Game of Trams

Linea 14, tram di Roma

Già non lo sopporto. Appeso all’apposito sostegno, i brandelli della sua giacca mi piovono addosso come una tenda ammuffita. Poi una signora, che non vedo ma oscilla tra i 65 e i 70 anni, gli chiede di passare. Deve scendere.

– Passi, signora

fa lui. E quindi di nuovo

– Passi, signora!

Ed entra in un loop deviato. Uno squilibrato disco che salta in un crescendo di maleducazione che è raro pure nella Terra del Pigneto.

Pigneto

Il Pigneto, subito oltre la Barriera di Porta Maggiore

Interviene il marito. Piccoletto e con un berretto calato addosso come un elmetto. Affronta il rumeno (lo dirà poi ai quattro venti che è rumeno, come i gatti quando soffiano e gonfiano il pelo) e…il secondo rumeno, che si para a fianco dell’amico a dargli man forte. Si spintonano, il giovane alto il doppio del marito. Il primo rumeno, (nome prenestino: “Disco-che-Salta”) cerca addirittura di calmare il collega (nome prenestino: Spaco Botilia), senza fortuna.

rumeno

Disco-che-Salta in una foto d’archivio

Poi una mano. Arriva da dietro di me, agguanta il cappuccio del secondo e lo scaglia verso le porte. Una ragazza urla

– Valerio, calmati! (Valerio è nome di fantasia)

Valerio è un under 30, alto e dal capello corto. È chiaramente di Napoli, e quando parla non ci si capisce niente. Capisco meglio quello che dicono i due rumeni, per intenderci. Ma Valerio, che non sarà un fine retore, ha la prontezza di intervenire subito. E ha tutta la mia stima.

Spaco Botilia si ritrova appeso all’apposito sostegno, dietro di lui il baratro del marciapiede. Disco-che-Salta, invece, ha un braccio strattonato da Valerio e l’altro attaccato al marito della signora. Decido di far qualcosa anch’io (alla buon’ora!) e, assieme ad altri passeggeri, facciamo leva per separare Disco-che-Salta dal marito sbraitante.

– Ladri! Ladri!- Urla qualcuno dal basso dei sedili.

Valerio è un guerriero senza paura: si para davanti ai due e continua a urlare

– Scendete! Scendete!

valerio

Come voglio ricordare Valerio

Questi non mollano. Disco-che-Salta fa per contrattaccare quando…

…interviene Jim (nome di fantasia, grazie Mark Twain). Jim è un africano grande e grosso. A testa bassa, carica Disco-che-Salta e lo sposta sui gradini del tram.

Il tram è fermo, le porte spalancate. L’autista aspetta paziente. Non si preoccupa di quanto sta succedendo a bordo del suo mezzo pubblico. Non si preoccupa se qualcuno può farsi male. Mica lo pagano per questo, cazzomenefregaame?

autista

Il conducente ha sempre a cuore la salute del suo popolo

Noi passeggeri siamo tutti parati davanti alle porte, a urlare loro di scendere. Disco-che-Salta è già a terra, mima minacce di morte a Valerio, sventolando il suo essere rumeno (e immagino che questo dia molto fastidio alla maggioranza dei rumeni a Roma, onesti e lavoratori). Spaco Botilia, invece, rimane con una mano appeso al palo, attaccato come una cozza, terrorizzato di finir scagliato sulla via Prenestina che scorre dietro di lui.

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Spaco Botilia e, dietro, la via Prenestina


E invece deve mollare. Jim scende con loro, continua a sbraitare, ma tiene testa a entrambi. Valerio si calma, gli sguardi di stima sono tutti per lui. Primo fra tutti, il mio. 

L’autista si sveglia dal pigro sonno dell’indifferenza. Al nostro ventottesimo sollecito, chiude finalmente le porte del tram e riparte. Superiamo sani e salvi Porta Maggiore.

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Porta Maggiore

Resta l’amarezza di una vicenda selvatica, incendiata dalla rabbia verso l’indifferenza dell’autista. Ma diciamolo. Sotto a tutto questo, c’è anche l’esempio, caldo e robusto, di una solidarietà che sa farsi carico di intervenire, quando serve. Se non ci si aiuta fra noi, dimenticati clienti dei mezzi pubblici…

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Blue Lines” dei Massive Attack

ps: mi sembra ovvio che questo post intende solo raccontare una vicenda avvenuta su un mezzo pubblico il giorno 16 gennaio. Non è un attacco contro i rumeni di Roma (che saluto cordialmente), né è da intendersi come generalizzazione di un popolo (che saluto). Lo dico perché la retorica e il commento facile sono sempre in agguato.

