Non è un paese per matti

Linea 12 (Ex O.P.P. – Borgo S. Pelagio)

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Sesta puntata del viaggio a bordo degli autobus di Trieste. Quest’articolo lo trovi anche sul quotidiano online Bora.La!

Credo di non aver mai fatto caso a questo piccolo autobus parcheggiato in Piazzale Gioberti, scansato dai più importanti 6 e 9 che dal rione di San Giovanni (un tempo meta delle passeggiate in campagna) portano i triestini fino alla costa.

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Triestini sulla costa

Eppure eccolo lì, porte aperte e un percorso interessante.

A bordo sono l’unico under 70, circondato da una fitta selva di anziane, capelli cotonati e immancabili borse della spesa. Si scambiano a gran voce aggiornamenti clinici e fisioterapici, in un festival del farmaco geriatrico che non teme orecchi indiscreti.

E poi sbuca lei. Avrà una cinquantina d’anni portati male, un paio di croc verdi ai piedi e un gilet nero come ostinata nota d’eleganza. Saluta tutti sfoderando gli unici denti che ha, entrambi sulla stessa fila, a comporre un sorriso vampiresco da mercato rionale. Accompagna ossessivamente i capelli dietro all’orecchio e va su e giù per l’autobus dribblando stampelle e vene varicose.

“La gavessi 20 centesimi che go de telefonar?” domanda in giro, finché una delle teste cotonate non l’accontenta. Lei scende dall’autobus ancora fermo ed entra nella cabina telefonica. La vediamo tutti mentre, cornetta cucita all’orecchio, discute animatamente con qualcuno, mentre controlla l’ora e ribadisce cose sbuffando qua e là. Insomma, mentre fa tutto ciò che chiunque di noi fa al telefono.

Eccetto comporre il numero.

“Cossa la vol” mi fa l’anziana spiandola da dietro i vetri “ghe go dà. Ma miga sempre, eh. Una volta me ga chiesto 5 euro, per una telefonada. Insomma, me pareva un poco tropo”.

Capisco subito che quest’autubus è uno dei tanti mondi a sé che gravitano per le strade di Trieste. Se la 13 mi era sembrata un paese su sei ruote, questo ha più l’aria di essere una calda osteria, di quelle profumate di vino e kren all’ora di pranzo.

L’autista (si chiama Boris e lo salutano tutti) mette in moto e scalda i motori. Via del Capofonte è ripida e stretta, quasi un sentiero verso una zona nascosta da alberi e curve troppo esigenti, così chiamata perché qui si trovava il “capofonte”, dal quale si diramavano le gallerie sotterranee dell’acquedotto teresiano che portavano l’acqua alle fontane del centro.

Le anziane scendono una dopo l’altra, in un affaticarsi cauto di giunture, e appena mettono piede fuori vengono spintonate dai refoli di borino. Ho visto sedani e carote ballare il rock’n’roll in quelle borse di plastica.

L’autobus è quasi scarico. Nei pressi della piazza, gente nuova è pronta a salire. È il cambio della guardia, perché la 12 ha questo di particolare: il suo percorso è diviso in due, e così i suoi passeggeri. Era il turno degli anziani, ora tocca a loro.

Tatuaggi, piercing, zaini: un’insalata mista di studenti e lavoratori occupa posti ancora caldi. Anche loro salutano l’autista, e qualcuno si appende alla sbarra per una chiacchierata. Ma siamo pur sempre diretti verso l’ex manicomio, e ben altri personaggi devono entrare in scena.

Già ubriaco, 40 anni intascati da qualche parte, sembra scomparire dentro a quel maglione troppo grande. In mano ha una bottiglia di Coca Cola piena d’acqua, che non beve. Punta in giro il naso graffiato, grignando tra sé il suo essere di estrema destra. Chi gli siede di fronte indossa grosse calze bianche in pendant con i capelli, il braccio appeso a una stampella per la gamba malconcia. Quando il “destrorso” mi borbotta anagrammi di anatemi, l’altro mi strizza l’occhio per rassicurarmi che in realtà è innocuo. Poi gli risponde, svelando una voce rauca forse ancora più incomprensibile della sua. Ma tra loro si capiscono che è un piacere.

