Let it B

Linea B (Piazza Goldoni – Servola)

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Quinta puntata del viaggio a bordo degli autobus di Trieste. Quest’articolo lo trovi anche sul quotidiano online Bora.La!

Allunga il collo mal rasato e guarda fuori. Con un cenno della mano rugosa, chiama a sé una bionda, più giovane, impegnata a chiacchierare con un’amica. “Dighe che la cioghi el taxi. Xe una mata là…ara che la segui fin casa”. È vino stantìo quel fiato che gli esce di bocca, e mi colpisce prepotente come un refolo di bora. Lo ripete più volte “dighe che la cioghi el taxi!” con cadenza militare. Guardo

anch’io, ma non riesco a capire chi abbia fiutato là fuori. La linea B è una delle quattro linee notturne di Trieste. “Notturna” è un parolone: fa servizio fino a mezzanotte o giù di lì, ma è comunque essenziale per chi abita in periferia. 

Piazza Goldoni, la sera, assume tonalità diverse. Sarà il cozzare di luci artificiali con le ombre degli edifici ottocenteschi, ma a me dà sempre l’impressione di essere al centro di un immenso distributore di benzina impolverato d’arte. È sempre stata una piazza di popolo e lavoratori, nata per colpa della lebbra che i Crociati si portarono dietro dall’Oriente. Biagio Marin la racconta bene, tanto che pare averla accompagnata per tutta la sua evoluzione: del lebbrosario di campagna che lì sorse, vi rimase a lungo solo il pozzo d’acqua viva. E quel pozzo, bene preziosissimo, divenne luogo d’incontro di pastori e contadini, che scendevano dalle alture per recarsi in paese a vendere prodotti. A vendere soprattutto legna, che diede il nome alla piazza (della Legna) fino all’intitolazione a Goldoni del teatro Armonia (lì presente e ora non più esistente, eterno destino del teatro!).

piazza legna, Cesare Polli 1903

La simpatica Bora sferza passanti e commercio in Piazza della Legna (ora Goldoni) in una simpatica cartolina del 1903

In tale piazza, insomma, non potevo che incontrare un lavoratore. Non uno come me, che lavora qua e là dove capita e raccoglie i soldi a mucchietti, ma un lavoratore vero.

“Ho iniziato a 14 anni” mi racconta mascherato da larghi occhiali da vista tartarugati “alla Coop. Era la fine degli anni Cinquanta”. L’autobus parte e subito si fa inghiottire dalla galleria. A bordo siamo pochi, qualche pensionato che rientra, qualche ragazzo diretto chi sa dove. La donna che era a bordo con lui è scesa, e probabilmente è già barricata in un taxi con l’amica. Siamo io e lui, seduti uno di fronte all’altro.

Mi racconta di tempi che erano “altri”, tirando così un separé su anni passati, destinati a pochi.

Quando gira la testa per guardare fuori dal finestrino, ciocche di capelli bianchi avanzano sulle spalle, come fanti dietro una collina. Sistema il sacchetto di plastica (immancabile), dentro al quale s’indovina una stecca di sigarette, e passa a lodarmi gli autobus notturni. Li conosce bene, sa a memoria fermate e variazioni del percorso. Gliene chiedo la ragione, e lui si inumidisce le labbra. Siamo alle soglie di un nuovo racconto, e stavolta sembra provenire dalle viscere.

“Me son roto le bale dei controlli” mi dice limpido “te bevi un bicer, te monti in auto e te se bechi la paleta dei Caramba. Te va alle Cantine Aperte, te torni casa e…paletta dei Caramba. No se pol cusì”. Non è semplice fastidio verso l’alcol test quello che emerge da lui. C’è qualcos’altro. “I me ga ritirà la patente anni fa…”. Ha voglia di parlare, non lo interrompo.

“Una volta gavevo una moglie” inizia, il tono di voce più basso, come in un confessionale “bela doneta, la iera. Una sera tornavimo casa e i me ga fermà. Go dovudo far l’alcol test…” ha un modo di raccontare straordinariamente coinvolgente. Saranno le frasi brevi, essenziali, che arpionano e trascinano al largo, ma io la scena me la vedo davanti agli occhi, fuori dal finestrino dell’autobus. Mi vedo l’auto ferma dietro alla volante. Lui che esce, la moglie che aspetta dentro. “Soffi qui”, gli dicono, e lui sa già che finirà male. “L’umiliazion de sufiar la drento, xe veramente…veramente…brutto”. Aveva bevuto solo uno spritz, mi dice. E gli chiedo com’è andata a finire.

“Gavevo 1.78”

ala_manetteSolo uno spritz un paio di palle!

“Solo perché gavevo bevudo un spritz poco prima. Uno. Te par?” . Non riesco a dirgli nulla. La fine del matrimonio, la decisione di non guidare più, i ricordi di ieri mischiati a quelli di oggi. Tutto potrebbe acquisire senso, a guardarlo in una direzione precisa. Ma non credo sia giusto farlo.

“Negli anni Novanta me la son spassada” mi fa poi, alzandosi in piedi e prenotando la fermata. Solo ora noto la forma strana del suo gilé, gonfio intorno alla vita come un salvagente nascosto male.

