Bianco e Nero (ma non si parla di vino)

Linea 13 (Cattinara – Raute)

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Quarta puntata del viaggio a bordo degli autobus di Trieste. Quest’articolo lo trovi anche sul quotidiano online Bora.la!

È una linea istituita da pochi anni, ma vanta già un primato curioso: è la più breve della Trieste Trasporti. Appena vengo a saperlo, mi domando chi sono i frequentatori di questo rigagnolo di fermate, che da Cattinara scorre lungo via del Castelliere per esaurirsi nell’invisibile quartiere di Raute. Beh, c’è solo un modo per scoprirlo.

Salgo a bordo all’ombra dell’ospedale, e sono solo. Fuori c’è il sole, ma tira un vento gelido, bravissimo nel confonderti qualsiasi convinzione meteorologica. L’autista è lontano, e chiacchiera con un tassista. Si rubano a vicenda occhiate all’orologio.

Non ho una destinazione vera e propria, e non so bene cosa aspettarmi. Una cosa spiacevole sarebbe scoprire nella 13 una linea anonima, una semplice protesi del trasporto pubblico locale. Ma è già la prima fermata a smentirmi: chi sale a bordo sembra entrare nel bar del paese. Saluta l’autista, sorride al vicino, domanda a quello in fondo come stanno i nipoti. Ci si conosce tutti e, quando si scende, è uno scoccare di “buone ferie” e “passa ben!”. Io sono spettatore esterno di tutto ciò, e spio questi saluti caldi e cordiali con quello sguardo stretto che ha lo “straniero giunto in città” nei film western. Ma non c’è molto da capire, quest’autobus è semplicemente un paese su sei ruote.

Via del Castelliere si apre sul Golfo in modo inaspettato, e mi viene da pensare che se non fosse asfaltata sarebbe un’ottima passeggiata distensiva, un diversivo che, nei pressi di un ospedale, sarebbe utile a molti per raffreddare paure e pensieri.

Ci vogliono meno di cinque minuti per arrivare al capolinea, e altrettanti per ripartire e tornare al punto di partenza. Mancano sì e no 100 metri all’arrivo quando l’autista si accosta e, con un colpo di clacson, chiama un’anziana dall’altra parte della strada. La donna sale a bordo con un sorriso a mezza luna, e per ringraziare l’autista gli promette una manciata extra di confetti…quando si sposerà. “Co te se sposerà ti no gaverò più denti!” scherza lui, mentre inserisce la freccia a sinistra.

È una tipa dal carattere aperto, e non ci vuole molto per innescare una chiacchierata. Siamo già fermi al capolinea, in una Cattinara fredda ma illuminata dal sole d’agosto, ma non fa niente.

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Il capolinea della 13, presso l’Ospedale di Cattinara

Incuriosito dall’accento le chiedo di dov’è. “Sono istriana” mi informa con un vocione “di Sicciole”.

Io annuisco sorridente, e come un beota qualsiasi rispondo con l’unica cosa che conosco di Sicciole: “le saline!”. Non è un ragionamento, giusto mero nozionismo partecipato, come quelli che nel sentire “Trieste” rispondono con “Bora”.

Borachq

“Ma a Trieste si va al mare? E come fate con la Bora?”

Mi scuso quasi subito, non voglio apparire invadente. Ma, le spiego, ho fatto la tesi di laurea su Tomizza, e insomma l’Istria mi ha sempre affascinato. Ed così che, a bordo dell’autobus più discreto di Trieste, mi ritrovo immerso con i piedi nel sale, in un’Istria di tanti anni fa, prima del comunismo jugoslavo.

Non c’erano solo le saline grandi, mi spiega. Le famiglie avevano la loro. E lei, come tante altre bambine, aiutava i suoi genitori a ricavare tutto quel bianco lì dove si incrociano mar Adriatico e fiume Dragogna. Suo padre era un uomo robusto, dal fare pratico, che lavorava giorni e notti nelle miniere di carbone. Perché a Sicciole c’era pure quello un tempo, e tra sale e carbone la vita si tingeva sia di bianco sia di nero. “L’acqua”, mi racconta, “viene raccolta nelle vasche sotto al sole, e poi pian pianino a forza di rastrellare ricavi il sale. Si fanno delle piccole piramidi bianche”. Mi descrive i mucchietti di sale con la mano, mentre con l’altra regge le borse della spesa.

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Le saline di Sicciole, tanto tempo fa

La signora è un’esule. Con l’avvento della Jugoslavia, era tra i tanti che l’Istria l’hanno dovuta abbandonare. I suoi genitori invece no, lì sono rimasti, anche se a fatica. “Tanta fatica”, ci tiene a dirmi. E le è andata bene, perché Trieste è vicina. Molti amici e parenti si sono dispersi nel mondo.

“Gavevimo tanti bei fruti, e tanta ùa (uva). Diversi tipi, che conosevimo ben. Poi xe rivai i bosniaci, o serbi, no so chi che iera. I piantava l’ùa in tera, intel fango”. È un’avanzata di ricordi che rischia di travolgermi, così tutta insieme. “No i saveva far” sospira scuotendo la testa, e capisco che in quel preciso momento non è sulla 13 con me, ma in Istria con i suoi.