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Ave all’autista

Nocturno 12. (Se vivete a Roma, sapete cosa significa)

Sono cresciuto, come tutti, con i film di Fantozzi. E la scena in cui il ragioniere tenta di salire a bordo del bus mi ha sempre fatto ridere. Finché non sono venuto a Roma. Quando ho conosciuto i bus notturni, ho scoperto che Fantozzi non esagerava per niente.

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Il neorealismo

Non sono di strada e devo salire a Termini. La mia religione parla chiaro: “Mai a Termini! Sali a Piazza Venezia, che se hai culo pure ti siedi”. E, infatti, a Termini siamo già in 15.000.

Termini_n12

Al mio segnale, scatenate l’Inferno

Appena arriva l’autobus, la calca avanza verso le porte. Lenti e implacabili come una legione romana. È comodo, non devi neanche camminare. Ci pensano quelli dietro di te a farti salire.

Non so come, mi ritrovo a bordo, spalmato sul vetro dell’autista come carta da parati. Le porte fanno fatica a chiudersi, c’è chi si aggrappa alle chiappe altrui pur di stare a bordo. Finché l’autista non caccia un urlo. E io conosco uno dei più bei personaggi di questi mezzi pubblici.

È grasso, pelato, con il pizzetto. Indossa un cappellino del Napoli. È uguale a Zulù dei 99 Posse, e la ragazza al mio fianco (che fa anche lei la carta da parati) glielo dice subito.

Lui si alza e guarda il suo autobus come fosse il suo regno. Con la voce resa potente da una pancia pavarottesca e l’accento arrotondato da chissà quale quartiere di Napoli, ci urla:

– Se state comodi possiamo partire!

C’è scritto di non parlare al conducente. Ma Zulù è irrefrenabile. Un chiacchierone nato, da far invidia a venditori e gestori di pizzerie. Senza troppi problemi ci prende tutti in confidenza, come fossimo amici in viaggio di piacere.

L’autobus lascia la bella (!) Termini.

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Giovanotti della bella Termini

C’è talmente tanta gente che non si parla più di passeggeri, ma di un unico passeggero informe, un ammasso composto da colori diversi. Una marmellata di tante nazionalità che si sposta in modo uniforme a ogni curva.

Al primo incrocio, Zulù muove il braccione e bussa alla spalla di un bengalese aggrappato alla porta. Gli indica lo specchietto e

– Non ci vedo! – gli dice quasi in dialetto.

Ma siamo così tanti che spostarsi è impossibile. E così, da quel momento, ogni volta che l’autobus deve svoltare o accostarsi, il passeggero gli dà le indicazioni. Un lavoro di squadra in napoletano-bengalese.

– Occhio, occhio a destra…

– Vedo, prevedo e stravedo – gli risponde Zulù sereno – ho i sensori di Gùgol nel buco del culetto!

Porta Maggiore. Una delle porte più interessanti delle mura Aureliane, dove l’antica via Prenestina si estingue finalmente nella Città Eterna. È sempre stata un via vai. Un tempo c’erano i carri, ora i carrozzoni. Per coerenza con la Storia del Caos, oggi c’è un incrocio maledetto, fatto di auto, taxi, tram, autobus e lavavetri abusivi. E passano tutti nello stesso momento.

Zulù si sporge dal finestrino e chiede scusa a un automobilista

– Fateci passare, che c’ho ventimila persone avvelenate che vogliono andare a casa!

Poi, come se fosse la conseguenza più logica, si volta verso di noi e ci dice

– Forza Napoli!

Così. E poi, non pago:

– C’ho pure la maglietta con scritto Juvemmerda!

Fermata. Un altro migliaio di persone cerca di salire dove non scende nessuno. Zulù si affaccia agli avventori

– Salite, salite, che c’è posto per tutti!

Dentro, risate generali. Perché, in certi momenti, quando hai il naso nell’ascella di uno e i piedi sulle gambe di un altro, trovare qualcuno che ti prende in giro fa solo che bene.

Zulù è un bravo autista. Sa cosa significa non respirare per 30-40 minuti. E così comincia a cantare. Canzoni napoletane.

apicella_berlusconi

Poteva andare peggio.

