Rom(a)

Linea 451. In cui un noto personaggio di Mezzinudi incontra una famiglia rom.

L’abbiamo già incontrato ed è stato un bel momento. Stavolta è tornato: più sudato, più incazzato. Sto parlando di…

Viale Togliatti in un pomeriggio infuocato. Dai finestrini sfila solo una periferia rinsecchita dal caldo e complessi popolari soffocati dal cemento.

Dentro l’autobus c’è puzza di capelli sudati. Nessuno parla. Tutti immobili come salamandre.

Fermata. Sulla porta compare un passeggino zeppo di sacchetti, inconfondibile entrata in scena di una famiglia rom. Segue madre giovane, nonna, una ragazzina di circa 12 anni e un bambino di 8, più o meno.

Indosso le cuffie e schiaccio play su Socialismo Tascabile degli Offlaga Disco Pax. Non supero i primi 30 secondi: qualcuno, nell’autobus, ha appena gridato alla famiglia di scendere. Ha l’inconfondibile accento napoletano biascicato. Scorgo un bastone, grosso, nodoso, con una punta massiccia. Qualche centimetro più su incontro una pancia gonfia, nutrita da anni di alimenti scadenti e vino cattivo. Occhiali quadrati. Lo riconosco, l’ho già incontrato. È…O’ invalido!

– Scendete che non c’avete il biglietto! – urla loro dal suo posto di invalido, forse conquistato a bastonate (sarebbe il suo stile).

 

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Molte volte le fermate van finir a bastonate

La giovane madre ribatte che loro ce l’hanno il biglietto. Lo dice in fretta, scivolando sulle parole, perché probabilmente non ci crede neanche lei. Su certe linee di Roma il biglietto è un ricordo lontano, come vecchie preghiere che muoiono con il tempo.

– Vi faccio scendere a bastonate! – O’invalido è testardo. Si morde il labbro superiore con i pochi denti rimastigli e ha un respiro appesantito dal caldo. Ai piedi, i soliti sacchetti di plastica, che qualcuno un giorno mi dovrà spiegare perché gli anziani sugli autobus non riescono a farne a meno. Ha iniziato la guerra dialettica e, lo so, non smetterà. E infatti, sfoggiando un commovente aggiornamento politico, riprende: – Tornatevene in Jugoslavia!

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Un ricordo di quando andavo alle elementari. Al centro è ancora visibile la Jugoslavia.

La giovane madre guarda la nonna. Che c’entra la Jugoslavia? La nonna, però, si sta lentamente squagliando dal caldo e non ha neanche la forza di respirare. O’ invalido, invece, è implacabile.

– Tornatevene in Albania! – precisa – Che Albania?- risponde la madre con uno sforzo linguistico. E lui, dritto per dritto: – Ti fucilo!

Un ragazzo, tatuato e con una pettinatura stile Rebibbia, mi guarda e mi sorride divertito.

A intervenire è la ragazzina, stavolta. Imbroncia il viso e

– Non si fa la violenza contro le donne – gli ringhia – Contro gli uomini, sì. Ma non contro le donne!

Lo trovo il lucidissimo punto di vista di una società regolata diversamente dalla nostra. O’ invalido cerca la risposta. Digrigna quei quattro denti sbilenchi e cerca un consenso popolare che non trova. Suda, sotto quel berrettino rosso decorato da allegri delfini blu.

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Carlo V di Francia. Il primo erede al trono a usare il titolo di Delfino. 

– Chi fucili? Mostrami il fucile!- è l’intervento del bimbetto. E il bimbetto si becca subito una sberla dalla madre. In quella manata c’è scritto tutto: non si risponde a persone che non stanno bene di testa.

O’ invalido gli bisbiglia qualcosa che non capisco. Paroline da diavolo tentatore, tipo vieni qua e ti faccio vedere. La conversazione si insabbia. Lui continua a farfugliare cose. Poi, quando ormai sto per far ripartire l’ipod, tac. Zitto e malefico, allunga il pesante bastone di legno fino a colpire i piedi del bimbo. Gli sfugge subito e si lascia scappare uno sbuffo deluso, come i gatti quando sbagliano un agguato.

È tempo di scendere. Mi immergo di nuovo nel sole bollente assieme a passeggino, madre, bimbi e nonna, che nel frattempo è dimagrita di 20 chili lì dentro. L’autobus riparte, portandosi dietro o’ invalido, chissà dove, verso l’infinito e oltre.

Mi incammino e ripenso a quello che ho appena visto. Soprattutto, mi chiedo come diavolo sia stata possibile una conversazione tra una famiglia di rom che a malapena conosceva l’italiano e un signore della Napoli più profonda che borbottava come una teiera. Miracoli delle metropoli.  

