Giù per il Tubo – il fenomeno degli Youtubers

Treno Regionale Fiumicino-Roma Tiburtina

Youtuber: [ju’tubə(r)] s.m. (der. di Youtube) Ragazzino che guadagna denaro giocando alla Play e caricando i video su Youtube. Vedi anche: genio.

Quando lo dico ai miei coetanei, cioè agli anziani over 25, mi trovo sempre addosso uno sguardo pieno di compassione. E brandendo i loro bastoni da passeggio e i loro fiaschi di vino, cercano di convincermi che cose come gli youtubers non esistono, che sono invenzioni dei comunisti.

E invece sul treno regionale che mi porta alla Stazione Tiburtina si parla di questo. Due ragazzini, seduti uno appiccicato all’altro, si passano tra le mani una lattina tutta grigia macchiata di ghirigori blu. Se la avvicinano al volto e i loro occhi si ingigantiscono di stupore, un po’ come capita a me quando apro le bollette.

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“87 euri per una voltura?”

Tra loro parlano un romanesco oliato di inglese e videogames. Non si spiegherebbe la mia curiosità per loro se non fossi appena sopravvissuto a dieci ore di lavoro in fiera, in cui erano presenti…sì, gli youtubers, seduti su un palco a giocare a Fifa davanti a una platea sbraitante di centinaia (cen-ti-na-ia) di ragazzini spiritati. E così, sistemandomi un immaginario cinturone da sceriffo texano, mi avvicino ai due mocciosi e chiedo:

sheriff– Che diavolo avete da essere così esaltati per quella diavolo di lattina, mocciosi?

(ok forse non proprio con queste parole, ma l’intenzione era quella)

Quello più grandicello, che poi era probabilmente solo più cicciotto, mi mostra la lattina e mi indica i ghirigori blu, spiegandomi essere gli autografi degli youtubers. Nomi che io non conosco.

– Vede gentile signore, questo è scrpczyijhn, e quest’altro è msdkdjxsx! Come, non li conosce?

Il fenomeno degli youtubers è americano, e da qualche anno è approdato con successo anche in Italia. Non ci vuole nulla per diventare youtuber: basta avere un computer, una webcam e una connessione decente. Il fenomeno è esploso presto, frammentandosi in tutti gli ambiti, tra cui anche i videogiochi. E alcuni di loro sono famosissimi, con centinaia di migliaia di visualizzazioni. Non credevo avessero una portata simile fino a quando non ho visto i fan travolgere una transenna per raggiungerli. Un’orda di nani ricchi e sudati.

Ah, per la cronaca: io ero in mezzo.

Insomma, è una nuova forma di produzione audiovisiva in crescita, che ti permette di stipulare un contratto e inserire spot pubblicitari (di cui Google trattiene il 45% dei ricavi, fonte l’Espresso). E dove ci sono tanti numeri, spesso ci sono tanti soldi. Questi ragazzini incamiciati e dalle battute banalotte sono ora seguiti da manager e agenzie, tipo quella di Luca Casadei (già agente televisivo ora dirottato sul web, e non certo per motivi di crisi).

L’altro ragazzo ha lo sguardo più vissuto. Minuto e magrino, ha la parlantina sciolta di un Ninetto Davoli nei tempi d’oro. Con un tono da ergastolano mi confessa di avere 12 anni e di essere uno youtuber anche lui. E pure il suo amico, riappropriatosi della lattina autografata, è uno youtuber. Insomma, com’era prevedibile, sono tutti youtubers.

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Siamo circondati da youtubers.

Anche quel ragazzino tenero che vedi alla fermata d’autobus sotto casa, ci scommetto il mio rubinetto (è la cosa più nuova che ho, abbiate pazienza!), in realtà è uno youtuber. Perché è facile. Perché dà popolarità.

E quel Ninetto Davoli di 12 anni che si agita vicino a me, mi aiuta a entrare in quel mondo con pazienza infinita. Mi dice che ha fatto dei video, in cui commenta (indovinate un po’?) dei videogiochi. E che fai, domando, i commenti stile Gialappa’s? Si straniscono, e io capisco in un attimo che loro, la Gialappa’s, non sanno neppure chi siano.

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Poi l’amico si sporge verso di me, arrotolando sotto alla maglietta un esercito di rotolini di grasso.

– Ha già fatto 90 visualizzazioni! – esclama colmo d’orgoglio per l’amico. Ma Ninetto scuote il capo. Potesse fumare, farebbe il gesto di togliersi la sigaretta di bocca per spegnerla su qualche dipinto istituzionale.

