Merry Mismas

Linea 24 (Stazione C.le – S. Giusto)

IMAG0810Settima e ultima puntata del viaggio a bordo degli autobus di Trieste. Quest’articolo lo trovi anche sul quotidiano online Bora.La!

D’accordo: Piazza della Libertà, come tutte le piazze davanti a una stazione, è un formidabile magnete che attira a sé quanto di meno appetibile in circolazione. Ci sono piccioni spiumati, agili pantigane, simpatici ubriaconi e tossici chiacchieroni come agenti immobiliari. Ma se riuscite a vedere ciò che sta sotto, ecco che un fascino improvviso vi acchiappa e vi trascina in un altro mondo.

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Un cinico esempio di fascino

Ha ragione Biagio Marin, il buon vecchio Biagio, quando lascia intendere che è in questa piazza che si può capire quanto Trieste sia cambiata tra Settecento e Ottocento. Fino al 1780 qui c’era il mare, e bagnava le pendici del colle di Scorcola. Ma era un periodo di cambiamento per tutti, anche per la geografia. E così, pietra dopo pietra, il mare ha lasciato posto alla Piazza del Macello (c’era un macello), quindi la Stazione, quindi Piazza della Libertà.

È qui che ha capolinea la 24

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grossomodo dove un tempo sorgeva il macello di cui sopra. Ancora una volta è un autobus corto, di quelli che sembrano più pulmini di paese che corriere di città. “Ci sono strade in cui è difficile passare anche con questo che è piccolo, tipo per via Madonna del Mare” mi dice l’autista in un italiano dalle vocali aperte “con un autobus normale rimarrei incastrato”. Se quand’ero bambino questi bus mi facevano simpatia, ora ho imparato ad apprezzarne le qualità: nelle linee grandi, più frequentate, appena ci si incrocia con lo sguardo si viene colti da un pudore primordiale. Qui, invece, la curiosità viene vista come valore aggiunto.

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“Sei un tipo curioso, bravo”

Si mollano gli ormeggi. Il piccolo autobus si fa strada nel traffico come uno scooter, e dal finestrino non posso fare a meno di notare gli spostamenti delle “pirie” locali, che prima erano lì e ora sono già là, passando di bar in bar in una transumanza cittadina inacidita dal terrano.

Non è una di quelle linee in cui si conoscono tutti. Nessuno saluta l’autista, nessuno si informa a gran voce sui progressi delle rispettive piorree, e chi monta a bordo si rintana sui sedili vicino al finestrino. Davanti a me, una coppia di giovani turisti punta il dito sulla mappa di Trieste, dirigendo un’orchestra immaginaria fatta di strade, musei e buone trattorie.

Non poteva che terminare qui questa rubrica su Trieste, a bordo di un piccolo autobus mezzo vuoto che dal centro sale fino al colle di San Giusto. Il nostro Campidoglio è un’accozzaglia di Storia e gente, tutto alla rinfusa. E pure la cattedrale è un mismàs (= mix) di pietre, intenzioni e idee. Insomma, in piccolo è metafora della nostra città.

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Il capolinea della 24 a San Giusto

Al ritorno ci sono solo quattro turisti, due uomini e due donne. Le donne sono sedute una di fronte all’altra, coperte di berretti, poncho e k-way. È l’outfit più in voga in quest’estate 2014, così fresca che se ci si scambiasse qualche dono in più sembrerebbe Natale. E parlano. Parlano tantissimo. Mentre scendiamo dal colle per far ritorno al centro, si sentono solo le loro voci, che rivelano un’evidente origine veneta. Con quella parlata galoppante di vocali spalancate e frasi masticate, mi piace pensare ai veneti come ai texani d’Italia, solo che invece di bicchierini di whiskey cattivo brandiscono calici di Prosecco.

Se le due donne insistono in questa apnea di parole, i due uomini no. Seduti opposti, ognuno vicino a un finestrino, si godono il viaggio in religioso silenzio, con lo sguardo gettato fuori a pescare strade e scorci. Solo giù per via San Michele uno dei due sembra svegliarsi. Gira il collo quanto basta per far entrare l’amico nel campo visivo e rotea gli occhi ingabbiati tra le rughe di un sorriso.

