Merry Mismas

Linea 24 (Stazione C.le – S. Giusto)

IMAG0810Settima e ultima puntata del viaggio a bordo degli autobus di Trieste. Quest’articolo lo trovi anche sul quotidiano online Bora.La!

D’accordo: Piazza della Libertà, come tutte le piazze davanti a una stazione, è un formidabile magnete che attira a sé quanto di meno appetibile in circolazione. Ci sono piccioni spiumati, agili pantigane, simpatici ubriaconi e tossici chiacchieroni come agenti immobiliari. Ma se riuscite a vedere ciò che sta sotto, ecco che un fascino improvviso vi acchiappa e vi trascina in un altro mondo.

gabbiano-con-rifiuti

Un cinico esempio di fascino

Ha ragione Biagio Marin, il buon vecchio Biagio, quando lascia intendere che è in questa piazza che si può capire quanto Trieste sia cambiata tra Settecento e Ottocento. Fino al 1780 qui c’era il mare, e bagnava le pendici del colle di Scorcola. Ma era un periodo di cambiamento per tutti, anche per la geografia. E così, pietra dopo pietra, il mare ha lasciato posto alla Piazza del Macello (c’era un macello), quindi la Stazione, quindi Piazza della Libertà.

È qui che ha capolinea la 24

IMAG0807

grossomodo dove un tempo sorgeva il macello di cui sopra. Ancora una volta è un autobus corto, di quelli che sembrano più pulmini di paese che corriere di città. “Ci sono strade in cui è difficile passare anche con questo che è piccolo, tipo per via Madonna del Mare” mi dice l’autista in un italiano dalle vocali aperte “con un autobus normale rimarrei incastrato”. Se quand’ero bambino questi bus mi facevano simpatia, ora ho imparato ad apprezzarne le qualità: nelle linee grandi, più frequentate, appena ci si incrocia con lo sguardo si viene colti da un pudore primordiale. Qui, invece, la curiosità viene vista come valore aggiunto.

gun-220x300

“Sei un tipo curioso, bravo”

Si mollano gli ormeggi. Il piccolo autobus si fa strada nel traffico come uno scooter, e dal finestrino non posso fare a meno di notare gli spostamenti delle “pirie” locali, che prima erano lì e ora sono già là, passando di bar in bar in una transumanza cittadina inacidita dal terrano.

Non è una di quelle linee in cui si conoscono tutti. Nessuno saluta l’autista, nessuno si informa a gran voce sui progressi delle rispettive piorree, e chi monta a bordo si rintana sui sedili vicino al finestrino. Davanti a me, una coppia di giovani turisti punta il dito sulla mappa di Trieste, dirigendo un’orchestra immaginaria fatta di strade, musei e buone trattorie.

Non poteva che terminare qui questa rubrica su Trieste, a bordo di un piccolo autobus mezzo vuoto che dal centro sale fino al colle di San Giusto. Il nostro Campidoglio è un’accozzaglia di Storia e gente, tutto alla rinfusa. E pure la cattedrale è un mismàs (= mix) di pietre, intenzioni e idee. Insomma, in piccolo è metafora della nostra città.

IMAG0809

Il capolinea della 24 a San Giusto

Al ritorno ci sono solo quattro turisti, due uomini e due donne. Le donne sono sedute una di fronte all’altra, coperte di berretti, poncho e k-way. È l’outfit più in voga in quest’estate 2014, così fresca che se ci si scambiasse qualche dono in più sembrerebbe Natale. E parlano. Parlano tantissimo. Mentre scendiamo dal colle per far ritorno al centro, si sentono solo le loro voci, che rivelano un’evidente origine veneta. Con quella parlata galoppante di vocali spalancate e frasi masticate, mi piace pensare ai veneti come ai texani d’Italia, solo che invece di bicchierini di whiskey cattivo brandiscono calici di Prosecco.

Se le due donne insistono in questa apnea di parole, i due uomini no. Seduti opposti, ognuno vicino a un finestrino, si godono il viaggio in religioso silenzio, con lo sguardo gettato fuori a pescare strade e scorci. Solo giù per via San Michele uno dei due sembra svegliarsi. Gira il collo quanto basta per far entrare l’amico nel campo visivo e rotea gli occhi ingabbiati tra le rughe di un sorriso.

“Te se ricordi quando la gavemo fatta de corsa?” gli chiede

“Sì che me ricordo” risponde lui, annuendo serio e guardando dritto davanti a sé.

Tutto qua. Tornano protagoniste le ciàcole (= chiacchiere) delle rispettive mogli, che sono così veloci e così ben legate tra loro che non riesco a capire neanche una parola. Quando si alzano, domando loro di dove sono.

“Treviso” mi risponde quella nel poncho blu. E senza che chieda altro, mi prende in contropiede

“Ci piace tanto Trieste, appena possiamo veniamo sempre qui”. L’amica annuisce, i mariti si alzano in silenzio e attendono la prossima fermata.

“E sai perché ci piace tanto Trieste?”

Faccio di no con la testa, mentre l’autobus accosta sulle Rive.