– Mo’ me so bloccato. Devo pijarme er Mac. Se nun c’hai er Mac nun li fai i video – poi mi si fa vicino, quasi minaccioso – come ‘o fai l’editing? Con Windows? Seee!

Davanti a me, una schiera di ragazze ridacchia, e non so dire se stanno ridendo di lui che ha imparato a camminare l’altro ieri e già si atteggia da professionista, o di me, che chiedo perché piacciano tanto gli youtubers. Youtube è la nuova tv, e lo spettacolo nazionalpopolare, come al solito, è sempre il primo a cogliere i tempi che cambiano. Ma come non provare pelle d’oca nel vedere centinaia di ragazzini gettare monetine da un euro ai loro beniamini (forse) pagati per stare su un palco a giocare alla Play? Avevo chiesto a uno di loro se fossero soldi veri quelli gettati sul palco, e con tutta la naturalezza del mondo mi ha risposto Sì CERTO, poco prima che sua zia lo strattonasse via ringhiandogli 

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TE POSSINO!

I due mi salutano e scendono a Tuscolana. È solo ora che capisco tutto. Nel vederli in piedi muoversi con la fragilità di due bambini, mi rendo conto che, in fondo, non c’è niente di cui preoccuparsi.

Fabio Marson

Scritto ascoltando “Beggars Banquet” dei Rolling Stones

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La Terra dei Cambi

Sanremo – Roma Termini. Dopo una settimana passata a Sanremo a seguire il Festival per un programma tv (#sanremoinside), viene il momento di tornare a Roma.

Saliamo sul treno diretto, ci addormentiamo, ci risvegliamo a Termini.

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Questo è il piano

Niente di più facile.

Il 17 gennaio, però, ad Andora (Liguria) è deragliato il treno Milano-Ventimiglia. E lì è rimasto, con tutte le conseguenze del caso. Conseguenze che se ne infischiano se a Sanremo, dal 18 al 22 febbraio, si svolge il più importante Festival della Canzone Italiana.

Siamo in tre: io, Antonella e Valeria. Percorriamo i 18 km della stazione (deserta, e c’è un motivo) di Sanremo per approdare al binario 2. Il primo di una lunga serie. Siamo ancora freschi e protetti dalla nostra ignoranza. Ci diciamo che, alla fine, basta solo arrivare a Genova per trovare un treno diretto. Già.

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Tanto viaggiamo leggeri

Dopo aver fatto ordine con i biglietti, su cui il simpatico omino delle FS aveva scritto orari sbagliati, capiamo che la strada subirà qualche piccola deviazione.

Sanremo-Diano Marina è solo la prima tratta. Dobbiamo uscire dalla stazione e montare a bordo di un pullman soffocato da un caldo che a febbraio non ha proprio senso. Il pullman parte con una sicurezza sorridente da agente immobiliare, addenta curve ardite e Antonella già non si sente tanto bene. Arriviamo ad Andora sani, salvi e asciutti, e come viaggiatori professionisti saliamo sul treno diretto a Genova Brignole.

C’è solo il tempo per sistemare i bagagli, i manifesti di Sanremo che già non sopportiamo più, e prendere fiato. A che ora arriviamo a Brignole?

Una voce emerge nascosta dietro a chissà quale sedile: “non va a Brignole questo”. Come non va a Brignole? E dove va? Meglio chiedere al controllore appena arriva.

Passano 15 minuti e il controllore non arriva. Capiamo che dobbiamo cavarcela da soli. Un veloce calcolo, azzardate scommesse su eventuali ritardi e aggiorniamo al volo il piano meglio di un tomtom: scenderemo a Savona e lì prenderemo il treno per Brignole. Va bene, dopo basta, però.

A Savona scendiamo dal treno e una domanda ci assale: dov’è la stazione? A destra e a sinistra c’è solo un lungo binario. Oltretutto, non vediamo neppure sottopassaggi, né tantomeno un ambasciatore delle Ferrovie dello Stato disposto a indicarci la via. Una ragazza cinese si avvia sconsolata sussurrando un fragilissimo “oh mamma mia”.

Dietro di noi, intanto, è comparso un bambino.

Avrà 2 anni e ci guarda con occhioni liquidi e terrorizzati. Suo papà è lì in fondo, che corre come una gazzella verso l’orizzonte. Antonella gli urla che non si lasciano così i bambini, ma quello niente, dominato dal panico dei sottopassaggi invisibili non ci vuol sentire. Ecco, ci mancava il bambino. Ora noi, con trolley, zaini, computer e manifesti di Sanremo, dobbiamo pure accucciarci e dirgli che va tutto bene, e bloccare il pianto sul nascere. Ma come non spaventarsi di una persona che ti sorride stringendo sottobraccio i manifesti di Sanremo?