“Te se ricordi quando la gavemo fatta de corsa?” gli chiede

“Sì che me ricordo” risponde lui, annuendo serio e guardando dritto davanti a sé.

Tutto qua. Tornano protagoniste le ciàcole (= chiacchiere) delle rispettive mogli, che sono così veloci e così ben legate tra loro che non riesco a capire neanche una parola. Quando si alzano, domando loro di dove sono.

“Treviso” mi risponde quella nel poncho blu. E senza che chieda altro, mi prende in contropiede

“Ci piace tanto Trieste, appena possiamo veniamo sempre qui”. L’amica annuisce, i mariti si alzano in silenzio e attendono la prossima fermata.

“E sai perché ci piace tanto Trieste?”

Faccio di no con la testa, mentre l’autobus accosta sulle Rive.

“Perché i triestini dicono quello che pensano”.

Scendono. A bordo torna il silenzio, interrotto solo dal tossire dell’autista, così frequente e acuto da comporre una sinfonia di squittii.

L’autobus si immerge nel traffico un’altra volta. Dopo tante parole, affrontare in silenzio gli ultimi metri fino al capolinea non mi dispiace affatto. È una quiete sottomarina, e nell’aria, tra le pieghe invisibili di smog, nafta e pesce cucinato dai ristoranti, riesco a distinguere il profumo del sale.

Ogni volta che torno a casa ci metto sempre un po’ a sentirlo. Ma quando ce la faccio, ecco, è una bella soddisfazione.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Nino Rojo” di Devendra Banhart

Mezzinudi.com sul blog di Martina Seleni (Il Piccolo di Trieste)

Rubo uno spazio ai racconti per segnalarvi una mia intervista sul BLOG DI MARTINA SELENI, “Una triestina a Roma”, per Il Piccolo di Trieste.

Martina è triestina come me, vive a Roma come me e ha avuto una grande idea: raccontare i triestini che si sono trasferiti a Roma.

Questa volta ha pensato di dare uno spazio a mezzinudi.com e al complicato rapporto che tutti noi abbiamo con il trasporto pubblico capitolino.  

Ci sono anche dei video, tipo questo:

Il suo blog è bello, e io mi sono divertito molto a fare queste 3 piccole interviste! Vi ho incuriosito? Cosa fate ancora lì? Andate a dare un’occhiata:

http://seleni-ilpiccolo.blogautore.repubblica.it/2014/01/21/il-triestino-fabio-marson-e-la-sua-strana-passione-per-gli-autobus-dellatac/ 

Se la cosa vi è piaciuta, mettete un bel “mi piace” alla pagina Facebook di “Una triestina a Roma”, cliccando qui: UNA TRIESTINA A ROMA 

In questo modo, dimostrerete che la nostra passione per il racconto interessa davvero a qualcuno. Grazie!

Skaiosgaio

La criniera rosa

Linea 14. Si siede molliccia di fianco a me.

Insaccata in una vecchia tuta nera, forse un regalo della Caritas, coinvolge tutto il tram in una fantasia di sudore e smog.

Come il tram avanza, si piega, sobbalza, così fa lei. Una medusa spiaggiata che punge e boccheggia.

E ha i capelli rosa. Rosa e a caschetto, come un manga giapponese. Dei sessant’anni che potrebbe avere, se ne sente 16.

5854_80_img_gallery_602“Vuoi parlare di capelli? Parliamone”

Mi accorgo che siamo solo io e lei. La sento borbottare imprecazioni, in un crescendo che ben si lega con le meccaniche antiquate del tram. È tardi e non ho voglia di farmi coinvolgere, con buona pace del blog.

Fermata. Sale una signora anziana, e io sono salvo.

Si siede (incauta!) di fronte a lei. È così piccola che non tocca terra con i piedi. Due voluminose borse della spesa equilibrano la sua figura secca e fragile.

