Underground

Metro A. Mi dice Sara che quel tipo lei l’ha già visto. Ed è pericoloso.

Saranno i sandali scassati e i piedi così sporchi da sembrare deformi, o i muscoli duri ed essiccati dal sole della strada, ma non mi riesce difficile crederle.

La sua pelle caffelatte, e il profilo aguzzo e disteso, mi fanno pensare subito ai paesaggi brulli dell’Est Europa. Di individui del genere, Roma è zeppa.

Lui, mi dice Sara, si distingue per una particolarità: ogni tanto, senza motivo apparente, si scaglia contro i vetri e comincia a picchiarli, vomitando imprecazioni criptiche.

Immagine

Vabbè, questa era facile

Finché lo fa sui vetri, penso, non c’è problema. Se invece di farlo da solo lo facessero in cento sarebbe un flash mob contro -cheneso- la disumana condizione dei pomodori nelle serre.

Oggi, invece, appare mansueto. Se ne sta fermo e zitto, e attraverso i finestrini fissa con curiosità felina lo splendido paesaggio che solo una metropolitana sa offrire.

Immagine

Tipo questo

Non ha certo gli occhi sulla nuca, ma sa di essere osservato. Non solo da noi, dico, ma da tutti. Lui è quello strano lì dentro, e certo riuscire a vincere la palma d’oro della Bizzarria Sociale nell’imprevedibile sistema metropolitano di Roma non è cosa per tutti. È come se i nostri sguardi lui se li lasciasse camminare addosso, un massaggio di attenzioni che può donare rinfrescanti brividi di piacere.

 

Succede, però, che dall’altra parte del vagone qualcuno inizia a cantare.

Sono due ragazzi inghiottiti da maglie e pantaloni ampi come paracadute. Raggiungono il centro del vagone, salutano il loro pubblico. Uno di loro, quello più alto, si porta la mano alla bocca e crea una base “elettronica” fatta di pernacchie e colpi di gola. Sembra vera.

L’altro, invece, dopo aver saggiato il ritmo ondulando il collo, improvvisa rime sparse in rap. Narrano di Atac, di crisi, di vita quotidiana nella Capitale. Fanno ridere, azzeccano rime e senso dell’umorismo. Piacciono a tutti, e quando la base si esaurisce tra le tonsille del rumorista, scatta un applauso e un tintinnare di monete. I due rapper ringraziano e si spostano alla carrozza successiva.

Dietro di loro, silenzioso come un ninja, si muove lui. Finge di non ascoltarli, ma il suo orecchio teso e il suo sguardo concentrato lo tradiscono. E a ogni applauso, a ogni generale approvazione, lui rizza la schiena come se avesse ricevuto una scudisciata doverosa.

I due rapper scendono a Termini, lasciandosi dietro un palcoscenico vuoto e ancora caldo.

Lui si sistema i pantaloni, un tessuto che ricorda quello di un saio. Si avvicina alla porta della metropolitana, il naso schiacciato contro al vetro impolverato. Ci appoggia sopra la mano, muove i polpastrelli su e giù come un cieco quando cerca di identificare un amico ritrovato dopo anni. Trovato il punto giusto, gli occhi chiusi, comincia a battere colpetti leggeri con il palmo.

Ci aspettiamo imprecazioni, urla, cazzotti inferociti. Invece il suo battere si inerpica presto per un sentiero insolito e tribale. Quel ragazzo ha una ritmica notevole da suonatore di djambé, con tempi dispari intrecciati tra loro.

Con il naso sempre incollato al vetro, quei colpi sembra respirarli. E alla fine, riempiti i polmoni di ritmo, riscaldato il pubblico che ha alle spalle, può intonare il suo canto.

Crediamo sia rumeno. Senza mai aprire gli occhi, si lancia in quelli che molto probabilmente sono canti popolari della sua terra. Ha una voce limpida e serena, e non perde mai sicurezza nell’inseguire quella strada che conosce solo lei.

Le parole, naturalmente, sono incomprensibili. E mi viene da pensare che questa loro particolarità rende il suo canto underground, in tutti i sensi underground.

Io e Sara pensiamo che sia un vero peccato non capire cosa ci stia raccontando.

 

Skaiosgaio

Scritto ascoltando l’album “Entertainment” dei Gang of Four.