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Non ho paura del mostro” di Pino Daniele

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Ave all’autista

Nocturno 12. (Se vivete a Roma, sapete cosa significa)

Sono cresciuto, come tutti, con i film di Fantozzi. E la scena in cui il ragioniere tenta di salire a bordo del bus mi ha sempre fatto ridere. Finché non sono venuto a Roma. Quando ho conosciuto i bus notturni, ho scoperto che Fantozzi non esagerava per niente.

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Il neorealismo

Non sono di strada e devo salire a Termini. La mia religione parla chiaro: “Mai a Termini! Sali a Piazza Venezia, che se hai culo pure ti siedi”. E, infatti, a Termini siamo già in 15.000.

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Al mio segnale, scatenate l’Inferno

Appena arriva l’autobus, la calca avanza verso le porte. Lenti e implacabili come una legione romana. È comodo, non devi neanche camminare. Ci pensano quelli dietro di te a farti salire.

Non so come, mi ritrovo a bordo, spalmato sul vetro dell’autista come carta da parati. Le porte fanno fatica a chiudersi, c’è chi si aggrappa alle chiappe altrui pur di stare a bordo. Finché l’autista non caccia un urlo. E io conosco uno dei più bei personaggi di questi mezzi pubblici.

È grasso, pelato, con il pizzetto. Indossa un cappellino del Napoli. È uguale a Zulù dei 99 Posse, e la ragazza al mio fianco (che fa anche lei la carta da parati) glielo dice subito.

Lui si alza e guarda il suo autobus come fosse il suo regno. Con la voce resa potente da una pancia pavarottesca e l’accento arrotondato da chissà quale quartiere di Napoli, ci urla:

– Se state comodi possiamo partire!

C’è scritto di non parlare al conducente. Ma Zulù è irrefrenabile. Un chiacchierone nato, da far invidia a venditori e gestori di pizzerie. Senza troppi problemi ci prende tutti in confidenza, come fossimo amici in viaggio di piacere.

L’autobus lascia la bella (!) Termini.

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Giovanotti della bella Termini

C’è talmente tanta gente che non si parla più di passeggeri, ma di un unico passeggero informe, un ammasso composto da colori diversi. Una marmellata di tante nazionalità che si sposta in modo uniforme a ogni curva.

Al primo incrocio, Zulù muove il braccione e bussa alla spalla di un bengalese aggrappato alla porta. Gli indica lo specchietto e

– Non ci vedo! – gli dice quasi in dialetto.

Ma siamo così tanti che spostarsi è impossibile. E così, da quel momento, ogni volta che l’autobus deve svoltare o accostarsi, il passeggero gli dà le indicazioni. Un lavoro di squadra in napoletano-bengalese.

– Occhio, occhio a destra…

– Vedo, prevedo e stravedo – gli risponde Zulù sereno – ho i sensori di Gùgol nel buco del culetto!

Porta Maggiore. Una delle porte più interessanti delle mura Aureliane, dove l’antica via Prenestina si estingue finalmente nella Città Eterna. È sempre stata un via vai. Un tempo c’erano i carri, ora i carrozzoni. Per coerenza con la Storia del Caos, oggi c’è un incrocio maledetto, fatto di auto, taxi, tram, autobus e lavavetri abusivi. E passano tutti nello stesso momento.

Zulù si sporge dal finestrino e chiede scusa a un automobilista

– Fateci passare, che c’ho ventimila persone avvelenate che vogliono andare a casa!

Poi, come se fosse la conseguenza più logica, si volta verso di noi e ci dice

– Forza Napoli!

Così. E poi, non pago:

– C’ho pure la maglietta con scritto Juvemmerda!

Fermata. Un altro migliaio di persone cerca di salire dove non scende nessuno. Zulù si affaccia agli avventori

– Salite, salite, che c’è posto per tutti!

Dentro, risate generali. Perché, in certi momenti, quando hai il naso nell’ascella di uno e i piedi sulle gambe di un altro, trovare qualcuno che ti prende in giro fa solo che bene.

Zulù è un bravo autista. Sa cosa significa non respirare per 30-40 minuti. E così comincia a cantare. Canzoni napoletane.

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Poteva andare peggio.

Noi ridiamo, ma lui l’ha presa sul serio. E dal momento che le conosce solo lui, cambia repertorio. Ci incita a proporre canzoni. Salta fuori, naturalmente, Pino Daniele.

Il Notturno 12, carico di gente e lanciato verso la periferia, è diventato il pullman di una gita scolastica. Centinaia di sconosciuti cuciti uno addosso all’altro, per mezzora, sono entusiasti compagni di viaggio.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Birdland” dei Weather Report