Trovato il sottopassaggio, restituito l’infante all’infausto padre, ci dirigiamo verso il nostro binario. Il paesaggio che abbiamo davanti agli occhi è allegro come il deserto del Gobi.

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Ritroviamo la coppia di cinesi, ancora increduli di cotanta disorganizzazione. Antonella si avventura in cerca di un bar, solo per poi riemergere dalle viscere della Terra con la peggiore delle notizie: “Niente bar qui sotto”.

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Antonella finge entusiasmo con i manifesti di Sanremo sottobraccio 

Ci mettiamo un po’ a scoprire dove si trova il bar: è laggiù, dietro quella coltre di nubi. Ce la possiamo fare.

Abbiamo incontrato un bambino, ora tocca a qualcun altro. Nei due minuti in cui lascio sola Antonella, ecco che si palesa la matta. Si affianca a lei e a un ragazzo africano, e si avventura in un’orazione sulla necessità dell’espulsione immediata di tutti gli immigrati. E non solo. Visto che Antonella opta per l’ignoramento (detto anche “fare l’indiano” a proposito di immigrati), questa si scaglia contro di lei, affermando che è maleducazione non assentire con chi propone tali soluzioni. Purtroppo quando arrivo io è già tutto finito, e posso godermi solo il piacere dell’immaginazione.

Ricapitoliamo: abbiamo sbagliato treno, incontrato un bambino abbandonato e discusso con una pazza. Cos’altro manca? Una donna incinta? Uno sciame di cavallette? Uno scippo?

Il treno che ci porta fino a Brignole è in ritardo. 12 minuti. Si paventa l’ipotesi che…nonono.

Proviamo a distrarci. Ci sono gli stranieri a bordo, ecco, ridiamo degli stranieri che si cagano sotto ogni volta che devono prendere la coincidenza in Italia. Ah ah.

Niente da fare, per quanto ci sforziamo, quelle due parole, “perdere” e “coincidenza”, si attraggono l’un l’altra come magneti ghignanti.

Il treno sembra recuperare. 12 minuti. 11. 10. A 9 minuti chiudiamo gli occhi e preghiamo che non succeda nulla: non un suicidio sui binari, non un guasto, non una vacca kamikaze.

Ce la facciamo. Il Frecciabianca diretto a Roma ci accoglie bonario nella sua pancia mezzavuota. E pazienza che l’aria condizionata sia accesa a febbraio, o che il vagone ristorante proponga solo un pacco di Ringo mezzo sbriciolato da un euro e cinquanta. M’incanto davanti a Toscana a Lazio scorrermi sotto agli occhi finché non mi addormento anche io. Ce l’abbiamo fatta. Ma non ad arrivare a Roma, no. A non gettar via i manifesti di Sanremo. Ecco, se possibile, evitate di viaggiare con dei manifesti di Sanremo sottobraccio.

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(Perché la terra dei cambi è la terra dei cambi)

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Scalpel” degli Alice in Chains

Singin’ in the train

DIstrazione

Intercity Notte, Napoli – Trieste

Mi affaccio e lo trovo lì. Espanso come un polpo, i capelli stretti in una coda di cavallo unta e nera, le gambette rollate in vecchi jeans logori anni Novanta, sbiascica parole a voce alta sistemandosi ossessivamente la maglietta verde militare. Di fronte a lui c’è Boccia: una trentina d’anni, cicciottello, composto e pelato come un bimbo, è tutto rosso in viso. Mi guarda con un sorriso divertito che odora di latte. Sono napoletani entrambi e mi accolgono con lo stesso entusiasmo con cui si accoglie un portapizze.

Il paesaggio è già una tinta unita color carbone. La vita è tutta dentro questo appiccicoso scompartimento di seconda classe. Polpo è un logorroico dall’alito aspro come il terrano, e gesticola con una libertà che gli invidio. Al suo fianco, come una sciabola d’ordinanza, una bottiglia di vino vuota. È ubriaco, e Boccia mi strizza l’occhio: va assecondato. E poi è innocuo.

Polpo è un napoletano che vota Lega Nord, per sua stessa (e orgogliosa) ammissione. Borbotta intrecci politici azzardatissimi ma fieri di una logica personale, limpida come le acque del Po.