 

Annunci

Memoria dal sottosuolo

DIstrazione

Città di Troia, 1220 a.C. grossomodo. È notte. Un silenzio che non si sentiva da anni. Fuori dalle porte della città, da tempo assediata da Achei e Testimoni di Geova, misteriosamente non c’è più nessuno. Attanasio, soldato semplice troiano, è di guardia. Apre le porte della città per fare una pipì calda e fumante sugli asparagi che se magnano i Gresci. Alza gli occhi e si bagna i sandaletti. Davanti a lui, imponente, un gigantesco cavallo di legno. Lì in fondo, al largo, le navi achee se ne vanno con la coda sotto le chiglie. Attanasio ride sdentato e corre a svegliare i compagni.

“Gli Achei se ne vanno! Ci hanno regalato questo comodo soprammobile per scusarsi dei disagi!”

E’ festa a Troia. Il cavallo viene portato dentro, si stappano le bottiglie di vino, si convocano un po’ di giovinetti sbarbatelli (si usava andare coi minorenni, all’epoca), girano spinelli mentre qualcuno intona “Sweet Home Cittàditroia” con il flauto di Pan. Ma, dentro al cavallo, qualcuno sghignazza. Sono Achei, e sono armati fino ai denti. Sono guidati da Odisseo, l’ideatore del barbatrucco del cavallo. C’ha messo un sacco di tempo per rendere il cavallo una realtà: quando ha avuto l’idea, è corso a parlarne coi superiori, che però erano in ferie. Allora è andato all’Ufficio Strategia Militare, ha aspettato l’impiegato che era al bar, ha compilato il modulo, ha comprato la marca da bollo da 14 dracme e 62 e ha aspettato. Niente. Mesi dopo è tornato all’ufficio, e un’altra impiegata gli ha detto che no, non ne sapeva nulla, forse la richiesta era andata perduta, ma che ora non aveva i moduli perché lo scriba era guasto e stavano aspettando il tecnico. Odisseo ha aspettato una settimana e mezza (c’era il ponte). Si è ripresentato e ha trovato una fila di 90 persone. Sconfortato, ha passato in sala d’aspetto tutta la mattina, con un anziano cieco che gli raccontava sempre le stesse cose. Arrivato il suo turno, Odisseo ha rifatto la trafila burocratica, ha rimesso la marca da bollo, è andato al 3° piano a consegnare la richiesta ed è tornato a notte fonda alla sua tenda, distrutto. Quattro anni dopo, con il cambio di governo e delle dirigenze, l’hanno richiamato e gli hanno detto: “Grande, ottima idea! Facciamolo”. Così è nato il Cavallo di Troia. E sta per entrare in scena. Fate attenzione troiani!

Ma i troiani sono troppo sbronzi per sentire il mio allarme, che arriva più di 3000 anni dopo.

ImmagineAttanasio e la festa di Troia

A Troia dormono tutti, perché l’alcol proprio non lo reggono. Sono stati sobri per tutti questi anni di assedio e ora il fegato è fuori allenamento. Il cavallo si apre, piove una corda e gli Achei fuoriescono uno dopo l’altro, in silenzio (i commentatori non ci dicono da che parte del cavallo sono fuoriusciti). Qualcuno beve un bicchiere di vino e viene redarguito in silenzio da Odisseo. Un altro inciampa in un gatto, e Odisseo allarga le braccia “Regà, checcazzo però!”. Odisseo corre ad aprire le porte della città. Gli altri Achei, furbini, sono già lì fuori. Entrano in massa e prendono a mazzate tutti quanti. La città di Troia, dopo anni di resistenza, è caduta. Odisseo, con una mossa che verrà studiata PER SEMPRE nei manuali di strategia militare, ha vinto sia la guerra che la burocrazia. Con un sandaletto sul cadavere di Attanasio, Odisseo guarda la Luna e pensa:

“La mia impresa verrà ricordata per sempre!”

Roma, 2013 d.C., sulla metro A. La gente si fa i fatti suoi. Chi chiacchiera, chi ascolta musica, chi legge. Un signore grosso, dal capello bianco un po’ lungo e la pancia gonfia di carbonara, è assorto nella lettura di un quotidiano. Il naso scatta all’insù. L’uomo guarda qualcuno davanti a sé e, con un vocione pavarottiano, chiede a tutta Roma:

“Ma poi, a’a fine, tra Gresci e Trojani….chi è che ha vinto?”

Qualcuno sussurra qualcosa. Lui annuisce felice.

“I Trojani, ve’? Grazzie a que’a cosa der cavallo!”

Ride grasso e torna a leggere.

Immagine“Tutta ‘sta fatica pe’ gnente!”

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Should I stay or should I go” dei Clash