La 12 imbocca l’ingresso dell’ex Ospedale Psichiatrico: costruito nel 1908 con una struttura a padiglioni (moderna all’epoca), divenne ben presto luogo dove rinchiudere gli elementi ritenuti pericolosi per la società. È qui che, dal 1971, Franco Basaglia diede il via alla sua sperimentazione. Oggi un piccolo autobus sfiora padiglioni abbandonati a braccetto con quelli risanati, gestiti da diverse realtà cittadine (come l’azienda sanitaria e l’università).

Su una delle tante curve, sotto gli occhi di Marco Cavallo, l’autobus inizia a fumare. “E’ l’acqua” dice l’autista senza scomporsi. Il fumo entra in vettura, avvolgendo una ragazza che, dimenticata sui sedili posteriori, continua impassibile a parlare da sola. Una coppia di carabinieri non fa caso a noi né alla nostra lunga scia vaporosa, che ci segue come lo strascico di una sposa.

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Marco Cavallo

La 12 è un aereo in avaria che raggiunge testardo il capolinea. Due manutentori sono già sul posto pronti al lavoro; in un baleno diventano l’attrazione degli uomini stanati dai bar, con mani annodate dietro la schiena

IMAG0776e piedi infilati in sandali e calzini

calzini

Retaggio crucco? Mi piace vederla così

Torno a casa nel sole, con la consapevolezza che la mia città sia impeccabile nel lasciar intravedere se stessa, soprattutto negli angoli meno in vista.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Frizzle Fry” dei Primus

Un Cavalier senza macchi(n)a

Autobus Nocturno 2

Nel quale un Cavaliere di terre lontane difende l’onore d’una fanciulla vilipesa

Correva, in una terra del Lazio che non voglio ricordare come si chiami, un autobus Notturno di nome Ronzinante, di quelli con l’olezzo di fritto, i vetri laidi e i bengalesi incastonati al soffitto. 

 

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L’N2 nei pressi della Stazione Termini

Importa di sapere che negli intervalli di tempo in cui si fermava, l’autobus si ingravidava di viandanti sempre più vicini l’un l’altro, con buona pace del nome d’Iddio e di tutti i Santi.

Or va’ pur narrato ciò che avvenne sul retro del mezzo, e delle voci e de’ sospiri che attirarono il nostro orecchio. O sfaccendato Lettore, seguimi in quest’avventura, popolata di donne, cavalier, canti e odori.

Come avea oltrepassato il crocicchio di Termini, Ronzinante riprese la lunga via che da Laurentina porta verso il villaggio di Rebibbia. Di fianco a me v’era Sante, nobiluomo delle Terre Lucane, che assieme alla sua dama, donna Manuela, attendea paziente l’arrivo a Tiburtina.

Una donzella dai ricci capelli, di quelle che si chiaman “da partito”, stava ritta davanti alla porta. Andava osservando un tipaccio di fronte a lei, un giovanotto italiano, di quelli che troppo vino e gozzoviglie han stordito la capacità del ragionare. Egli si movea con gran baldoria, finché ella non poté contenersi dall’esclamare che un contegno di siffatta natura mal si confaceva a un gentiluomo della Capitale.

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Un gentiluomo della Capitale

(http://forum.sky.it/ecco-il-tifoso-romanista-t421404.html)

Io non vidi bene che cos’accadde, ma dal trambusto che si creò, son portato a credere che il giovanotto, per tutta risposta, montò sugli esili piedi della fanciulla come si schiaccia uno scarafaggio entrato in cattedrale.

Ciò fatto, si scatenò ben presto un putiferio: la donzella strillò che non eran modi appropriati a un buon uomo, e che come avea molestato la sua persona così avea fatto con un’altra signorina, già scesa, che s’era sentita tirar per li capelli. Il giovane ribattè a gran voce, con improperi che non voglio qui riportare.

Il suo linguaggio da gradasso innescarono però la collera d’un cavaliere che lì sostava assieme ad altri: moro di pelle e dalla favella d’Oriente, s’intromise a difender la fanciulla, come ordina l’ordine de li cavalier erranti d’Arabia.

“Avete offeso l’onor d’una donna. Esigo che le domandiate scusa!”

“Se la Signoria Vostra domanda le mie scuse, ebbene può scordarsele!”