ImmagineLimpidezza

Estrae una sigaretta e fa per accenderla. Noi, con un sorriso, lo convinciamo che è meglio se se la fuma in bagno. Siamo in uno stato di Polizia, non c’è concesso niente, eccetera eccetera. Abbocca e ci lascia in pace qualche secondo.

– Lo conosci?

– Macché! Gli sto solo dando corda. Quello sicuro si sta fumando una canna ora.

E infatti eccolo lì che fuma nel corridoio. Mi guarda. Mi strizza l’occhio.

ImmagineAttenzione: l’immagine potrebbe non corrispondere alla realtà

In Toscana, chissà dove. Sale un uomo brizzolato arroccato in un elegante completo scuro. Assomiglia vagamente a Bocelli, e pure lui non guarda nessuno in viso. (ora non fate i moralisti su questa battuta, su) Ha con sé una chitarra. Si capisce già dalla custodia che è roba seria, e la stringe tra le mani come fosse una scultura di Modigliani.

Polpo lo fissa incuriosito. Freme. Sbatte i piedi, schiocca la bocca, si struscia le mani. Alla fine, come o’ caffé, non resiste più ed esonda

– Chitarrista?

E gli mima il gesto della chitarretta. Il musicista annuisce educato. Gli precisa che insegna musica in una scuola statale e poi sì, è chitarrista.

Polpo non crede alle sue orecchie. Gli sboccia un sorriso, lo sguardo illuminato dalla luce della musica. Insiste insiste e insiste, finché il musicista acconsente: suonerà qualcosa.

Polpo si raggomitola zitto e buono, pronto all’ascolto. Il brizzolato estrae la chitarra, lento come un sacerdote. Pizzica Bach con una precisione commovente. Boccia mi guarda estasiato. Qualcuno allunga il collo dagli scompartimenti vicini per ascoltare. Ma Polpo non sembra soddisfatto. Appena la chitarra tace e i complimenti si sprecano, Polpo richiama l’attenzione del maestro:

– Ma Pino Daniele lo sai suona’?

– No. Suono musica classica.

– Claudio Baglioni? Zucchero? Facci “Con le mani”. Con le mani sbucci…le cipolle! (attacca a canticchiarla)

– Non lo so fare. Suono solo musica classica.

Polpo si spalma sul sedile. Qualcosa non lo convince. Eppure è una chitarra come le altre! È deluso.

ImmagineIl chitarrista secondo Polpo.

Il Maestro ci racconta (a me e a Boccia, Polpo è chiuso nel suo pensiero) che ha già inciso 7 dischi. Ce ne mostra un paio, ci racconta della chitarra che suona, costruita da un liutaio con non so che tipo di legno pregiatissimo.

ImmagineIl liutaio pregiatissimo

Polpo scuote la testa. Gli bussa al braccio, tutto serio. Con un tono di voce basso e paterno, gli spiega come stanno le cose.

– Si tieni ‘na chitarra, devi sunnà ‘e piezz’ che se cantan’! Sinnò ca suoni affà?! Napule è, Zucchero, sti ccos’ ccà! Sinnò se strimpelli la museca classica – bella, eh! –  nun ‘e faje ‘e denar’. Non fai i soldi! Faje ‘o disco, e chi se ‘o accatt’?! T’accatt’ tu ebbast’! E’ nu peccat’, no? Stamm’ a sentì: faje pure ‘e canzon’ ca se cantano. Fidati che o’ sacc’!

Il Maestro insacca la chitarra. Polpo si distende e si copre il viso con una maglia. Si addormenta. Nella nostra carrozza tacciono tutti.

 Skaiosgaio

Scritto ascoltando “The Honour of Silence” dei Death in June.

Consulenza linguistica napoletana: Renato Fiorito.

Little Trenitaly

Intercity 588. A Roma Termini, il treno non parte. Suspance. Quei cinque minuti di ritardo annunciati diventeranno dieci? Quindici? Ho tutto il tempo per leggere e sono da solo nello scompartimento. Piazzatissimo. I minuti di ritardo diventano quindici. Venti. Quando scatta sui trenta comincio a preoccuparmi.

Un tizio qualunque passa accanto allo scompartimento e annuncia che si cambia treno. Ecco, cominciano le leggende metropolitane.

Un nugolo di Trenitaliani (impiegati Trenitalia) discutono sul da farsi. Ripartirà? Conosco Antonio: napoletano, vive e lavora a Venezia. Mi racconta che, da quando hanno soppresso il diretto Napoli-Venezia, deve cambiare a Roma. E che il Napoli – Roma si portava già 30 minuti di ritardo.