– Ha fatto spesa?

La Signora in Rosa ridacchia, come chi la sa lunga di spese per la famiglia. La vecchina le sorride, forse più per quei capelli improbabili che per la domanda ovvia.

Et voilà. In un volo degno del miglior Pindaro, la Signora in Rosa racconta alla vecchina di quell’uomo che le fa la corte.

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“…e ‘nsomma, a ‘na certa sarta fori questo che je fa ‘a corte…” (Pindaro)

Va bene, non ha usato proprio l’espressione “fare la corte”. Siamo sulla Prenestina dopotutto, bisogna mantenere un linguaggio appropriato.

– Me se vole scopa’!

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“…e ‘nsomma, a ‘na certa sarta fori questo che se ‘a vole scopà…” (Pindaro)

La vecchina spalanca gli occhietti nascosti dagli occhiali. Non sa che fare, annuisce.

– E’ ‘n bell’omo, eh?

La Signora in Rosa sogghigna, fissandola come un bracchetto a caccia. Si sporge in avanti, subito frenata dai rotoli di grasso che le fanno da cintura.

– Er problema è che st’omo è er marito de n’amica mia! E nun se fa, coi mariti de’e amiche.

L’indice tozzo e sporco ondeggia per ribadire il concetto. Non si fa.

La vecchina annuisce un’altra volta, o forse non ha ancora smesso da prima. Dopotutto, può solo che annuire. Per quanto matta, la Signora in Rosa non dice cose sbagliate.

Mi chiedo, invece, se la vecchina, in passato non si sia fatta coinvolgere in qualche avventura del genere. Chissà. Quando gli Alleati sono entrati a Roma, per esempio. O magari quando l’attenzione del Paese era rivolta agli scontri di Valle Giulia. Il marito era via tutto il giorno e…zacchete, con il vicino di casa.

O magari mai, più semplicemente.

La Signora in Rosa la chiama. Si sporge in avanti.

– Però se poco poco questo continua a insiste’, io me lo scopo, signò.

Scoppia a ridere. L’ugola le si scuote in gola come un cartone animato.

– Certo che me lo scopo, nun me faccio probblemi!

La vecchina non dice una parola. Apre la borsetta, ci infila la mano, rovista rovista rovista.

Le porge una caramella. Sembra una nonna.

La Signora in Rosa ringrazia, accetta e scarta. E rimane in silenzio anche lei. Lei e i suoi capelli rosa.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “In a silent way” di Miles Davis.

Firenze pendolare

DIstrazione

Sabato 21 settembre, 5 blogger di pendolarismo e mezzi pubblici, provenienti da varie parti d’Italia, si sono dati appuntamento a Firenze per conoscersi.

I protagonisti, oltre al sottoscritto, erano: Leuconoe, Vitadapendolare, Pendolante(che ha organizzato tutto) e Pendolo0.

Di tale giornata storica ne hanno già parlato loro sui loro blog, dimostrando un’attenzione ai dettagli che invidio parecchio. Andateci che tutte molto brave et simpaticissime sunt.

Per quanto riguarda me, in eterno ritardo sui tempi (coerenza, se si parla di mezzi pubblici) ho voluto rendere omaggio alla giornata in modo speciale. Era la prima volta che vedevo Firenze, ed era da quando sono andato in Inghilterra a studiare Dante che desideravo venirci (In Inghilterra per studiare Dante? Long story, ma bastano 3 parole: università pubblica italiana).

Già un’altra volta m’ero cimentato in sfida simile, e m’era garbato parecchio. Ho conosciuto belle persone e questo è anche per loro!

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   Col mezzo che d’Italo porta il nome,

sbarcai nella città della cultura

ch’è sì bella che colpisce all’addome.

   Ahi, Firenze, vago nella calura

mirando meraviglie affascinato

tra cui di Beatrice la sepoltura!

ImmagineTomba di Beatrice Portinari. Dove la Comedia ebbe inizio…

  

   Ma non a ciò solo son destinato,

ché altri blogger io devo incontrare:

un pranzo che da tempo è apparecchiato!