Avvenne che, in mezzo a decine d’altri viandanti, l’insolenza del giovin signore accendesse sempre più l’ira del cavalier d’Oriente. Garbatamente, il moro ripetè la sua comanda: egli dovea chieder scusa alla fanciulla e imparar a comportarsi a modo con il gentil sesso.

Il litigio si facea sempre più caldo. Donna Manuela, la dama lucana, si volse verso Sante, suo sposo:

“Scendiamo dall’altra parte” gli disse quieta, ed egli acconsentì.

Come se non bastasse, in mezzo al litigio s’inserì pure un uomo anziano, barbuto e canuto, e di rosso vestito. Fattosi portatore de li valori antichi, acciuffò il giovane per una spalla e poderosamente lo scosse, strillandogli: “E’ gran vergogna prendersela con chi non può difendersi!”. E se qualche garzone lì presente non l’avesse placato, sarebbero state botte per tutti. Ah, la pazienza de li vetusti!

Sarà stata la saggezza dell’anziano, o la stazza del cavalier, o l’amico che viaggiava seco, fatto sta che il giovanotto si convinse a desistere. Alzò le mani e chiese “perdono”. L’anziano annuì fiero. Il cavalier d’Oriente s’eresse, dritto nella sua figura guerresca: avea vinto, e ricevuto soddisfazione.

Tornò la quiete. Ronzinante continuava il suo viaggio nella notte romana.

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Tipica notte romana

Di lì a non molto, placato il fatto, un altro ne sopravvenne: il Giovin Signore intonò un canto. Or chiedo al Lettore di non me ne volere se non rammento quale. Lo suo scudiero cenno gli fece di silenziarsi, ma lui si scrollò di dosso l’imbarazzo per replicare:

“Lo canto m’aggrada, e deliziarvi a gran voce è per me un piacere!”

Un giovinetto, tutto pulito e ordinato che pareva Chicken Little, s’eresse oltre le teste sdegnato per gridare:

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“C’hai rotto er cazzo!”

Detto che l’ebbe, le porte di Ronzinante s’aprirono. Il Cavalier d’Oriente e il suo fido scudiero, il Babbo Canuto, acciuffarono quel villano d’un giullare e lo spinsero fuori in istrada. Il Cavalier d’Oriente immantinente gli si avventò contro con pugni et calci, rendendo così giustizia sia alla donzella offesa sia all’autobus intero.

È questa una novella, ma è accaduta davvero. Possa esser di valore per chi la legge come lo fu per chi la scrisse. Vale.

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Skaiosgaio

Scritto ascoltando “The Essential Johnny Cash”

 

L’AMATA delle Tenebre

Regionale Fiera di Roma – Roma Tiburtina

Abbandono la testa contro al finestrino e chiudo gli occhi. Il vetro è sporco, direte.

https://www.youtube.com/watch?v=rax8o1CnLSk dico io. Dopo 11 ore di lavoro nessun vetro è sporco.

Quando riapro gli occhi, vedo una principessa. Capelli lunghi e intrecciati, un vestito vaporoso e colorato. Non so che cosplay sia, ma la regalità degli abiti coinvolge anche i suoi eleganti movimenti da corte francese. Con lei, due ragazzi più grandi, non mascherati. Uno ha una barba lunga e nera, l’altro lo intravedo appena perché mi è seduto di fianco. Una cosa è certa:

sono tre nerd.

Durante i giorni del Romics (Fiera del Fumetto) i nerd, come novelli Lanzichenecchi, escono allo scoperto, occupano Roma e i suoi mezzi pubblici diventano terra di conquista.

Devastano di chiacchiere noiose, intendo.

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Gruppo di nerd durante l’occupazione di Roma (1527)

Inebriati dagli occhi del mondo improvvisamente puntati su di loro, ecco che i nerd levano le ancore delle loro insicurezze e si tuffano nella vita tout court. Ciò significa: trovarsi la morosa.

Ma cosa succede quando due nerd puntano la stessa ragazza? Quali sono le regole sociali che decretano il maschio alpha?

Come nella migliore tradizione videoludica, per conquistare il cuore della principessa bisogna combattere. A colpi feroci. Fendenti, acrobazie, armi segrete.

NERD 1: Hai mai visto L’Armata delle Tenebre?