“Perché i triestini dicono quello che pensano”.

Scendono. A bordo torna il silenzio, interrotto solo dal tossire dell’autista, così frequente e acuto da comporre una sinfonia di squittii.

L’autobus si immerge nel traffico un’altra volta. Dopo tante parole, affrontare in silenzio gli ultimi metri fino al capolinea non mi dispiace affatto. È una quiete sottomarina, e nell’aria, tra le pieghe invisibili di smog, nafta e pesce cucinato dai ristoranti, riesco a distinguere il profumo del sale.

Ogni volta che torno a casa ci metto sempre un po’ a sentirlo. Ma quando ce la faccio, ecco, è una bella soddisfazione.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Nino Rojo” di Devendra Banhart

Annunci

Ho visto un Renzi

Intercity 598, da Trieste Centrale a Roma Termini.

– Mi scusi, lei è un grillino?

È una signora anziana, come se ne vedono parecchie sui mezzi pubblici. È anziana e vestita da anziana, con un cappotto lungo ed elegante da anziana. Ma il sorriso, fresco e benevolo, ricorda quello di un comico di strada.

– Come scusi?

– Lei è un grillino?

Non è la prima volta che mi appioppano tessere di partito. Mi hanno dato del comunista e del dipietrista. Sarà la barba, saranno gli occhiali. Mi hanno anche dato del leghista, perché sono del nord. Ed è ovvio, se sei del nord sei leghista.

– Direi proprio di no.

– Bravo!

Si allontana. Il treno sta entrando a Termini. I passeggeri si alzano ad acchiappare i bagagli. E pure io, in effetti, dovrei farlo. Ma quella signora mi incuriosisce molto.

– Sembro un grillino?

– Ci stanno rovinando!

In pochi secondi la signora attira a sé tutto il vagone.

– Ci voleva Renzi!

Ah beh, sì beh.

La signora parte con un comizio per Renzi. Non sarà grillina, ma la piazza ce l’ha nel sangue lo stesso.

Poi mi chiede scusa. Lo sa che non è educato fare domande di politica alla gente, ma è più forte di lei. Suo marito, un magistrato di Roma, glielo dice sempre. Non fare comizi. Ma è la sua passione.

Mi chiede da dove vengo (Trieste) e mi sorprende: non mi nomina né Trento né Treviso né Miramare e neppure la Bora. Mi parla di lei.

Marchigiana, si sposta a Roma per amore. Si sposa e si mette a insegnare.

– Ero una maestra – dice orgogliosa, con l’enfasi di un tempo andato, quando “maestro” significava davvero magister. Grande e degno di rispetto.

L’Italia oggi non la riconosce più. Quel Grillo, con quei grillini, sfasciano un paese già in macerie. Ci fosse stato Renzi… Proprio un brav’uomo, mi dice. Se invece di quel moribondo di Bersani avesse vinto Renzi, Grillo non avrebbe vinto.

Ah beh, sì beh. Le dico che secondo me Grillo avrebbe vinto comunque. Ha indovinato la pancia della gente. Ma lei scuote la testa. Non si può contestare la parola di una maestra.

Poi mi si avvicina. Perché voi giovani non vi ribellate?

E io non so rispondere. Se ci ribelliamo in piazza i poliziotti ci menano. Allora, in genere, emigriamo, e le nostre scoperte le regaliamo a chi le merita. Come faceva Da Vinci.

Però non glielo dico. Anche perché lei s’è già voltata per parlare di Renzi con un signore coi baffi. E poi io non sono tipo da ribellarmi in piazza, né da emigrare per regalare invenzioni alla Nasa. Anche perché l’unica mia invenzione, scoperta assieme ai miei amici Lollo, Frizzy e Iv nel lontano 2008, è la pizza italianissima (pomodoro, mozzarella, 2 tipi di formaggio, 1/2 cipolla, funghi, melanzane, zucchine, patate e 44 gr di spaghetti. 44 perché rimanda all’omicidio di Giulio Cesare). E la Nasa, per questi progetti, non è ancora pronta.

Immagine

La pizza italianissima

La signora mi prende per un braccio. Mi dice che suo figlio, ingegnere civile in Emilia-Romagna, è disoccupato da 6 mesi.

– Un ingegnere disoccupato? – sono sorpreso. All’università gli ingegneri erano i primi a sfottere noi di Lettere. Ah, facile ironia.

– I cantieri chiudono – mi fa.

Quando il treno si ferma, una lunga coda di passeggeri si snoda pronta a scendere. La intravedo lì in fondo. Ha accalappiato un altro ragazzo. Non sento di cosa parlano, ma me lo posso immaginare.

Immagine

Di lui

Scendiamo. Mi incammino verso il solito tram 14. Ed eccola lì, all’inizio del nostro binario. Mi saluta e mi presenta un tipo alto e brizzolato. Ci stringiamo la mano e non so neanche chi sia.

Io e la signora, dopo qualche convenevole, ci salutiamo. Mi dà la mano e mi dice

– In bocca al lupo.  

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Ho visto un re” di Dario Fo, Paolo Ciarchi, Enzo Jannacci.