   Eccole lì, me le vedo arrivare:

Katia, Veronica, Monica e Ilaria

dei volti ai blog posso dunque assegnare!

   Una breve chiacchiera è necessaria

prima d’andar verso Beppa Fioraia

e lì gustar la toscana cibaria.

   Come l’acqua scende dalla grondaia

così quel vino, dolce e prelibato,

bene ci disseta, ma non ci sdraia!

   Un matrimonio, in vero desolato,

di conversazione è d’ottimo spunto

ma presto l’argomento è già cambiato.

   Con bocche piene e con stomaco unto,

discorriamo di taverne e scrittori

di cui non posso darvi che un riassunto:

   “Mazzantini e Tamaro stiano fuori,

preferiamo il cotechino gigante

che solo a Modena gusti e assapori!”  

   Ormai sazi paghiamo il ristorante,

per visitar quell’antica dimora

conosciuta come “Casa di Dante”.

   Mentre tramontando il sol ci indora

l’ultima foto ci facciamo scattare

con la speranza d’incontrarci ancora!

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Veronica, Ilaria, Katia, Er Poeta der Prenestino, Monica

 

    Se n’ va Ilaria, vitadapendolare,

poscia alla stazione ci dirigiamo

ché or è a Veronica che tocca andare!

   Monica e Katia mi dicon “Partiamo”,

io son l’ultimo, saluto anche loro

immobile piantato come un ramo. 

   Da solo Firenze guardo e divoro,

e spero che il Poeta non s’offenda

se per cantarla m’approprio d’alloro.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando tutto “All is violent, all is bright” dei God Is An Astronaut

Breaking Mad

L’autobus 451 ci ha sempre regalato dei momenti interessanti. Sarà l’aria di Viale Togliatti, crocevia di case, campi rom, scuole e sale slot. O forse è solo il caldo, che ci rincoglionisce tutti quanti.

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1997: Fuga da New York. Girato in Viale Togliatti.

La storia di questa settimana è di nuovo ambientata a bordo di quest’autobus. L’aria condizionata mi rinfresca i capelli mentre il corpo bolle al sole. In fondo, un piccolo branco di ragazzini blatera di cazzate, con voce troppo alta e muscoli invisibili messi in mostra.

Fermata dopo fermata, l’autobus si riempie. Una ragazza dai capelli rossi si aggrappa vicino a me, gli occhi azzurri sfiniti. Sembra un naufrago, stretta alla scialuppa mentre osserva l’acqua salirle addosso, dalle caviglie, sempre più su. Siamo stretti, insomma. È il momento ideale per il Bulldozer di Centocelle. È un omone gigantesco, una folta capigliatura brizzolata chiusa in una coda di cavallo, muscolosa pure lei, e una barba da lottatore armeno. Si fa spazio tra i giovinastri spostandoli con il mignolo. Tuona un “permesso” che apre un varco. Mosè aveva dovuto allargare le braccia, lui invece non ne ha bisogno.

– Te lo devo dare il permesso! Maleducato!

Ci voltiamo tutti. L’omone ha di fronte un ometto poco più giovane di lui, panciuto e con gli occhiali. Sbraita isterico in faccia al Bulldozer di Centocelle.

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Spaccato di vita quotidiana a bordo di un autobus in Viale Togliatti

Me lo vedo già spiaccicato sul vetro da una manata, o rimpicciolito di 20 cm da un cazzottone sul capo. Invece Bulldozer non replica. Ha capito che l’uomo di fronte a lui è…pazzo.

– Chi mi ha dato del pazzo?!

L’ometto si fa strada e raggiunge un signore più anziano. Riprende a sbraitare, mentre intorno a lui la gente lo prega di calmarsi. I ragazzini dietro di me sghignazzano divertiti, ma nelle loro voci si intuisce un po’ di paura. L’ometto ora è passato a urlare a un ragazzo, che gli ha intimato di farla finita.

– Sono un dottore di ricerca! Sono un dottore di ricerca!