“Fazevo surf, ‘ndavo in montagna…adesso cossa resta? Al massimo Barcola e Servola”.

Mi saluta con un sorriso buono e scompare. Il resto del mio viaggio è solo silenzio attraverso i vicoli di Soncini.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Closing Time” di Tom Waits

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Un Cavalier senza macchi(n)a

Autobus Nocturno 2

Nel quale un Cavaliere di terre lontane difende l’onore d’una fanciulla vilipesa

Correva, in una terra del Lazio che non voglio ricordare come si chiami, un autobus Notturno di nome Ronzinante, di quelli con l’olezzo di fritto, i vetri laidi e i bengalesi incastonati al soffitto. 

 

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L’N2 nei pressi della Stazione Termini

Importa di sapere che negli intervalli di tempo in cui si fermava, l’autobus si ingravidava di viandanti sempre più vicini l’un l’altro, con buona pace del nome d’Iddio e di tutti i Santi.

Or va’ pur narrato ciò che avvenne sul retro del mezzo, e delle voci e de’ sospiri che attirarono il nostro orecchio. O sfaccendato Lettore, seguimi in quest’avventura, popolata di donne, cavalier, canti e odori.

Come avea oltrepassato il crocicchio di Termini, Ronzinante riprese la lunga via che da Laurentina porta verso il villaggio di Rebibbia. Di fianco a me v’era Sante, nobiluomo delle Terre Lucane, che assieme alla sua dama, donna Manuela, attendea paziente l’arrivo a Tiburtina.

Una donzella dai ricci capelli, di quelle che si chiaman “da partito”, stava ritta davanti alla porta. Andava osservando un tipaccio di fronte a lei, un giovanotto italiano, di quelli che troppo vino e gozzoviglie han stordito la capacità del ragionare. Egli si movea con gran baldoria, finché ella non poté contenersi dall’esclamare che un contegno di siffatta natura mal si confaceva a un gentiluomo della Capitale.

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Un gentiluomo della Capitale

(http://forum.sky.it/ecco-il-tifoso-romanista-t421404.html)

Io non vidi bene che cos’accadde, ma dal trambusto che si creò, son portato a credere che il giovanotto, per tutta risposta, montò sugli esili piedi della fanciulla come si schiaccia uno scarafaggio entrato in cattedrale.

Ciò fatto, si scatenò ben presto un putiferio: la donzella strillò che non eran modi appropriati a un buon uomo, e che come avea molestato la sua persona così avea fatto con un’altra signorina, già scesa, che s’era sentita tirar per li capelli. Il giovane ribattè a gran voce, con improperi che non voglio qui riportare.

Il suo linguaggio da gradasso innescarono però la collera d’un cavaliere che lì sostava assieme ad altri: moro di pelle e dalla favella d’Oriente, s’intromise a difender la fanciulla, come ordina l’ordine de li cavalier erranti d’Arabia.

“Avete offeso l’onor d’una donna. Esigo che le domandiate scusa!”

“Se la Signoria Vostra domanda le mie scuse, ebbene può scordarsele!”

Avvenne che, in mezzo a decine d’altri viandanti, l’insolenza del giovin signore accendesse sempre più l’ira del cavalier d’Oriente. Garbatamente, il moro ripetè la sua comanda: egli dovea chieder scusa alla fanciulla e imparar a comportarsi a modo con il gentil sesso.

Il litigio si facea sempre più caldo. Donna Manuela, la dama lucana, si volse verso Sante, suo sposo:

“Scendiamo dall’altra parte” gli disse quieta, ed egli acconsentì.

Come se non bastasse, in mezzo al litigio s’inserì pure un uomo anziano, barbuto e canuto, e di rosso vestito. Fattosi portatore de li valori antichi, acciuffò il giovane per una spalla e poderosamente lo scosse, strillandogli: “E’ gran vergogna prendersela con chi non può difendersi!”. E se qualche garzone lì presente non l’avesse placato, sarebbero state botte per tutti. Ah, la pazienza de li vetusti!

Sarà stata la saggezza dell’anziano, o la stazza del cavalier, o l’amico che viaggiava seco, fatto sta che il giovanotto si convinse a desistere. Alzò le mani e chiese “perdono”. L’anziano annuì fiero. Il cavalier d’Oriente s’eresse, dritto nella sua figura guerresca: avea vinto, e ricevuto soddisfazione.

Tornò la quiete. Ronzinante continuava il suo viaggio nella notte romana.

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Tipica notte romana

Di lì a non molto, placato il fatto, un altro ne sopravvenne: il Giovin Signore intonò un canto. Or chiedo al Lettore di non me ne volere se non rammento quale. Lo suo scudiero cenno gli fece di silenziarsi, ma lui si scrollò di dosso l’imbarazzo per replicare:

“Lo canto m’aggrada, e deliziarvi a gran voce è per me un piacere!”

Un giovinetto, tutto pulito e ordinato che pareva Chicken Little, s’eresse oltre le teste sdegnato per gridare:

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“C’hai rotto er cazzo!”