ImmagineA colpi di citazioni cinematografiche, ad esempio

NERD 2: “Tenete lontano dalla mia bocca le vostre luride ossa!” (cit.)

NERD 1: Troppo forte!

NERD 2: Troppo!

Silenzio. Fermata. Ponte Galeria. C’è ancora tempo prima di Tiburtina.

NERD 1: “Miserabili scheletri senza palle…” (cit.)

NERD 2: (capisce, anticipa la stoccata e colpisce) “Muovete quelle quattro ossa e avanzà…e avanzà…” (cit.)

Entrambi cominciano a esibirsi in curiosi movimenti del corpo, le mani portate sul volto.

ImmagineUna danza tipica?

 

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Un rituale di corteggiamento?

No, solo una citazione corretta: è la mandibola che si stacca dal volto del cattivone, (è l’Armata delle Tenebre, e i morti hanno questi e altri problemi) che prontamente la risistema per terminare la battuta:

NERD 1 e 2: “…avanzàte!”

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Il cattivone, qui come strumento di corteggiamento.

Pareggio, dunque. Sono due avversari alla pari. La principessa assiste al duello con un sorriso soddisfatto, ma solo uno di loro conquisterà il suo amore. Forse.

NERD 1: …che poi c’è quella parte coi piccoletti…

NERD 2: Troppo forte!

NERD 1: Troppo!

PRINCEPESSA: un omaggio a Swift!

Silenzio. I duellanti si guardano negli occhi.

NERD 1: Sì.

NERD 2: Già.

Fermata. Muratella. Il tempo scorre, le fermate passano, e i colpi finiscono sempre in pareggio. Sam Raimi è un terreno troppo noto. Bisogna inventarsi qualcosa. Serve un colpo segreto, una pozione magica, un exchizzibur…excansalar (Excalibur!). Serve il calcio finale di Karate Kid. Serve la pistola che Groucho lancia all’ultimo secondo a Dylan Dog. Serve l’ultimo pugno di Rocky contro Ivan Drago.

NERD 1: “Sai com’è nell’originale la battuta Dammi un po’ di zucchero, baby?

Si fermano tutti. La principessa rivolge gli occhi all’arena. Nerd 2 vacilla, balbetta. Il suo avversario pregusta la vittoria come fosse un whisky d’annata.

NERD 2: “No”

NERD 1: “Hail to the king, baby!”

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Abbiamo un vincitore!

Un messaggio subliminale per la principessa? Forse. Invece lei si alza, li saluta con un grande sorriso e scende. È la sua fermata.

I due sfidanti rimangono uno di fronte all’altro. È stato tutto inutile. Entrambi la osservano allontanarsi dal treno e scomparire nei cunicoli della Stazione.

NERD 1: “E’ una porchetta”

NERD 2: “Cioè?”

NERD 1: “Ha il viso ovale, come…una porchetta. Carina, molto.”

NERD 2: “E’ ‘na fancazzista. Cioè, nun fa ‘n cazzo dalla mattina alla sera. E fa bbene, fa.”

NERD 1: “C’ha 21 anni…”

NERD 2: “…21 anni!”

Silenzio. Il treno riprende ad andare.

NERD 1: “Io ne ho 10 de ppiù…”

NERD 2: “Io pure…”

NERD 1: “…e son fancazzista uguale…”

NERD 2: “…già…”

Silenzio. Poi, in un sospiro…

NERD 1: “…Mortacci”

Skaiosgaio

 

Scritto ascoltando “Toop toop” dei Cassius.

Rom(a)

Linea 451. In cui un noto personaggio di Mezzinudi incontra una famiglia rom.

L’abbiamo già incontrato ed è stato un bel momento. Stavolta è tornato: più sudato, più incazzato. Sto parlando di…

Viale Togliatti in un pomeriggio infuocato. Dai finestrini sfila solo una periferia rinsecchita dal caldo e complessi popolari soffocati dal cemento.

Dentro l’autobus c’è puzza di capelli sudati. Nessuno parla. Tutti immobili come salamandre.

Fermata. Sulla porta compare un passeggino zeppo di sacchetti, inconfondibile entrata in scena di una famiglia rom. Segue madre giovane, nonna, una ragazzina di circa 12 anni e un bambino di 8, più o meno.