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Un dottore di ricerca?

“Poveraccio” pensiamo tutti “e come biasimarlo?”. Sono un dottore di ricerca! Glielo urla in faccia come se lo stesse mandando affanculo. Il viso rosso e le vene in fuori.

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Sono un dottore di ricerca!

L’autobus si ferma al semaforo. L’autista si affaccia, chiede cosa stia succedendo ma nessuno lo ascolta. La ragazza dai capelli rossi chiude gli occhi e sospira: “Devo essere al lavoro tra 10 minuti”.

Mentre poco più in là sta per scoppiare la rissa totale, le domando che lavoro fa. “Call center” mi risponde con gli occhi bassi.

La situazione degenera. L’ometto ritorna dall’uomo più anziano, capelli bianchi e muscoli appassiti ma pieni di fibra. È uno di quella zona, si vede. E non ci metterà due minuti a pilotargli un cazzotto in bocca, se continua così. L’ometto è irrefrenabile: un fiume in piena, gli vomita addosso insulti, non riesce a fermarsi.

– Stupido! Stupido! Stupido! Stupido! Stupido! Stupido! 

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…e così via.

Mi domando come mai nessuno l’ha ancora menato. Qui le persone non vanno molto per il sottile. E, detto fatto, Capelli Bianchi scatta. Per fortuna l’autobus è zeppo e i due non riescono neanche a sfiorarsi, trattenuti entrambi dai passeggeri. Sembrano due cani con un guinzaglio troppo corto.

Le porte si aprono. Siamo ancora al semaforo, tra Viale Togliatti e via Casilina. Due uomini, capelli neri e gel, si avvicinano all’ometto. Gli sussurrano delle parole che lo calmano all’istante.

Scendono assieme.

È un miracolo? Sono dei messia?

No. Solo due poliziotti in borghese che, per caso, erano a bordo del bus.

Intravediamo l’ometto portato in disparte cercare disperatamente di spiegare le sue ragioni. Esibisce un documento di identità mentre alle sue spalle si ferma un auto della Vigilanza Privata. I due lo invitano a salire assieme.

La voce, tra i passeggeri, si sparge subito. “Che sfiga”. Per fare il pazzo, tra tutti gli autobus incustoditi di Roma, l’ometto ha scelto quello con tutti i comfort: aria condizionata e polizia.

Il Bulldozer di Centocelle osserva l’auto allontanarsi. Si volta verso la moglie e, come se niente fosse successo, le ricorda di scendere la prossima.

  Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Dune Buggy” degli Oliver Onions.

Non può mancare questa clip. Ringrazio Dario Cossi per la segnalazione!

Rom(a)

Linea 451. In cui un noto personaggio di Mezzinudi incontra una famiglia rom.

L’abbiamo già incontrato ed è stato un bel momento. Stavolta è tornato: più sudato, più incazzato. Sto parlando di…

Viale Togliatti in un pomeriggio infuocato. Dai finestrini sfila solo una periferia rinsecchita dal caldo e complessi popolari soffocati dal cemento.

Dentro l’autobus c’è puzza di capelli sudati. Nessuno parla. Tutti immobili come salamandre.

Fermata. Sulla porta compare un passeggino zeppo di sacchetti, inconfondibile entrata in scena di una famiglia rom. Segue madre giovane, nonna, una ragazzina di circa 12 anni e un bambino di 8, più o meno.

Indosso le cuffie e schiaccio play su Socialismo Tascabile degli Offlaga Disco Pax. Non supero i primi 30 secondi: qualcuno, nell’autobus, ha appena gridato alla famiglia di scendere. Ha l’inconfondibile accento napoletano biascicato. Scorgo un bastone, grosso, nodoso, con una punta massiccia. Qualche centimetro più su incontro una pancia gonfia, nutrita da anni di alimenti scadenti e vino cattivo. Occhiali quadrati. Lo riconosco, l’ho già incontrato. È…O’ invalido!

– Scendete che non c’avete il biglietto! – urla loro dal suo posto di invalido, forse conquistato a bastonate (sarebbe il suo stile).