– La prossima volta prendi l’aereo – gli dico.

– C’era sciopero.

Quando annunciano i 70 minuti di ritardo, una voce partenopea manda tutti a quel paese. Cambiamo treno davvero. Nuovo scompartimento e…nuovo compagno di viaggio.

Pasquale non c’era prima e già so che deve aver sbagliato carrozza. C’è sempre qualcuno che sbaglia carrozza. Mi dice qualcosa che capisco a fatica: napoletano stretto e borbottato.

Anche il nuovo treno segue la tradizione: è in ritardo pure lui. Scendo e chiacchiero con Luigi. Giovane napoletano (sono tantissimi!) ogni volta che parla scuote la testa. Viaggia con moglie e una bambina piccola. Si può continuare così? Mi chiede. Lavora in Toscana e deve essere in ufficio alle 14. E noi abbiamo appena toccato i favolosi…

100

…100 MINUTI DI RITARDO!

Una volta partiti filiamo che è una meraviglia.

A Prato salgono due donne cinesi, e la tradizione è salva. Una è anziana, l’altra giovane. La giovane sale solo per aiutare l’altra, ma la prende con troppa calma e il treno riparte. Non possiamo mica permetterci un ritardo, no? Ora deve aspettare Bologna per scendere e, in qualche modo, tornare indietro.

(Su come gli orientali si incasinino sui nostri mezzi pubblici, ne ho già scritto qui.)

Nello scompartimento, rimaniamo io, Pasquale e l’anziana Chun-Li (nome di fantasia).

Un Trenitaliano passa di scompartimento in scompartimento a elargire sacchetti omaggio per farsi perdonare. Dentro, un succo di frutta, una bottiglia d’acqua e dei biscotti. Fa un po’ Protezione Civile, penso. Ma se non altro…

fantozzisacchetto

…si mangia!

Chun-Li scoppia a ridere e non si ferma più. Io e Pasquale ci scambiamo un’occhiata. Cosa ci sia da ridere in un sacchetto di plastica, davvero non lo sappiamo.

Ma a Chun-Li non interessa la logica. Le fa ridere e ride. Non paga, comincia a chiacchierare con noi. E la vecchia, c’è da dirlo, ha una parlantina insaziabile come mai avevo visto in bocca a un cinese. Solo che Chun-Li ha un piccolo problema: parla solo cinese.

Quando uno ti parla e tu non lo capisci, non ti viene da ignorarlo. Cosa fai? Cosa ti sta dicendo? Io, nel dubbio, sorrido e annuisco. Ma la mia reazione aperta spinge Chun-Li a insistere nella conversazione. E io le rispondo. In italiano, in inglese, è uguale.

La stessa reazione ce l’ha anche il buon Pasquale. Che, però, parla solo napoletano.

Davanti a me c’è lui, che mi dice delle cose che non so. Alla mia sinistra c’è lei, che dice altre cose che non so. Ma si diverte da matti. E io, al centro, che sorrido come un ebete.

Mentre recuperiamo i nostri bagagli (Chun-Li è scesa a Mestre, come da tradizione), io e Pasquale parliamo un po’ meglio. E, sarà l’orario, sarà l’aria del Nord-Est, stavolta lo capisco. Pasquale è salito per trovare i suoi figli, trasferitisi anni fa. È sereno, ma in faccia ha tutta la sofferenza di una vita di scelte.

E così, mentre agguanto il mio trolley, mi dice che è contento che i suoi figli siano scappati da Napoli. – Una brutta situazione – mi confessa – Lì, la gente spara.

(È il secondo che incontro e che racconta queste cose. L’altro era qui.)

Pasquale mi sorride. È contento di aver superato questa brutta situazione.

Il treno ha recuperato 40 minuti. Del ritardo di 60 minuti, all’improvviso, non mi interessa più nulla.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Centocinquanta stelle” di Francesco De Gregori.

Ho visto un Renzi

Intercity 598, da Trieste Centrale a Roma Termini.

– Mi scusi, lei è un grillino?

È una signora anziana, come se ne vedono parecchie sui mezzi pubblici. È anziana e vestita da anziana, con un cappotto lungo ed elegante da anziana. Ma il sorriso, fresco e benevolo, ricorda quello di un comico di strada.

– Come scusi?

– Lei è un grillino?