Noi ridiamo, ma lui l’ha presa sul serio. E dal momento che le conosce solo lui, cambia repertorio. Ci incita a proporre canzoni. Salta fuori, naturalmente, Pino Daniele.

Il Notturno 12, carico di gente e lanciato verso la periferia, è diventato il pullman di una gita scolastica. Centinaia di sconosciuti cuciti uno addosso all’altro, per mezzora, sono entusiasti compagni di viaggio.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Birdland” dei Weather Report

Bandarlog giallorosse

Linea 19. Udinese – Roma 1 a 1. Ma la partita si continua a giocare. Dentro ognuno di noi e, soprattutto, dentro ai mezzi pubblici. Può la partita della Roma influire sul trasporto pubblico della Capitale?

Il tram lo prendiamo a S.Lorenzo, sotto la romantica sopraelevata di cemento e smog. In fondo al tram, un gruppetto di ragazzini salmodia nomi di calciatori di cui a me, sostanzialmente, non me ne frega niente.

Superiamo Porta Maggiore, uno delle porte principali delle Mura Aureliane. Opera di notevole fascino e precisione: allargate e rinforzate più volte, ogni 3 metri si apriva una feritoia e ogni 30 sorgeva una torre. Sono il simbolo, testardo e disperato, della dignità di un popolo nel difendere la propria Città non più così Eterna.

E a Porta Maggiore il tram si riempie di ragazzini. Barcollano ubriachi. Con creste ridicole alla Balotelli e le guancette rosse come bambole. E dentro assistiamo tutti a un miracolo della chimica. Il gruppetto ospite si dissocia in ioni per legarsi al gruppetto già presente. Olè.

In un secondo, il tram si divide in prima e ultima classe. Vengono intonati i primi cori della Roma, a’ Roma deqqua a’ Roma dellà. Saltano, strillano, credo che puzzino pure.

Una coppia di coniugi di mezza età trova riparo da noi. Lui, un Gigio Alberti stanco da morire, si abbandona sulla parete. Lei si siede e si racconta. Le borse sotto agli occhi ci parlano a bassissima voce, noi annuiamo anche senza capire tutto. Sono sposati, hanno una figlia di 15 anni e vivono a -lo sospira rassegnata- Centocelle. E non ne può più di questa inciviltà. Ogni volta la stessa storia, non sa più che fare.

– Ma non capiscono l’importanza dello studio? – ci chiede, mentre uno di loro si arrampica come una scimmia sull’apposito sostegno e strilla a… non so cosa, credo alla lucetta che recita “Prossima fermata prenotata”.

La signora è preoccupata. E diciamo la verità: lo siamo tutti. Questi ragazzi crescono davanti al computer. Noi, almeno, i modelli positivi ce li avevamo.

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Uno dei nostri modelli positivi.

È un degrado, hanno un problema serio. Sono d’accordissimo.

Suo marito scuote solo la testa e non risponde. Sono preoccupati per la figlia, in modo opposto. Lei ne parlerebbe fino al soffocamento, lui manco sotto pagamento. Ma sono preoccupati uguale.

Chissà il problema dov’è. Nell’istruzione. Ma anche nell’esempio che ricevono. Lo Stato. La famiglia. E poi: perché fare tanto casino e cercare di sfasciare un tram se la Roma pareggia?

Stiamo un po’ in silenzio. Superato Largo Preneste e aspirati i miasmi ottimisti della Prenestina, lei conclude il discorso.

– Sono fiduciosa nel futuro.

Le brillano gli occhi, di speranza e rabbia.

– Sono fiduciosa nei giovani.

Lì in fondo, uno di loro prende a sberle il vetro del finestrino. Saltella e urla come un chihuahua. E’ la futura classe dirigente.

Fermata. Le due bande scendono, il dito puntato verso il bar di fronte.

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Al bar! Al bar!

Un ragazzo si ferma sulla porta, allarga le braccia come il papa ed esclama ai passeggeri

– Scusate se v’amo rotto er cazzo!

– Ve volemo bbene! – aggiunge un altro.

Scendono. Silenzio.

– Almeno hanno chiesto scusa.

La signora scuote la testa triste. Le partite finiscono sempre in pareggio.

Nel vagone dove c’erano le bandarlog non si muove una foglia. E io solo ora mi accorgo di un filippino. Era lì seduto, in mezzo a loro. È congelato, gli occhi giganti dritti davanti a sé.

Welcome to Italy.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Amico uligano” di Elio e le Storie Tese