Indosso le cuffie e schiaccio play su Socialismo Tascabile degli Offlaga Disco Pax. Non supero i primi 30 secondi: qualcuno, nell’autobus, ha appena gridato alla famiglia di scendere. Ha l’inconfondibile accento napoletano biascicato. Scorgo un bastone, grosso, nodoso, con una punta massiccia. Qualche centimetro più su incontro una pancia gonfia, nutrita da anni di alimenti scadenti e vino cattivo. Occhiali quadrati. Lo riconosco, l’ho già incontrato. È…O’ invalido!

– Scendete che non c’avete il biglietto! – urla loro dal suo posto di invalido, forse conquistato a bastonate (sarebbe il suo stile).

 

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Molte volte le fermate van finir a bastonate

La giovane madre ribatte che loro ce l’hanno il biglietto. Lo dice in fretta, scivolando sulle parole, perché probabilmente non ci crede neanche lei. Su certe linee di Roma il biglietto è un ricordo lontano, come vecchie preghiere che muoiono con il tempo.

– Vi faccio scendere a bastonate! – O’invalido è testardo. Si morde il labbro superiore con i pochi denti rimastigli e ha un respiro appesantito dal caldo. Ai piedi, i soliti sacchetti di plastica, che qualcuno un giorno mi dovrà spiegare perché gli anziani sugli autobus non riescono a farne a meno. Ha iniziato la guerra dialettica e, lo so, non smetterà. E infatti, sfoggiando un commovente aggiornamento politico, riprende: – Tornatevene in Jugoslavia!

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Un ricordo di quando andavo alle elementari. Al centro è ancora visibile la Jugoslavia.

La giovane madre guarda la nonna. Che c’entra la Jugoslavia? La nonna, però, si sta lentamente squagliando dal caldo e non ha neanche la forza di respirare. O’ invalido, invece, è implacabile.

– Tornatevene in Albania! – precisa – Che Albania?- risponde la madre con uno sforzo linguistico. E lui, dritto per dritto: – Ti fucilo!

Un ragazzo, tatuato e con una pettinatura stile Rebibbia, mi guarda e mi sorride divertito.

A intervenire è la ragazzina, stavolta. Imbroncia il viso e

– Non si fa la violenza contro le donne – gli ringhia – Contro gli uomini, sì. Ma non contro le donne!

Lo trovo il lucidissimo punto di vista di una società regolata diversamente dalla nostra. O’ invalido cerca la risposta. Digrigna quei quattro denti sbilenchi e cerca un consenso popolare che non trova. Suda, sotto quel berrettino rosso decorato da allegri delfini blu.

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Carlo V di Francia. Il primo erede al trono a usare il titolo di Delfino. 

– Chi fucili? Mostrami il fucile!- è l’intervento del bimbetto. E il bimbetto si becca subito una sberla dalla madre. In quella manata c’è scritto tutto: non si risponde a persone che non stanno bene di testa.

O’ invalido gli bisbiglia qualcosa che non capisco. Paroline da diavolo tentatore, tipo vieni qua e ti faccio vedere. La conversazione si insabbia. Lui continua a farfugliare cose. Poi, quando ormai sto per far ripartire l’ipod, tac. Zitto e malefico, allunga il pesante bastone di legno fino a colpire i piedi del bimbo. Gli sfugge subito e si lascia scappare uno sbuffo deluso, come i gatti quando sbagliano un agguato.

È tempo di scendere. Mi immergo di nuovo nel sole bollente assieme a passeggino, madre, bimbi e nonna, che nel frattempo è dimagrita di 20 chili lì dentro. L’autobus riparte, portandosi dietro o’ invalido, chissà dove, verso l’infinito e oltre.

Mi incammino e ripenso a quello che ho appena visto. Soprattutto, mi chiedo come diavolo sia stata possibile una conversazione tra una famiglia di rom che a malapena conosceva l’italiano e un signore della Napoli più profonda che borbottava come una teiera. Miracoli delle metropoli.  

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Non ho paura del mostro” di Pino Daniele

Ave all’autista

Nocturno 12. (Se vivete a Roma, sapete cosa significa)

Sono cresciuto, come tutti, con i film di Fantozzi. E la scena in cui il ragioniere tenta di salire a bordo del bus mi ha sempre fatto ridere. Finché non sono venuto a Roma. Quando ho conosciuto i bus notturni, ho scoperto che Fantozzi non esagerava per niente.