Non è la prima volta che mi appioppano tessere di partito. Mi hanno dato del comunista e del dipietrista. Sarà la barba, saranno gli occhiali. Mi hanno anche dato del leghista, perché sono del nord. Ed è ovvio, se sei del nord sei leghista.

– Direi proprio di no.

– Bravo!

Si allontana. Il treno sta entrando a Termini. I passeggeri si alzano ad acchiappare i bagagli. E pure io, in effetti, dovrei farlo. Ma quella signora mi incuriosisce molto.

– Sembro un grillino?

– Ci stanno rovinando!

In pochi secondi la signora attira a sé tutto il vagone.

– Ci voleva Renzi!

Ah beh, sì beh.

La signora parte con un comizio per Renzi. Non sarà grillina, ma la piazza ce l’ha nel sangue lo stesso.

Poi mi chiede scusa. Lo sa che non è educato fare domande di politica alla gente, ma è più forte di lei. Suo marito, un magistrato di Roma, glielo dice sempre. Non fare comizi. Ma è la sua passione.

Mi chiede da dove vengo (Trieste) e mi sorprende: non mi nomina né Trento né Treviso né Miramare e neppure la Bora. Mi parla di lei.

Marchigiana, si sposta a Roma per amore. Si sposa e si mette a insegnare.

– Ero una maestra – dice orgogliosa, con l’enfasi di un tempo andato, quando “maestro” significava davvero magister. Grande e degno di rispetto.

L’Italia oggi non la riconosce più. Quel Grillo, con quei grillini, sfasciano un paese già in macerie. Ci fosse stato Renzi… Proprio un brav’uomo, mi dice. Se invece di quel moribondo di Bersani avesse vinto Renzi, Grillo non avrebbe vinto.

Ah beh, sì beh. Le dico che secondo me Grillo avrebbe vinto comunque. Ha indovinato la pancia della gente. Ma lei scuote la testa. Non si può contestare la parola di una maestra.

Poi mi si avvicina. Perché voi giovani non vi ribellate?

E io non so rispondere. Se ci ribelliamo in piazza i poliziotti ci menano. Allora, in genere, emigriamo, e le nostre scoperte le regaliamo a chi le merita. Come faceva Da Vinci.

Però non glielo dico. Anche perché lei s’è già voltata per parlare di Renzi con un signore coi baffi. E poi io non sono tipo da ribellarmi in piazza, né da emigrare per regalare invenzioni alla Nasa. Anche perché l’unica mia invenzione, scoperta assieme ai miei amici Lollo, Frizzy e Iv nel lontano 2008, è la pizza italianissima (pomodoro, mozzarella, 2 tipi di formaggio, 1/2 cipolla, funghi, melanzane, zucchine, patate e 44 gr di spaghetti. 44 perché rimanda all’omicidio di Giulio Cesare). E la Nasa, per questi progetti, non è ancora pronta.

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La pizza italianissima

La signora mi prende per un braccio. Mi dice che suo figlio, ingegnere civile in Emilia-Romagna, è disoccupato da 6 mesi.

– Un ingegnere disoccupato? – sono sorpreso. All’università gli ingegneri erano i primi a sfottere noi di Lettere. Ah, facile ironia.

– I cantieri chiudono – mi fa.

Quando il treno si ferma, una lunga coda di passeggeri si snoda pronta a scendere. La intravedo lì in fondo. Ha accalappiato un altro ragazzo. Non sento di cosa parlano, ma me lo posso immaginare.

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Di lui

Scendiamo. Mi incammino verso il solito tram 14. Ed eccola lì, all’inizio del nostro binario. Mi saluta e mi presenta un tipo alto e brizzolato. Ci stringiamo la mano e non so neanche chi sia.

Io e la signora, dopo qualche convenevole, ci salutiamo. Mi dà la mano e mi dice

– In bocca al lupo.  

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Ho visto un re” di Dario Fo, Paolo Ciarchi, Enzo Jannacci.

Due ambulanti (in stile Baricco)

Intercity 592 da Roma Termini a Trieste Centrale. Polvere a perdita d’occhio, fra gli ultimi scompartimenti e l’intercity -City- nell’aria pesante di un pomeriggio pre pasquale, pregando il Paradiso che quel treno parta in orario, sgusciando come un’anguilla -un’anguilla- fra locomotori guasti e improvvise bufere di neve. Neve. Improvvise. Anguille.

Allora, solo allora, Skaiosgaio girò lo sguardo. Davanti a lui, immobile come l’argilla essiccata al sole del mare – il mare- trovò il signor A.

