Due ambulanti (in stile Baricco)

Intercity 592 da Roma Termini a Trieste Centrale. Polvere a perdita d’occhio, fra gli ultimi scompartimenti e l’intercity -City- nell’aria pesante di un pomeriggio pre pasquale, pregando il Paradiso che quel treno parta in orario, sgusciando come un’anguilla -un’anguilla- fra locomotori guasti e improvvise bufere di neve. Neve. Improvvise. Anguille.

Allora, solo allora, Skaiosgaio girò lo sguardo. Davanti a lui, immobile come l’argilla essiccata al sole del mare – il mare- trovò il signor A.

Il signor A viveva su quel treno. Forse mai v’era sceso, per rincorrere le lucciole della Stazione Termini o per volare come un gabbiano -un gabbiano-, lassù, lontano dalla realtà degli uomini e vicina alla realtà di Dio. Skaiosgaio lo salutò con un timido, asciutto cenno del capo, ma i suoi occhi color ebano l’avevano visto. Visto. Viste come le balene quando emergono per respirare -respirare- l’aria pulita -pulita- impreziosita dalla salsedine libera e fresca dell’Oceano. Oceano. Vista come windows, la finestra aperta, bloccata, inesorabilmente bloccata e ferma, immobile, gelida. Tra le mani del signor A pendevano, come piccoli, innocenti pipistrelli in una grotta fresca e dissetata dalle acque della pioggia d’estate, delle calze di seta – seta- nera. Nera, la seta. Seta nera come la cera la sera. Morbida. Moribonda. Onda.

– Vi rubo (gli dava del “voi”, come un tempo andato i genitori dei suoi genitori, forse, con pennellate di inutile, drammatica educazione) solo un secondo del vostro tempo.- Così disse.

Skaiosgaio assaporò quell’accento partenopeo che sapeva di zenzero. Non è raro, a Roma, trovare viandanti del sud. A Termini, poi, è cosa buona e giusta. Buona. Giusta. E.

Voleva trattare un affare, il signor A. Gli porse le calze, gli fece un prezzo. Nel vagone numero 4 non c’era nessuno, anima viva, calda, polposa.

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Polpo

– Tengo famiglia – gli disse infine, per convincerlo a comprare quegli oggetti dal sapore d’oriente.

Skaiosgaio scosse il capo, un’ondata di capelli sciolti e liberi come aironi d’estate. Al terzo diniego, il signor A gli chieste, con un fil di voce, l’offerta di un caffè. O’caffè. Se ne andò, uscì, scomparve.

Secondi. Minuti. Tempo che passa, che va, che viene, che torna.

Polvere. Luce. Gas.

Un libro aperto. Il treno fermo. Skaiosgaio immerso nel mondo delle parole, virgole, punti.

– Buongiorno professore-

Eccone un altro. Calze. Partenopeo. L’accento del Sud, grande, immenso, assolato sud dal sapore del mare -mare-.

Skaiosgaio non si sorprese di essere chiamato professore. Aveva un libro. Aveva gli occhiali. E malgrado la crisi dell’insegnamento, i tieffeà (tfa), in Italia tutti sono professori o dottori.

– Mi scusi, dottore – Ecco. Infatti.

Altre calze, altri sorrisi. È il signor B, chiuso in una tuta azzurra come il mare. Il mare. Il.

Gli offrì una cravatta, lunga come la lingua di un cane. Skaiosgaio gli sorrise, disse che non ne aveva bisogno e infilò la mano nella tasca.

Il signor B sbiancò come la spuma del mare. Il mare. La spuma. Temporeggiare bevendo la spuma. Del mare.

Skaiosgaio estrasse una matita. Sottilenea sempre i libri che legge. Gli sembra di essere più vicino a Dio, o forse, solo, più vicino all’Io. Alla vista della matita, il signor B trasse un sospiro di sollievo. Skaiosgaio non era un poliziotto. Per fortuna. Sospirò. Si siedè.

Skaiosgaio prese la parola, antica, buffa, del nord.

– È già passato il tuo collega – gli disse in un sorriso primaverile. 

Il signor B. si scurì, come il mare la notte. Non è possibile. Su quel treno c’è solo lui. Solo lui ha il permesso. Permesso. Chi è? Io. Prego. Lui.

– Allora non è tuo collega – gli rispose Skaiosgaio – è la concorrenza-

Il signor B si spaventò. Solo allora, e solo allora, Skaiosgaio notò l’orecchia a sventola, solo una, solitaria come una stella nel grigiore di una siepe addormentata sull’uscio della porta di un albergo sulla spiaggia di Calais.

– Aveva gli occhiali? – chiese, e Skaiosgaio tornò con la mente alle risate, divertite, infantili, di Indovina chi. Ma stavolta, no, non è Eric. E neanche Sam. Negò.

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– Era vestito di nero? – nero come l’assenza dei colori, pensò Skaiosgaio. Nero come d’Avola. Negò.

