Va’ dove ti porta il fumatore (in stile Susanna Tamaro)

 

Linea 14. Sei arrivata da pochi minuti e da pochi minuti, con occhio sveglio e piglio curioso, ti osservo. Seduto sul tram in attesa al capolinea, inondato dal calore dell’estate prematura, ti ho spiato a lungo attraverso il finestrino rigato da piccole, tenere goccioline di pioggia. Lì, proprio lì, davanti al mio naso e oltre il vetro, c’è il tram della direzione opposta. E, all’interno, silenziosa passeggera, tu.

Che cosa ci fai ancora sul tram? Mi son chiesto. Nonostante fosse l’ultima fermata, sicura e tranquilla malgrado sia il Quarticciolo, tu non sei scesa. Sei rimasta lì, seduta in mezzo a quel cespuglio di borse di plastica che ti trascini dietro, nel calore del tram color smeraldo.

Il calore di maggio, dici tu. Ma quando piove, dove si rifugia l’estate? E alla fine, forse, un raggio di sole sei anche riuscita a raggiungerlo, allargando le braccia come ali di piccione.

Barbona, ti definiscono i ragazzi che abitano da quelle parti, con i capelli dritti e fiocchi di polline incastrati nel gel. E tu, quel cappotto morbido come un montone, te lo tieni addosso da chissà quanti anni.

Una voce ti chiama e io la sento appena. Proviene timida e ovattata dall’altra parte della strada. Dice che devi scendere e il tuo musetto annuisce come la volpe del Piccolo Principe.

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Il Piccolo Principe

E, invece, non lo fai.

Nella penombra del mio tram, lucertola assopita all’ombra dell’ippocastano, continuo a spiare quei lunghi silenzi che scuci dalle rughe del tuo viso. Rughe di un bel color nocciola. Nocciola come il noce della mia infanzia, quando zia Pina ci portava a giocare sull’altalena della morte. O nocciola come la fidanzatina di quel nocciolo nucleare che tanto fa strillare e tanto pensare. Nello strillare, il pensare germoglia.

Solo ora mi accorgo che hai un piccolo tubicino color panna tra le dita. A che serve quel tubicino? Mi chiedo un po’ così. Ti guardo con un profondo senso di curiosità, come un bimbo davanti al cucciolo di un alce. E ti vedo. Te lo infili nel naso quel tubicino, su su per una narice. Poi lo togli e te lo infili nell’altra. Su su, sembri voler raggiunger le stelle. È possibile raggiungere le stelle? Sembri domandarti con quel tubicino di carta che ti penzola sul labbro. Difficile rispondere. Te lo togli, respiri e poi lo metti in bocca. È una sigaretta, e io non l’avevo capito.

Hai le dita annerite dallo smog. Come piccoli rametti di un pioppo, ti pizzichi il giaccone qua e là. Sembri cercare qualcosa, e nel cuore di un tram romano la ricerca è la chiave di ogni felicità. Si può essere felici a bordo di un tram su Viale Togliatti? Estrai un accendino e lo ondeggi davanti al mento. Lo accendi, lo inneschi, lo sfreghi, ma quello, maledetto, non vuole divampare in una fiamma forte color zafferano. Insistere è, allora, la vera forza della vita. E quando il tuo dito, con l’unghia mangiucchiata e temperata di bistro, finalmente ci riesce, un fremito di contentezza ti invade gli occhi. Gli occhi sono la vera invasione della contentezza.

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La contentezza negli occhi

Inoltro il mio sguardo ancora un po’. Il fumo si espande in silenzio conquistando molecola dopo molecola, palmo dopo palmo, come la coltre di un passato che non c’è più.

Il momento si spegne. Il rito si spezza. Un dipendente dell’atac ti vede e sale a bordo sicuro come un faggio. Non sento quello che ti dice, la sua voce non arriva dove sono io. Ma il labiale, fedele come un labrador, è cristallino come l’Empireo: lì dentro non si può fumare. E tu, sbarazzina in una giornata di primavera rinfrescata dalla pioggia, non gli rispondi. Lui insiste e tu niente, assopita in un sogno dal gusto di catrame. Come negarti il piacere del catrame a bordo di un tram? Leggo nei tuoi occhi l’impossibilità di negare il catrame, perché solo il catrame è sincero se a bordo di un piacere.

L’uomo dell’Atac mi scorge tra i finestrini offuscati da piogge passate. Alza le braccia come un airone e mi sorride. Non lo sento, ma ancora una volta il labiale, sincero e polposo, mi scuote di malinconia:

– Ma che cazzo je devo dì?