Il signor A viveva su quel treno. Forse mai v’era sceso, per rincorrere le lucciole della Stazione Termini o per volare come un gabbiano -un gabbiano-, lassù, lontano dalla realtà degli uomini e vicina alla realtà di Dio. Skaiosgaio lo salutò con un timido, asciutto cenno del capo, ma i suoi occhi color ebano l’avevano visto. Visto. Viste come le balene quando emergono per respirare -respirare- l’aria pulita -pulita- impreziosita dalla salsedine libera e fresca dell’Oceano. Oceano. Vista come windows, la finestra aperta, bloccata, inesorabilmente bloccata e ferma, immobile, gelida. Tra le mani del signor A pendevano, come piccoli, innocenti pipistrelli in una grotta fresca e dissetata dalle acque della pioggia d’estate, delle calze di seta – seta- nera. Nera, la seta. Seta nera come la cera la sera. Morbida. Moribonda. Onda.

– Vi rubo (gli dava del “voi”, come un tempo andato i genitori dei suoi genitori, forse, con pennellate di inutile, drammatica educazione) solo un secondo del vostro tempo.- Così disse.

Skaiosgaio assaporò quell’accento partenopeo che sapeva di zenzero. Non è raro, a Roma, trovare viandanti del sud. A Termini, poi, è cosa buona e giusta. Buona. Giusta. E.

Voleva trattare un affare, il signor A. Gli porse le calze, gli fece un prezzo. Nel vagone numero 4 non c’era nessuno, anima viva, calda, polposa.

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Polpo

– Tengo famiglia – gli disse infine, per convincerlo a comprare quegli oggetti dal sapore d’oriente.

Skaiosgaio scosse il capo, un’ondata di capelli sciolti e liberi come aironi d’estate. Al terzo diniego, il signor A gli chieste, con un fil di voce, l’offerta di un caffè. O’caffè. Se ne andò, uscì, scomparve.

Secondi. Minuti. Tempo che passa, che va, che viene, che torna.

Polvere. Luce. Gas.

Un libro aperto. Il treno fermo. Skaiosgaio immerso nel mondo delle parole, virgole, punti.

– Buongiorno professore-

Eccone un altro. Calze. Partenopeo. L’accento del Sud, grande, immenso, assolato sud dal sapore del mare -mare-.

Skaiosgaio non si sorprese di essere chiamato professore. Aveva un libro. Aveva gli occhiali. E malgrado la crisi dell’insegnamento, i tieffeà (tfa), in Italia tutti sono professori o dottori.

– Mi scusi, dottore – Ecco. Infatti.

Altre calze, altri sorrisi. È il signor B, chiuso in una tuta azzurra come il mare. Il mare. Il.

Gli offrì una cravatta, lunga come la lingua di un cane. Skaiosgaio gli sorrise, disse che non ne aveva bisogno e infilò la mano nella tasca.

Il signor B sbiancò come la spuma del mare. Il mare. La spuma. Temporeggiare bevendo la spuma. Del mare.

Skaiosgaio estrasse una matita. Sottilenea sempre i libri che legge. Gli sembra di essere più vicino a Dio, o forse, solo, più vicino all’Io. Alla vista della matita, il signor B trasse un sospiro di sollievo. Skaiosgaio non era un poliziotto. Per fortuna. Sospirò. Si siedè.

Skaiosgaio prese la parola, antica, buffa, del nord.

– È già passato il tuo collega – gli disse in un sorriso primaverile. 

Il signor B. si scurì, come il mare la notte. Non è possibile. Su quel treno c’è solo lui. Solo lui ha il permesso. Permesso. Chi è? Io. Prego. Lui.

– Allora non è tuo collega – gli rispose Skaiosgaio – è la concorrenza-

Il signor B si spaventò. Solo allora, e solo allora, Skaiosgaio notò l’orecchia a sventola, solo una, solitaria come una stella nel grigiore di una siepe addormentata sull’uscio della porta di un albergo sulla spiaggia di Calais.

– Aveva gli occhiali? – chiese, e Skaiosgaio tornò con la mente alle risate, divertite, infantili, di Indovina chi. Ma stavolta, no, non è Eric. E neanche Sam. Negò.

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– Era vestito di nero? – nero come l’assenza dei colori, pensò Skaiosgaio. Nero come d’Avola. Negò.

I due uomini rimasero in silenzio. Silenzio. Quel silenzio. Quello del mare quando non c’è un filo di vento. A vederli da lontano, si sarebbe potuto dire che non si conoscevano neppure. E, di fatto, era così. Non si conoscevano. No.