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Il neorealismo

Non sono di strada e devo salire a Termini. La mia religione parla chiaro: “Mai a Termini! Sali a Piazza Venezia, che se hai culo pure ti siedi”. E, infatti, a Termini siamo già in 15.000.

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Al mio segnale, scatenate l’Inferno

Appena arriva l’autobus, la calca avanza verso le porte. Lenti e implacabili come una legione romana. È comodo, non devi neanche camminare. Ci pensano quelli dietro di te a farti salire.

Non so come, mi ritrovo a bordo, spalmato sul vetro dell’autista come carta da parati. Le porte fanno fatica a chiudersi, c’è chi si aggrappa alle chiappe altrui pur di stare a bordo. Finché l’autista non caccia un urlo. E io conosco uno dei più bei personaggi di questi mezzi pubblici.

È grasso, pelato, con il pizzetto. Indossa un cappellino del Napoli. È uguale a Zulù dei 99 Posse, e la ragazza al mio fianco (che fa anche lei la carta da parati) glielo dice subito.

Lui si alza e guarda il suo autobus come fosse il suo regno. Con la voce resa potente da una pancia pavarottesca e l’accento arrotondato da chissà quale quartiere di Napoli, ci urla:

– Se state comodi possiamo partire!

C’è scritto di non parlare al conducente. Ma Zulù è irrefrenabile. Un chiacchierone nato, da far invidia a venditori e gestori di pizzerie. Senza troppi problemi ci prende tutti in confidenza, come fossimo amici in viaggio di piacere.

L’autobus lascia la bella (!) Termini.

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Giovanotti della bella Termini

C’è talmente tanta gente che non si parla più di passeggeri, ma di un unico passeggero informe, un ammasso composto da colori diversi. Una marmellata di tante nazionalità che si sposta in modo uniforme a ogni curva.

Al primo incrocio, Zulù muove il braccione e bussa alla spalla di un bengalese aggrappato alla porta. Gli indica lo specchietto e

– Non ci vedo! – gli dice quasi in dialetto.

Ma siamo così tanti che spostarsi è impossibile. E così, da quel momento, ogni volta che l’autobus deve svoltare o accostarsi, il passeggero gli dà le indicazioni. Un lavoro di squadra in napoletano-bengalese.

– Occhio, occhio a destra…

– Vedo, prevedo e stravedo – gli risponde Zulù sereno – ho i sensori di Gùgol nel buco del culetto!

Porta Maggiore. Una delle porte più interessanti delle mura Aureliane, dove l’antica via Prenestina si estingue finalmente nella Città Eterna. È sempre stata un via vai. Un tempo c’erano i carri, ora i carrozzoni. Per coerenza con la Storia del Caos, oggi c’è un incrocio maledetto, fatto di auto, taxi, tram, autobus e lavavetri abusivi. E passano tutti nello stesso momento.

Zulù si sporge dal finestrino e chiede scusa a un automobilista

– Fateci passare, che c’ho ventimila persone avvelenate che vogliono andare a casa!

Poi, come se fosse la conseguenza più logica, si volta verso di noi e ci dice

– Forza Napoli!

Così. E poi, non pago:

– C’ho pure la maglietta con scritto Juvemmerda!

Fermata. Un altro migliaio di persone cerca di salire dove non scende nessuno. Zulù si affaccia agli avventori

– Salite, salite, che c’è posto per tutti!

Dentro, risate generali. Perché, in certi momenti, quando hai il naso nell’ascella di uno e i piedi sulle gambe di un altro, trovare qualcuno che ti prende in giro fa solo che bene.

Zulù è un bravo autista. Sa cosa significa non respirare per 30-40 minuti. E così comincia a cantare. Canzoni napoletane.

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Poteva andare peggio.

Noi ridiamo, ma lui l’ha presa sul serio. E dal momento che le conosce solo lui, cambia repertorio. Ci incita a proporre canzoni. Salta fuori, naturalmente, Pino Daniele.