Detto che l’ebbe, le porte di Ronzinante s’aprirono. Il Cavalier d’Oriente e il suo fido scudiero, il Babbo Canuto, acciuffarono quel villano d’un giullare e lo spinsero fuori in istrada. Il Cavalier d’Oriente immantinente gli si avventò contro con pugni et calci, rendendo così giustizia sia alla donzella offesa sia all’autobus intero.

È questa una novella, ma è accaduta davvero. Possa esser di valore per chi la legge come lo fu per chi la scrisse. Vale.

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Skaiosgaio

Scritto ascoltando “The Essential Johnny Cash”

 

Ave all’autista

Nocturno 12. (Se vivete a Roma, sapete cosa significa)

Sono cresciuto, come tutti, con i film di Fantozzi. E la scena in cui il ragioniere tenta di salire a bordo del bus mi ha sempre fatto ridere. Finché non sono venuto a Roma. Quando ho conosciuto i bus notturni, ho scoperto che Fantozzi non esagerava per niente.

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Il neorealismo

Non sono di strada e devo salire a Termini. La mia religione parla chiaro: “Mai a Termini! Sali a Piazza Venezia, che se hai culo pure ti siedi”. E, infatti, a Termini siamo già in 15.000.

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Al mio segnale, scatenate l’Inferno

Appena arriva l’autobus, la calca avanza verso le porte. Lenti e implacabili come una legione romana. È comodo, non devi neanche camminare. Ci pensano quelli dietro di te a farti salire.

Non so come, mi ritrovo a bordo, spalmato sul vetro dell’autista come carta da parati. Le porte fanno fatica a chiudersi, c’è chi si aggrappa alle chiappe altrui pur di stare a bordo. Finché l’autista non caccia un urlo. E io conosco uno dei più bei personaggi di questi mezzi pubblici.

È grasso, pelato, con il pizzetto. Indossa un cappellino del Napoli. È uguale a Zulù dei 99 Posse, e la ragazza al mio fianco (che fa anche lei la carta da parati) glielo dice subito.

Lui si alza e guarda il suo autobus come fosse il suo regno. Con la voce resa potente da una pancia pavarottesca e l’accento arrotondato da chissà quale quartiere di Napoli, ci urla:

– Se state comodi possiamo partire!

C’è scritto di non parlare al conducente. Ma Zulù è irrefrenabile. Un chiacchierone nato, da far invidia a venditori e gestori di pizzerie. Senza troppi problemi ci prende tutti in confidenza, come fossimo amici in viaggio di piacere.

L’autobus lascia la bella (!) Termini.

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Giovanotti della bella Termini

C’è talmente tanta gente che non si parla più di passeggeri, ma di un unico passeggero informe, un ammasso composto da colori diversi. Una marmellata di tante nazionalità che si sposta in modo uniforme a ogni curva.

Al primo incrocio, Zulù muove il braccione e bussa alla spalla di un bengalese aggrappato alla porta. Gli indica lo specchietto e

– Non ci vedo! – gli dice quasi in dialetto.

Ma siamo così tanti che spostarsi è impossibile. E così, da quel momento, ogni volta che l’autobus deve svoltare o accostarsi, il passeggero gli dà le indicazioni. Un lavoro di squadra in napoletano-bengalese.

– Occhio, occhio a destra…

– Vedo, prevedo e stravedo – gli risponde Zulù sereno – ho i sensori di Gùgol nel buco del culetto!

Porta Maggiore. Una delle porte più interessanti delle mura Aureliane, dove l’antica via Prenestina si estingue finalmente nella Città Eterna. È sempre stata un via vai. Un tempo c’erano i carri, ora i carrozzoni. Per coerenza con la Storia del Caos, oggi c’è un incrocio maledetto, fatto di auto, taxi, tram, autobus e lavavetri abusivi. E passano tutti nello stesso momento.

Zulù si sporge dal finestrino e chiede scusa a un automobilista

– Fateci passare, che c’ho ventimila persone avvelenate che vogliono andare a casa!

Poi, come se fosse la conseguenza più logica, si volta verso di noi e ci dice

– Forza Napoli!

Così. E poi, non pago:

– C’ho pure la maglietta con scritto Juvemmerda!

Fermata. Un altro migliaio di persone cerca di salire dove non scende nessuno. Zulù si affaccia agli avventori

– Salite, salite, che c’è posto per tutti!

Dentro, risate generali. Perché, in certi momenti, quando hai il naso nell’ascella di uno e i piedi sulle gambe di un altro, trovare qualcuno che ti prende in giro fa solo che bene.

Zulù è un bravo autista. Sa cosa significa non respirare per 30-40 minuti. E così comincia a cantare. Canzoni napoletane.

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Poteva andare peggio.

Noi ridiamo, ma lui l’ha presa sul serio. E dal momento che le conosce solo lui, cambia repertorio. Ci incita a proporre canzoni. Salta fuori, naturalmente, Pino Daniele.

Il Notturno 12, carico di gente e lanciato verso la periferia, è diventato il pullman di una gita scolastica. Centinaia di sconosciuti cuciti uno addosso all’altro, per mezzora, sono entusiasti compagni di viaggio.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Birdland” dei Weather Report