Il signor B gli chiese un caffè. Professore, un caffè. Skaiosgaio negò unaltra volta. Non può offrire caffè a tutta la Stazione Termini. Termini. Mai parola fu tanto giusta per concludere una conversazione.

Il signor B s’accomiatò. Scomparve. Forse, svolazzò a cercare il suo concorrente. Solo lui, sul quel treno, poteva mettere piede. Magnifica prerogativa del permesso. Chi è? io. Prego. Grazie.

Skaiosgaio ruotò gli occhi sul romanzo. S’immerse nella lettura. Il treno lasciò la stazione. Cigolando. Lo scompartimento rimase vuoto fino a Trieste. Solitario, come l’alcione. Come. L’.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Andate tutti affanculo” di The Zen Circus

Piramo e Tisbe

Intercity 584 Trieste – Roma. Maciniamo stazioncine del Friuli con la sicurezza di un airone. Affondo le gambe nello scompartimento vuoto ed è un piacere infinito. La seconda classe è lusso, quando non c’è nessuno… Poi, però, arrivano loro. Li sento salire sulla carrozza e già so che puntano al mio scompartimento. E non solo. So che prenderanno il posto di fronte al mio.

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Tonfi tipici, maledettamente tipici di un trolley obeso, seguiti dallo strisciare stanco della terza età, quella aspra e combattiva. Non ho scampo. In pochi secondi, una coppia di anziani pugliesi si materializza davanti al vetro del mio scompartimento.

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Sono in due ma hanno valigie per tutti quanti. Potrebbero esserci i cadaveri di un’intera famiglia lì dentro. Lui spalanca la porta e si guarda intorno. Lo saluto. Mi guarda disturbato, il biglietto tra le dita. Poi, come se non ci fossi, conquista le mie terre.

Confesso. Se c’è una cosa che non sopporto, è la gente che non saluta o, peggio, che non risponde a un saluto. 

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Due passeggeri chiacchierano a bordo di un Intercity.

Dietro di lui, la moglie strilla qualcosa che non capisco. Lui le risponde con un borbottio da caffettiera e quella scompare.

Riporto le gambe nella scomoda posizione fetale. Lui ha sistemato le sue valigie e si è seduto, naturalmente di fronte a me. La moglie, però, è finita nello scompartimento vicino. Ritorna dal marito e gli mostra il biglietto. Sì, posto 65, le abbaia. Quella, sconsolata, torna nello scompartimento accanto con la coda tra le gambe. Lui comincia a fissare il vuoto.

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Ecco, penso. Di nuovo la mia coscienza civica messa a dura prova. Devo informarli di quanto sia assurdo pensare che un biglietto per 2 passeggeri occupi 2 carrozze diverse? Devo dirglielo che hanno letto male il numero dei posti o no?

No che non glielo dico. Potevano essere più educati. Ecco.

Viaggiamo assieme, io e lui, per chissà quanti chilomentri. Lui non dice niente, guarda il biglietto e poi davanti a sé, come un gufo. Non mi vede proprio. Penso alla moglie, e al fatto che probabilmente avrà lo sguardo spaesato come il suo, nella carrozza a fianco. Ogni tanto lui si china di lato e le urla qualcosa, in dialetto stretto. La vocina di lei risponde, galoppando sul macinare del treno e bucando il muro.

È ora di pranzo. Lui si alza ed esce dallo scompartimento. Poco dopo, la moglie lo raggiunge, con un borsone rosa tra le mani. Hanno pane in quantità, insaccati, vino rosso, frutta. Ricordano i contadini descritti dai romanzieri degli anni Cinquanta, che scendevano in città con il cesto colmo di viveri casalinghi. Bom, la go cagada.

Pranzano in piedi, nel corridoio diventato magicamente una terra senza confini. Non c’è scompartimento né dislessia che possa separarli.

Piramo si pulisce la camicia dalle briciole e impone (in pugliese) alla sua Tisbe di rimettere tutto a posto.

A pancia piena, però, Piramo si accorge del misfatto. Ha controllato il biglietto con l’ossessione di uno scommettitore incallito per ore. Ma alla fine ha vinto lui.

– Tisbe! Tisbe!

Ora è pronto a trasferirsi nello scompartimento giusto. Ridono di se stessi. Mi sento un po’ in colpa (ma non troppo, lo ammetto) e li aiuto con il trolley.

Pesa un quintale, ma non sembrano nemmeno rendersene conto.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Lilly” di Antonello Venditti