 

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Molte volte le fermate van finir a bastonate

La giovane madre ribatte che loro ce l’hanno il biglietto. Lo dice in fretta, scivolando sulle parole, perché probabilmente non ci crede neanche lei. Su certe linee di Roma il biglietto è un ricordo lontano, come vecchie preghiere che muoiono con il tempo.

– Vi faccio scendere a bastonate! – O’invalido è testardo. Si morde il labbro superiore con i pochi denti rimastigli e ha un respiro appesantito dal caldo. Ai piedi, i soliti sacchetti di plastica, che qualcuno un giorno mi dovrà spiegare perché gli anziani sugli autobus non riescono a farne a meno. Ha iniziato la guerra dialettica e, lo so, non smetterà. E infatti, sfoggiando un commovente aggiornamento politico, riprende: – Tornatevene in Jugoslavia!

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Un ricordo di quando andavo alle elementari. Al centro è ancora visibile la Jugoslavia.

La giovane madre guarda la nonna. Che c’entra la Jugoslavia? La nonna, però, si sta lentamente squagliando dal caldo e non ha neanche la forza di respirare. O’ invalido, invece, è implacabile.

– Tornatevene in Albania! – precisa – Che Albania?- risponde la madre con uno sforzo linguistico. E lui, dritto per dritto: – Ti fucilo!

Un ragazzo, tatuato e con una pettinatura stile Rebibbia, mi guarda e mi sorride divertito.

A intervenire è la ragazzina, stavolta. Imbroncia il viso e

– Non si fa la violenza contro le donne – gli ringhia – Contro gli uomini, sì. Ma non contro le donne!

Lo trovo il lucidissimo punto di vista di una società regolata diversamente dalla nostra. O’ invalido cerca la risposta. Digrigna quei quattro denti sbilenchi e cerca un consenso popolare che non trova. Suda, sotto quel berrettino rosso decorato da allegri delfini blu.

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Carlo V di Francia. Il primo erede al trono a usare il titolo di Delfino. 

– Chi fucili? Mostrami il fucile!- è l’intervento del bimbetto. E il bimbetto si becca subito una sberla dalla madre. In quella manata c’è scritto tutto: non si risponde a persone che non stanno bene di testa.

O’ invalido gli bisbiglia qualcosa che non capisco. Paroline da diavolo tentatore, tipo vieni qua e ti faccio vedere. La conversazione si insabbia. Lui continua a farfugliare cose. Poi, quando ormai sto per far ripartire l’ipod, tac. Zitto e malefico, allunga il pesante bastone di legno fino a colpire i piedi del bimbo. Gli sfugge subito e si lascia scappare uno sbuffo deluso, come i gatti quando sbagliano un agguato.

È tempo di scendere. Mi immergo di nuovo nel sole bollente assieme a passeggino, madre, bimbi e nonna, che nel frattempo è dimagrita di 20 chili lì dentro. L’autobus riparte, portandosi dietro o’ invalido, chissà dove, verso l’infinito e oltre.

Mi incammino e ripenso a quello che ho appena visto. Soprattutto, mi chiedo come diavolo sia stata possibile una conversazione tra una famiglia di rom che a malapena conosceva l’italiano e un signore della Napoli più profonda che borbottava come una teiera. Miracoli delle metropoli.  

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Non ho paura del mostro” di Pino Daniele

Ave all’autista

Nocturno 12. (Se vivete a Roma, sapete cosa significa)

Sono cresciuto, come tutti, con i film di Fantozzi. E la scena in cui il ragioniere tenta di salire a bordo del bus mi ha sempre fatto ridere. Finché non sono venuto a Roma. Quando ho conosciuto i bus notturni, ho scoperto che Fantozzi non esagerava per niente.

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Il neorealismo

Non sono di strada e devo salire a Termini. La mia religione parla chiaro: “Mai a Termini! Sali a Piazza Venezia, che se hai culo pure ti siedi”. E, infatti, a Termini siamo già in 15.000.