I due uomini rimasero in silenzio. Silenzio. Quel silenzio. Quello del mare quando non c’è un filo di vento. A vederli da lontano, si sarebbe potuto dire che non si conoscevano neppure. E, di fatto, era così. Non si conoscevano. No.

Il signor B gli chiese un caffè. Professore, un caffè. Skaiosgaio negò unaltra volta. Non può offrire caffè a tutta la Stazione Termini. Termini. Mai parola fu tanto giusta per concludere una conversazione.

Il signor B s’accomiatò. Scomparve. Forse, svolazzò a cercare il suo concorrente. Solo lui, sul quel treno, poteva mettere piede. Magnifica prerogativa del permesso. Chi è? io. Prego. Grazie.

Skaiosgaio ruotò gli occhi sul romanzo. S’immerse nella lettura. Il treno lasciò la stazione. Cigolando. Lo scompartimento rimase vuoto fino a Trieste. Solitario, come l’alcione. Come. L’.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Andate tutti affanculo” di The Zen Circus

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Bandarlog giallorosse

Linea 19. Udinese – Roma 1 a 1. Ma la partita si continua a giocare. Dentro ognuno di noi e, soprattutto, dentro ai mezzi pubblici. Può la partita della Roma influire sul trasporto pubblico della Capitale?

Il tram lo prendiamo a S.Lorenzo, sotto la romantica sopraelevata di cemento e smog. In fondo al tram, un gruppetto di ragazzini salmodia nomi di calciatori di cui a me, sostanzialmente, non me ne frega niente.

Superiamo Porta Maggiore, uno delle porte principali delle Mura Aureliane. Opera di notevole fascino e precisione: allargate e rinforzate più volte, ogni 3 metri si apriva una feritoia e ogni 30 sorgeva una torre. Sono il simbolo, testardo e disperato, della dignità di un popolo nel difendere la propria Città non più così Eterna.

E a Porta Maggiore il tram si riempie di ragazzini. Barcollano ubriachi. Con creste ridicole alla Balotelli e le guancette rosse come bambole. E dentro assistiamo tutti a un miracolo della chimica. Il gruppetto ospite si dissocia in ioni per legarsi al gruppetto già presente. Olè.

In un secondo, il tram si divide in prima e ultima classe. Vengono intonati i primi cori della Roma, a’ Roma deqqua a’ Roma dellà. Saltano, strillano, credo che puzzino pure.

Una coppia di coniugi di mezza età trova riparo da noi. Lui, un Gigio Alberti stanco da morire, si abbandona sulla parete. Lei si siede e si racconta. Le borse sotto agli occhi ci parlano a bassissima voce, noi annuiamo anche senza capire tutto. Sono sposati, hanno una figlia di 15 anni e vivono a -lo sospira rassegnata- Centocelle. E non ne può più di questa inciviltà. Ogni volta la stessa storia, non sa più che fare.

– Ma non capiscono l’importanza dello studio? – ci chiede, mentre uno di loro si arrampica come una scimmia sull’apposito sostegno e strilla a… non so cosa, credo alla lucetta che recita “Prossima fermata prenotata”.

La signora è preoccupata. E diciamo la verità: lo siamo tutti. Questi ragazzi crescono davanti al computer. Noi, almeno, i modelli positivi ce li avevamo.

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Uno dei nostri modelli positivi.

È un degrado, hanno un problema serio. Sono d’accordissimo.

Suo marito scuote solo la testa e non risponde. Sono preoccupati per la figlia, in modo opposto. Lei ne parlerebbe fino al soffocamento, lui manco sotto pagamento. Ma sono preoccupati uguale.

Chissà il problema dov’è. Nell’istruzione. Ma anche nell’esempio che ricevono. Lo Stato. La famiglia. E poi: perché fare tanto casino e cercare di sfasciare un tram se la Roma pareggia?

Stiamo un po’ in silenzio. Superato Largo Preneste e aspirati i miasmi ottimisti della Prenestina, lei conclude il discorso.

– Sono fiduciosa nel futuro.

Le brillano gli occhi, di speranza e rabbia.

– Sono fiduciosa nei giovani.

Lì in fondo, uno di loro prende a sberle il vetro del finestrino. Saltella e urla come un chihuahua. E’ la futura classe dirigente.

Fermata. Le due bande scendono, il dito puntato verso il bar di fronte.

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Al bar! Al bar!

Un ragazzo si ferma sulla porta, allarga le braccia come il papa ed esclama ai passeggeri

– Scusate se v’amo rotto er cazzo!

– Ve volemo bbene! – aggiunge un altro.

Scendono. Silenzio.

– Almeno hanno chiesto scusa.

La signora scuote la testa triste. Le partite finiscono sempre in pareggio.

Nel vagone dove c’erano le bandarlog non si muove una foglia. E io solo ora mi accorgo di un filippino. Era lì seduto, in mezzo a loro. È congelato, gli occhi giganti dritti davanti a sé.

Welcome to Italy.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Amico uligano” di Elio e le Storie Tese