Viva il tram e po’ bon – il ritorno del Tram de Opcina

Tram di Opicina

Ehi, quest’articolo è il primo di una serie sugli autobus triestini! Lo trovi anche sul quotidiano online Bora.La!

Ho 28 anni e vivo a Roma da 4. Mia nipote Sarah, invece, di anni ne ha 8 e vive in Germania da sempre. Io e lei ci vediamo solo quando entrambi capitiamo a Trieste, luogo che ormai ha assunto, per tutti e due, il ruolo di “città delle vacanze”.
La scorsa domenica siamo andati a farci un giro sul tram di Opicina. Che diamine, ci siamo detti, è pure gratis!

tram-de-opcinaEl tram de Opcina

Lungo via Carducci, cercavo di farle capire quanto fosse emozionante, per me, rimettere il culo su quegli scomodi sedili di legno. Le raccontavo che il tram è un po’ il nonno di tutti: è nato nel 1902, è lento e traballante, e gli vuoi bene perché è sfortunato come Paperino, e ridere di lui è facile. Le avrei poi anche raccontato che, come tutti i nonni, ne ha di storie da parte: un mese dopo l’inaugurazione si è guastato per la prima volta, durante la Grande Guerra trasportava i feriti dal Carso all’Ospedale Militare e, nel 1945, presso Conconello, è saltato su una mina carico di soldati della Wehrmacht. Ecco, le avrei raccontato queste cose se solo mi avesse ascoltato. Ma visto che, in risposta, mi ha elencato i nomi dei bambini che si erano innamorati di lei quell’anno, ho preferito darci un taglio.

Quando il nonno-tram è arrivato in Piazza Oberdan, c’era la folla ad accoglierlo. Anche lui, come tutte le cose gratuite, raccoglie un sacco di appassionati: anziani, bambini, mamme, turisti. Un’insalata mista di ascelle sudate.

Selfie

Selfie con anziano (il tram, non io)

Siamo entrati con la forza, e tutta quella ressa mi ha fatto pensare alla quotidianità del trasporto pubblico romano, ricamato di risate e bestemmie.

odissea-per-uno-spazioLe risate del trasporto pubblico romano


Appena il tram si è mosso, con quella sua piccola spintarella d’assestamento, un coro di oooh si è intrufolato nelle nostre bocche. Non sto ora qui a raccontare tutti i miei ricordi legati al tram, anche perché non sono poi così interessanti. Però quando il profumo del legno dipinto si mischia al respiro unto di meccaniche tanto antiche, vi garantisco che l’esperienza proustiana ci sta tutta. E, come un ebete, mi son trovato con naso e occhi piantati fuori dal finestrino, a spiare ancora una volta la mia città srotolarmi davanti.
Con noi erano sedute tre signore over 55, che parevano uscite da una rilettura contemporanea delle Maldobrie. La “erre” raschiatamente tedesca di mia nipote ha subito iniettato loro una bella dose di curiosità. E mentre lei, con compostezza teutonica, rispondeva alle domande su che scuola frequentasse, io cercavo di integrare le informazioni con la pedanteria di un maestro noioso: è mia nipote e vive in Germania, le informavo, anche se l’avevano già capito, si chiama “Sarah con l’h”. Sapete, è tedesca e vive in Germania…Poi mi sono reso conto che potevo anche zittirmi e godermi il panorama.
Le tre signore sembravano vedere quella città per la prima volta, e si indicavano a vicenda finestre e balconi.
Là abita la Marisa, là Serena ‘ndava a studiar flauto! Ecco cosa fa il nostro tram, ho pensato: fa uscire i ricordi dai binari, all’improvviso. In questo è bravissimo.
Dalle discussioni sulle case, le tre signore hanno poi iniziato a parlare dell’aiuto degli exraterrestri per la costruzione delle piramidi. Un logico accostamento. E cossa che frega ai marziani de ‘iutar i Egizi? domandava la più scettica del gruppo. La risposta, difficile, veniva però troncata dall’arrivo della pendenza.
26% è la pendenza massima, e non è poco. Se te sbrissi, te ciogo mi in brazo! aveva rassicurato Sarah la signora di fronte a noi, quella scettica sulla storia dei marziani che prendono le piramidi in subappalto. Io mi sono voltato verso mia nipote e, con un sorriso da scemo del villaggio, le ho esclamato in faccia: 

