché lo scriba era guasto e stavano aspettando il tecnico. Odisseo ha aspettato una settimana e mezza (c’era il ponte). Si è ripresentato e ha trovato una fila di 90 persone. Sconfortato, ha passato in sala d’aspetto tutta la mattina, con un anziano cieco che gli raccontava sempre le stesse cose. Arrivato il suo turno, Odisseo ha rifatto la trafila burocratica, ha rimesso la marca da bollo, è andato al 3° piano a consegnare la richiesta ed è tornato a notte fonda alla sua tenda, distrutto. Quattro anni dopo, con il cambio di governo e delle dirigenze, l’hanno richiamato e gli hanno detto: “Grande, ottima idea! Facciamolo”. Così è nato il Cavallo di Troia. E sta per entrare in scena. Fate attenzione troiani!

Ma i troiani sono troppo sbronzi per sentire il mio allarme, che arriva più di 3000 anni dopo.

ImmagineAttanasio e la festa di Troia

A Troia dormono tutti, perché l’alcol proprio non lo reggono. Sono stati sobri per tutti questi anni di assedio e ora il fegato è fuori allenamento. Il cavallo si apre, piove una corda e gli Achei fuoriescono uno dopo l’altro, in silenzio (i commentatori non ci dicono da che parte del cavallo sono fuoriusciti). Qualcuno beve un bicchiere di vino e viene redarguito in silenzio da Odisseo. Un altro inciampa in un gatto, e Odisseo allarga le braccia “Regà, checcazzo però!”. Odisseo corre ad aprire le porte della città. Gli altri Achei, furbini, sono già lì fuori. Entrano in massa e prendono a mazzate tutti quanti. La città di Troia, dopo anni di resistenza, è caduta. Odisseo, con una mossa che verrà studiata PER SEMPRE nei manuali di strategia militare, ha vinto sia la guerra che la burocrazia. Con un sandaletto sul cadavere di Attanasio, Odisseo guarda la Luna e pensa:

“La mia impresa verrà ricordata per sempre!”

Roma, 2013 d.C., sulla metro A. La gente si fa i fatti suoi. Chi chiacchiera, chi ascolta musica, chi legge. Un signore grosso, dal capello bianco un po’ lungo e la pancia gonfia di carbonara, è assorto nella lettura di un quotidiano. Il naso scatta all’insù. L’uomo guarda qualcuno davanti a sé e, con un vocione pavarottiano, chiede a tutta Roma:

“Ma poi, a’a fine, tra Gresci e Trojani….chi è che ha vinto?”

Qualcuno sussurra qualcosa. Lui annuisce felice.

“I Trojani, ve’? Grazzie a que’a cosa der cavallo!”

Ride grasso e torna a leggere.

Immagine“Tutta ‘sta fatica pe’ gnente!”

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Should I stay or should I go” dei Clash