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Al mio segnale, scatenate l’Inferno

Appena arriva l’autobus, la calca avanza verso le porte. Lenti e implacabili come una legione romana. È comodo, non devi neanche camminare. Ci pensano quelli dietro di te a farti salire.

Non so come, mi ritrovo a bordo, spalmato sul vetro dell’autista come carta da parati. Le porte fanno fatica a chiudersi, c’è chi si aggrappa alle chiappe altrui pur di stare a bordo. Finché l’autista non caccia un urlo. E io conosco uno dei più bei personaggi di questi mezzi pubblici.

È grasso, pelato, con il pizzetto. Indossa un cappellino del Napoli. È uguale a Zulù dei 99 Posse, e la ragazza al mio fianco (che fa anche lei la carta da parati) glielo dice subito.

Lui si alza e guarda il suo autobus come fosse il suo regno. Con la voce resa potente da una pancia pavarottesca e l’accento arrotondato da chissà quale quartiere di Napoli, ci urla:

– Se state comodi possiamo partire!

C’è scritto di non parlare al conducente. Ma Zulù è irrefrenabile. Un chiacchierone nato, da far invidia a venditori e gestori di pizzerie. Senza troppi problemi ci prende tutti in confidenza, come fossimo amici in viaggio di piacere.

L’autobus lascia la bella (!) Termini.

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Giovanotti della bella Termini

C’è talmente tanta gente che non si parla più di passeggeri, ma di un unico passeggero informe, un ammasso composto da colori diversi. Una marmellata di tante nazionalità che si sposta in modo uniforme a ogni curva.

Al primo incrocio, Zulù muove il braccione e bussa alla spalla di un bengalese aggrappato alla porta. Gli indica lo specchietto e

– Non ci vedo! – gli dice quasi in dialetto.

Ma siamo così tanti che spostarsi è impossibile. E così, da quel momento, ogni volta che l’autobus deve svoltare o accostarsi, il passeggero gli dà le indicazioni. Un lavoro di squadra in napoletano-bengalese.

– Occhio, occhio a destra…

– Vedo, prevedo e stravedo – gli risponde Zulù sereno – ho i sensori di Gùgol nel buco del culetto!

Porta Maggiore. Una delle porte più interessanti delle mura Aureliane, dove l’antica via Prenestina si estingue finalmente nella Città Eterna. È sempre stata un via vai. Un tempo c’erano i carri, ora i carrozzoni. Per coerenza con la Storia del Caos, oggi c’è un incrocio maledetto, fatto di auto, taxi, tram, autobus e lavavetri abusivi. E passano tutti nello stesso momento.

Zulù si sporge dal finestrino e chiede scusa a un automobilista

– Fateci passare, che c’ho ventimila persone avvelenate che vogliono andare a casa!

Poi, come se fosse la conseguenza più logica, si volta verso di noi e ci dice

– Forza Napoli!

Così. E poi, non pago:

– C’ho pure la maglietta con scritto Juvemmerda!

Fermata. Un altro migliaio di persone cerca di salire dove non scende nessuno. Zulù si affaccia agli avventori

– Salite, salite, che c’è posto per tutti!

Dentro, risate generali. Perché, in certi momenti, quando hai il naso nell’ascella di uno e i piedi sulle gambe di un altro, trovare qualcuno che ti prende in giro fa solo che bene.

Zulù è un bravo autista. Sa cosa significa non respirare per 30-40 minuti. E così comincia a cantare. Canzoni napoletane.

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Poteva andare peggio.

Noi ridiamo, ma lui l’ha presa sul serio. E dal momento che le conosce solo lui, cambia repertorio. Ci incita a proporre canzoni. Salta fuori, naturalmente, Pino Daniele.

Il Notturno 12, carico di gente e lanciato verso la periferia, è diventato il pullman di una gita scolastica. Centinaia di sconosciuti cuciti uno addosso all’altro, per mezzora, sono entusiasti compagni di viaggio.

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Scritto ascoltando “Birdland” dei Weather Report