Skaiosgaio

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Scritto ascoltando “Torture never stops” di Frank Zappa

 

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Little Trenitaly

Intercity 588. A Roma Termini, il treno non parte. Suspance. Quei cinque minuti di ritardo annunciati diventeranno dieci? Quindici? Ho tutto il tempo per leggere e sono da solo nello scompartimento. Piazzatissimo. I minuti di ritardo diventano quindici. Venti. Quando scatta sui trenta comincio a preoccuparmi.

Un tizio qualunque passa accanto allo scompartimento e annuncia che si cambia treno. Ecco, cominciano le leggende metropolitane.

Un nugolo di Trenitaliani (impiegati Trenitalia) discutono sul da farsi. Ripartirà? Conosco Antonio: napoletano, vive e lavora a Venezia. Mi racconta che, da quando hanno soppresso il diretto Napoli-Venezia, deve cambiare a Roma. E che il Napoli – Roma si portava già 30 minuti di ritardo.

– La prossima volta prendi l’aereo – gli dico.

– C’era sciopero.

Quando annunciano i 70 minuti di ritardo, una voce partenopea manda tutti a quel paese. Cambiamo treno davvero. Nuovo scompartimento e…nuovo compagno di viaggio.

Pasquale non c’era prima e già so che deve aver sbagliato carrozza. C’è sempre qualcuno che sbaglia carrozza. Mi dice qualcosa che capisco a fatica: napoletano stretto e borbottato.

Anche il nuovo treno segue la tradizione: è in ritardo pure lui. Scendo e chiacchiero con Luigi. Giovane napoletano (sono tantissimi!) ogni volta che parla scuote la testa. Viaggia con moglie e una bambina piccola. Si può continuare così? Mi chiede. Lavora in Toscana e deve essere in ufficio alle 14. E noi abbiamo appena toccato i favolosi…

100

…100 MINUTI DI RITARDO!

Una volta partiti filiamo che è una meraviglia.

A Prato salgono due donne cinesi, e la tradizione è salva. Una è anziana, l’altra giovane. La giovane sale solo per aiutare l’altra, ma la prende con troppa calma e il treno riparte. Non possiamo mica permetterci un ritardo, no? Ora deve aspettare Bologna per scendere e, in qualche modo, tornare indietro.

(Su come gli orientali si incasinino sui nostri mezzi pubblici, ne ho già scritto qui.)

Nello scompartimento, rimaniamo io, Pasquale e l’anziana Chun-Li (nome di fantasia).

Un Trenitaliano passa di scompartimento in scompartimento a elargire sacchetti omaggio per farsi perdonare. Dentro, un succo di frutta, una bottiglia d’acqua e dei biscotti. Fa un po’ Protezione Civile, penso. Ma se non altro…

fantozzisacchetto

…si mangia!

Chun-Li scoppia a ridere e non si ferma più. Io e Pasquale ci scambiamo un’occhiata. Cosa ci sia da ridere in un sacchetto di plastica, davvero non lo sappiamo.

Ma a Chun-Li non interessa la logica. Le fa ridere e ride. Non paga, comincia a chiacchierare con noi. E la vecchia, c’è da dirlo, ha una parlantina insaziabile come mai avevo visto in bocca a un cinese. Solo che Chun-Li ha un piccolo problema: parla solo cinese.

Quando uno ti parla e tu non lo capisci, non ti viene da ignorarlo. Cosa fai? Cosa ti sta dicendo? Io, nel dubbio, sorrido e annuisco. Ma la mia reazione aperta spinge Chun-Li a insistere nella conversazione. E io le rispondo. In italiano, in inglese, è uguale.

La stessa reazione ce l’ha anche il buon Pasquale. Che, però, parla solo napoletano.

Davanti a me c’è lui, che mi dice delle cose che non so. Alla mia sinistra c’è lei, che dice altre cose che non so. Ma si diverte da matti. E io, al centro, che sorrido come un ebete.

Mentre recuperiamo i nostri bagagli (Chun-Li è scesa a Mestre, come da tradizione), io e Pasquale parliamo un po’ meglio. E, sarà l’orario, sarà l’aria del Nord-Est, stavolta lo capisco. Pasquale è salito per trovare i suoi figli, trasferitisi anni fa. È sereno, ma in faccia ha tutta la sofferenza di una vita di scelte.

E così, mentre agguanto il mio trolley, mi dice che è contento che i suoi figli siano scappati da Napoli. – Una brutta situazione – mi confessa – Lì, la gente spara.

(È il secondo che incontro e che racconta queste cose. L’altro era qui.)

Pasquale mi sorride. È contento di aver superato questa brutta situazione.

Il treno ha recuperato 40 minuti. Del ritardo di 60 minuti, all’improvviso, non mi interessa più nulla.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Centocinquanta stelle” di Francesco De Gregori.