tram

Visto quanto siamo inclinati?”  Foto da www.tergestum.it

Sarah mi ha risposto con un sorriso buono, un po’ come quelle maestre di sostegno quando assecondano i loro piccoli scolari. Non c’è stato bisogno di prenderla in braccio: Sarah non scivolava per niente. Generazioni nuove, queste, ben inchiodate a terra.
Al ritorno ci siamo spostati sull’altro lato, così da perderci nel panorama azzurro del Golfo. Un anziano milanese dagli occhiali quadrati ci ha parlato della casa dove vive ora, sul Carso, e di quella volta che i tedeschi, dopo averla requisita, si erano ritrovati le zappe in mano e l’ordine, da parte del vecchio proprietario suo parente, di sistemare almeno il terreno circostante. Il milanese, saputo che vivo a Roma, ha ridacchiato come un volpe, per poi raccontarmi di quella volta che, militare nella Capitale, si era rifiutato di montare la guardia alla tomba del Milite Ignoto. Troppo noioso.
Intanto Sarah era crollata addormentata, con buona pace del panorama sul Litorale.
Guardando le case via via sempre più incollate una sull’altra, ho chiesto al mio vicino se vivesse meglio a Trieste o nella caotica Milano.
È più caotica Trieste, mi ha sorpreso,
ma qui almeno posso coltivare gli ulivi.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Over-Nite Sensation” di Frank Zappa e il meglio dei Tavares

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Chi ha scritto “Tanti auguri a te”?

Tram 14. Mentre quel piccolo, lontanissimo puntino verde (è il tram) arranca verso la fermata, una bambina di 4 anni vicino a me scorrazza qua e là, come un cagnolino finalmente senza guinzaglio. Sua mamma, una ragazza sulla trentina, è appollaiata sul passeggino con gli occhi semichiusi, attende sfinita l’arrivo del mezzo.

– Per te!- la bambina, con un salto da pulce, si piazza raggiante davanti a sua madre. Nel pugnetto felicemente zozzo, stringe un cespuglio di fiorellini appassiti dallo smog, colti ai piedi degli alberi piantati sulla via Prenestina. Quelli che nessuno guarda, pisciati dai cani e bombardati dai mozziconi di sigaretta.

La ragazza, naturalmente, finge di non sapere tutto ciò, e insacca i fiori ringraziandola commossa e stanchissima. Il tram si ferma davanti a noi in un cigolare anziano.

La bimba, invece, è una trottola. È un ammasso di riccioli neri che salta come una scimmietta, dribblando con esperienza le raccomandazioni materne (fai piano, stai ferma, stai buona). Poi si ferma, si regge al palo con una mano e dedica alla madre la canzone più famosa del mondo:

Tanti auguri a te,

Tanti auguri a te,

Tanti auguri alla mamma,

Tanti auguri a te!

I passeggeri, me compreso, si scoprono tutti con lo stesso sorriso ebete in faccia. E quando il tram riparte, mi ritrovo a riflettere su questa canzone universale. Miliardi di bambini in tutto il mondo, di varie le generazioni, la intonano a gran voce. Chissà da quanto tempo! La intonavano i bambini all’inizio del secolo, quelli vestiti alla Tom Sawyer che si divertivano un mondo facendo correre un cerchio di legno, la intonavano gli sciuscià del dopoguerra, tra un furto e una fuga dalle MP alleate, e la intonano quelli di oggi, svegli e velocissimi a digitare frasi sceme sugli iPad.

Una lunga tradizione orale incaramellata di zuccheri e inzaccherata di cioccolato.

Ma chi ha scritto questa canzone?

È il 1893 quando due maestre d’asilo americane di Louisville, Kentucky, la pubblicano per la prima volta nel libro Song Stories for the Kindergarten, edito dalla Clayton F. Summy Company. Le due maestre sono pure due sorelle:

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Mildred J. Hill (1859-1916), autrice della melodia (a destra), e Patty Smith Hill (1868-1946), autrice del testo. Sì, si chiamava Patty Smith, l’ho notato pure io.