Il Notturno 12, carico di gente e lanciato verso la periferia, è diventato il pullman di una gita scolastica. Centinaia di sconosciuti cuciti uno addosso all’altro, per mezzora, sono entusiasti compagni di viaggio.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Birdland” dei Weather Report

Va’ dove ti porta il fumatore (in stile Susanna Tamaro)

 

Linea 14. Sei arrivata da pochi minuti e da pochi minuti, con occhio sveglio e piglio curioso, ti osservo. Seduto sul tram in attesa al capolinea, inondato dal calore dell’estate prematura, ti ho spiato a lungo attraverso il finestrino rigato da piccole, tenere goccioline di pioggia. Lì, proprio lì, davanti al mio naso e oltre il vetro, c’è il tram della direzione opposta. E, all’interno, silenziosa passeggera, tu.

Che cosa ci fai ancora sul tram? Mi son chiesto. Nonostante fosse l’ultima fermata, sicura e tranquilla malgrado sia il Quarticciolo, tu non sei scesa. Sei rimasta lì, seduta in mezzo a quel cespuglio di borse di plastica che ti trascini dietro, nel calore del tram color smeraldo.

Il calore di maggio, dici tu. Ma quando piove, dove si rifugia l’estate? E alla fine, forse, un raggio di sole sei anche riuscita a raggiungerlo, allargando le braccia come ali di piccione.

Barbona, ti definiscono i ragazzi che abitano da quelle parti, con i capelli dritti e fiocchi di polline incastrati nel gel. E tu, quel cappotto morbido come un montone, te lo tieni addosso da chissà quanti anni.

Una voce ti chiama e io la sento appena. Proviene timida e ovattata dall’altra parte della strada. Dice che devi scendere e il tuo musetto annuisce come la volpe del Piccolo Principe.

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Il Piccolo Principe

E, invece, non lo fai.

Nella penombra del mio tram, lucertola assopita all’ombra dell’ippocastano, continuo a spiare quei lunghi silenzi che scuci dalle rughe del tuo viso. Rughe di un bel color nocciola. Nocciola come il noce della mia infanzia, quando zia Pina ci portava a giocare sull’altalena della morte. O nocciola come la fidanzatina di quel nocciolo nucleare che tanto fa strillare e tanto pensare. Nello strillare, il pensare germoglia.

Solo ora mi accorgo che hai un piccolo tubicino color panna tra le dita. A che serve quel tubicino? Mi chiedo un po’ così. Ti guardo con un profondo senso di curiosità, come un bimbo davanti al cucciolo di un alce. E ti vedo. Te lo infili nel naso quel tubicino, su su per una narice. Poi lo togli e te lo infili nell’altra. Su su, sembri voler raggiunger le stelle. È possibile raggiungere le stelle? Sembri domandarti con quel tubicino di carta che ti penzola sul labbro. Difficile rispondere. Te lo togli, respiri e poi lo metti in bocca. È una sigaretta, e io non l’avevo capito.

Hai le dita annerite dallo smog. Come piccoli rametti di un pioppo, ti pizzichi il giaccone qua e là. Sembri cercare qualcosa, e nel cuore di un tram romano la ricerca è la chiave di ogni felicità. Si può essere felici a bordo di un tram su Viale Togliatti? Estrai un accendino e lo ondeggi davanti al mento. Lo accendi, lo inneschi, lo sfreghi, ma quello, maledetto, non vuole divampare in una fiamma forte color zafferano. Insistere è, allora, la vera forza della vita. E quando il tuo dito, con l’unghia mangiucchiata e temperata di bistro, finalmente ci riesce, un fremito di contentezza ti invade gli occhi. Gli occhi sono la vera invasione della contentezza.

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La contentezza negli occhi

Inoltro il mio sguardo ancora un po’. Il fumo si espande in silenzio conquistando molecola dopo molecola, palmo dopo palmo, come la coltre di un passato che non c’è più.

Il momento si spegne. Il rito si spezza. Un dipendente dell’atac ti vede e sale a bordo sicuro come un faggio. Non sento quello che ti dice, la sua voce non arriva dove sono io. Ma il labiale, fedele come un labrador, è cristallino come l’Empireo: lì dentro non si può fumare. E tu, sbarazzina in una giornata di primavera rinfrescata dalla pioggia, non gli rispondi. Lui insiste e tu niente, assopita in un sogno dal gusto di catrame. Come negarti il piacere del catrame a bordo di un tram? Leggo nei tuoi occhi l’impossibilità di negare il catrame, perché solo il catrame è sincero se a bordo di un piacere.