“I ne ga rovinà l’Istria”, dice alla fine. Mi guarda e sorride, ed è come se si risvegliasse.

“Ogni tanto meto su Telecapodistria. Almeno me vardo un pochi de posti. Go bei ricordi”.

La saluto e smonto, dirigendomi lento verso la 22 che mi porterà a casa. Alle mie spalle, la signora riprende a chiacchierare con l’autista. Visti in lontananza, offuscati dal vetro, sembrano fantasmi loquaci pieni d’ombre e colori.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Goodbye and Hello” di Tim Buckley

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Rom(a)

Linea 451. In cui un noto personaggio di Mezzinudi incontra una famiglia rom.

L’abbiamo già incontrato ed è stato un bel momento. Stavolta è tornato: più sudato, più incazzato. Sto parlando di…

Viale Togliatti in un pomeriggio infuocato. Dai finestrini sfila solo una periferia rinsecchita dal caldo e complessi popolari soffocati dal cemento.

Dentro l’autobus c’è puzza di capelli sudati. Nessuno parla. Tutti immobili come salamandre.

Fermata. Sulla porta compare un passeggino zeppo di sacchetti, inconfondibile entrata in scena di una famiglia rom. Segue madre giovane, nonna, una ragazzina di circa 12 anni e un bambino di 8, più o meno.

Indosso le cuffie e schiaccio play su Socialismo Tascabile degli Offlaga Disco Pax. Non supero i primi 30 secondi: qualcuno, nell’autobus, ha appena gridato alla famiglia di scendere. Ha l’inconfondibile accento napoletano biascicato. Scorgo un bastone, grosso, nodoso, con una punta massiccia. Qualche centimetro più su incontro una pancia gonfia, nutrita da anni di alimenti scadenti e vino cattivo. Occhiali quadrati. Lo riconosco, l’ho già incontrato. È…O’ invalido!

– Scendete che non c’avete il biglietto! – urla loro dal suo posto di invalido, forse conquistato a bastonate (sarebbe il suo stile).

 

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Molte volte le fermate van finir a bastonate

La giovane madre ribatte che loro ce l’hanno il biglietto. Lo dice in fretta, scivolando sulle parole, perché probabilmente non ci crede neanche lei. Su certe linee di Roma il biglietto è un ricordo lontano, come vecchie preghiere che muoiono con il tempo.

– Vi faccio scendere a bastonate! – O’invalido è testardo. Si morde il labbro superiore con i pochi denti rimastigli e ha un respiro appesantito dal caldo. Ai piedi, i soliti sacchetti di plastica, che qualcuno un giorno mi dovrà spiegare perché gli anziani sugli autobus non riescono a farne a meno. Ha iniziato la guerra dialettica e, lo so, non smetterà. E infatti, sfoggiando un commovente aggiornamento politico, riprende: – Tornatevene in Jugoslavia!

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Un ricordo di quando andavo alle elementari. Al centro è ancora visibile la Jugoslavia.

La giovane madre guarda la nonna. Che c’entra la Jugoslavia? La nonna, però, si sta lentamente squagliando dal caldo e non ha neanche la forza di respirare. O’ invalido, invece, è implacabile.

– Tornatevene in Albania! – precisa – Che Albania?- risponde la madre con uno sforzo linguistico. E lui, dritto per dritto: – Ti fucilo!

Un ragazzo, tatuato e con una pettinatura stile Rebibbia, mi guarda e mi sorride divertito.

A intervenire è la ragazzina, stavolta. Imbroncia il viso e

– Non si fa la violenza contro le donne – gli ringhia – Contro gli uomini, sì. Ma non contro le donne!

Lo trovo il lucidissimo punto di vista di una società regolata diversamente dalla nostra. O’ invalido cerca la risposta. Digrigna quei quattro denti sbilenchi e cerca un consenso popolare che non trova. Suda, sotto quel berrettino rosso decorato da allegri delfini blu.

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Carlo V di Francia. Il primo erede al trono a usare il titolo di Delfino. 

– Chi fucili? Mostrami il fucile!- è l’intervento del bimbetto. E il bimbetto si becca subito una sberla dalla madre. In quella manata c’è scritto tutto: non si risponde a persone che non stanno bene di testa.

O’ invalido gli bisbiglia qualcosa che non capisco. Paroline da diavolo tentatore, tipo vieni qua e ti faccio vedere. La conversazione si insabbia. Lui continua a farfugliare cose. Poi, quando ormai sto per far ripartire l’ipod, tac. Zitto e malefico, allunga il pesante bastone di legno fino a colpire i piedi del bimbo. Gli sfugge subito e si lascia scappare uno sbuffo deluso, come i gatti quando sbagliano un agguato.

È tempo di scendere. Mi immergo di nuovo nel sole bollente assieme a passeggino, madre, bimbi e nonna, che nel frattempo è dimagrita di 20 chili lì dentro. L’autobus riparte, portandosi dietro o’ invalido, chissà dove, verso l’infinito e oltre.

Mi incammino e ripenso a quello che ho appena visto. Soprattutto, mi chiedo come diavolo sia stata possibile una conversazione tra una famiglia di rom che a malapena conosceva l’italiano e un signore della Napoli più profonda che borbottava come una teiera. Miracoli delle metropoli.  

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Non ho paura del mostro” di Pino Daniele