 

La canzone, però, non era stata pensata per festeggiare il compleanno, ma è stata scritta come strumento educativo. Si intitolava Good morning to all, e veniva cantata dalle due maestre ogni mattina per salutare gli scolari. Maestre d’altri tempi, piene d’affetto e bontà. La mia ci tirava addosso chiavi e quaderni, ricordo.

Ad ogni modo, il concetto rimane quello. Mildred, che era pure musicista, aveva scritto la melodia famosissima che tutti conosciamo. Non si sa se si sia fatta ispirare da canzoni popolari dell’epoca, cosa probabile. Sua sorella Patty, invece, aveva scritto le parole:

 

Good morning to you

Good morning to you

Good morning, dear children,

Good morning to all.

 

Gran testo, eh? Eh già, la signora Patty ci sapeva fare.

Bassa ironia a parte, la canzone ha un successo strepitoso, cosa rara quando c’è di mezzo un testo un po’ del cazzo.

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I bambini cominciano a cantarla alle loro insegnanti, sostituendo “dear children” con “dear teacher”. Questa è la versione ufficiale: noi tutti sappiamo bene che i bambini sono dei maghi nel parodiare le canzoncine in modo sconcio e crudele, ma purtroppo questa è l’unica variazione che sia stata tramandata. Ahimè. Possiamo solo immaginarci il bambino ciccione di turno, che probabilmente si sarà chiamato Doug, preso di mira attraverso le famose note della signora Mildred storpiate per l’occasione. Quanta cultura perduta.

La canzone, non si sa bene come, si trasforma e diventa l’arcinota Happy Birthday to You. Pare sia sempre partita dai bambini, con l’aiuto della maestra Patty, autrice del testo (!).

La parole vengono pubblicate in un libro nel 1924 da Robert Coleman. E da allora sono dunque protette da copyright.

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What?

Esattamente! È protetta da copyright e, pensate un po’, lo sarà fino al 2030! E ci sono state anche diverse dispute legali a riguardo. Sì, perché è una canzone che da quel momento in poi prende il volo: radio, manifestazioni pubbliche (vedi Marilyn Monroe), telegrammi cantati della Western Union…stiamo forse parlando della canzone più famosa della Storia, e come tale significa solo una cosa: soldi. Le due maestre avevano ceduto la loro parte già nel 1893 alla Clayton Summy, accordandosi solo sul 10% dei libri venduti. Oggi i diritti li detiene la Warner dal 1998 (comprati per 25 milioni di dollari).

Quanti soldi frutta la canzone? Stando al New York Times, che a sua volta si rifà alle dichiarazioni della Warner, Happy Birthday to You frutta tra le “poche migliaia” e i 50.000 $ ogni volta che la canzone viene usata in un film, e tra i 750-5000 $ per i programmi tv. (tanti auguuuuri a teee e i diritti a meeee). Quindi attenzione quando la usate, che vi fanno problemi. È successo pure a Igor Stravinsky quando, nel 1955, la fece suonare pubblicamente pensando si trattasse di una canzone folk. Non lo era, e gliel’hanno fatto notare.

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“Che devo paga’ io?!”

Ebbene, questa è la storia di questa canzoncina scema ma che tutti conosciamo. Ora la domanda è: quella bambina che l’ha dedicata alla madre a bordo di un mezzo pubblico, deve una montagna di soldi a qualcuno?

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Hot Dreams” dei Timber Timbre.

 

Fonti:

http://www.slate.com/articles/arts/culturebox/2011/07/you_say_its_your_birthday.html

http://scholarship.law.gwu.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1303&context=faculty_publications

http://www.ilpost.it/2013/06/15/di-chi-sono-i-diritti-dautore-di-happy-birthday/

http://www.telegraph.co.uk/culture/music/3561183/The-story-behind-the-song-Happy-Birthday.html

http://www.nytimes.com/1989/12/26/arts/happy-birthday-and-the-money-it-makes.html