L’uomo dell’Atac mi scorge tra i finestrini offuscati da piogge passate. Alza le braccia come un airone e mi sorride. Non lo sento, ma ancora una volta il labiale, sincero e polposo, mi scuote di malinconia:

– Ma che cazzo je devo dì?

Skaiosgaio

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Scritto ascoltando “Torture never stops” di Frank Zappa

 

Fratello di suo fratello

Linea 451. A che fermata scendete, fratelli? Autobus tremante sulla Togliatti. Che, non a caso, fa rima congabbia di matti.

Una signora grassa e baffuta gli dà del cafone. Lui, giovane, piccoletto vestito di rosso, piercing orrendo sul labbro, occhiali scuri e un cappellino imbarazzante da bullo di seconda media, la manda affanculo. E continua a imprecare da solo. Tempo trenta secondi e già litiga con un tizio seduto lì vicino. Gongolo.

Chiede un accendino. Uno da fuori glielo offre. È costretto a scendere per fumare. Due boccate e getta a terra la sigaretta con una faccia da minacciosa alla Joe Pesci. Torna a bordo. Se la prende con un colombiano. Poi con un ragazzino che guardava l’autobus (in effetti, che c’è da guardare?)

È il re del 451. Parla da solo, ma mai di sé.

 

Rompeteme ancora er cazzo e chiamo mi fratello.

Mi fratello cià ventiddue anni e mena.

Mi fratello nun scherza, eh? Se deve mena’, mena.

Mi fratello va sempre in palestra. Solleva 500 chili, mi fratello.

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 500 kiwi

Mi fratello è ai domiciliari.

Mi fratello se fotte i motorini. 500 motorini s’è fatto, mi fratello.

Chiamo mi fratello.

Mi fratello è muscoloso. Cià i muscoli, mi fratello.

Mi fratello cià ventisei anni.

Non ce ne aveva 22?

Commenta una ragazza con l’amica.

Mi fratello cià degli addominali de paura. Fanno paura gli addominali de mi fratello.

Mi fratello ve mena a tutti. Ma anche io meno, eh.

Si siede a terra.

L’autobus parte.

Un tipo arriva tardi e l’autista non gli apre.

Il fratello di suo fratello

inveisce contro il ritardatario.

 

Nun te apro. Chiamo mi fratello, eh? E io nun te apro (ride).

Cazzo guardi? Chiamo mi fratello?

Mi fratello ve mena. Ve mena!!!

Silenzio. È sceso?

Uno sbadiglio fortissimo.

No, è ancora qui.

Mi fratello cià dei tatuaggi de paura.

Cazzo ridi? Vojo vede’ se ridi co’ mi fratello

Guarda che meno anche io. Mi fratello mena deppiù, ma anche io se vojo meno de bbrutto.

Mi fratello te apre in due come la Nutella (sic).

Immagine

Te apre in due come la Nutella.

Mi fratello se vole te fa er culo. Te fa er culo, mi fratello.

Mi fratello cià er coltello. Pur’io ciò er coltello, che te credi. Ma mi fratello nun ce n’ha bisogno, der coltello. Je bastano le mani. A te te bastano le mani? A mi fratello er coltello nun je serve.

coltello

T’ho detto che nun je serve!

Mi fratello cià le nocche gonfie da tanto che mena. Gonfie!

Mi fratello cià la ragazza. Io nun ce l’ho la ragazza, ma mi fratello sì.

Jessica, Jessica (comincia a canticchiare).

L’autobus ferma davanti a un campetto di calcio.

Qua abita mi fratello!

Sul serio?

Mamma, butta la pasta

che veniamo io e mi fratello!

 

Scende senza farsi notare. Così, senza trionfale uscita di scena.

Rimango un po’ deluso, ma lo capisco. L’uscita di scena trionfale non la può proprio fare. E mi dispiace per lui. Per quanto possa sforzarsi, la farà sempre meglio suo fratello.

 

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Mio cuggino” di Elio e Le Storie Tese. Ovviamente.