Sarà perché Timavo

Linea 44 (piazza Oberdan – Cartiera Timavo), Trieste 

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Seconda puntata del viaggio a bordo degli autobus di Trieste. Quest’articolo lo trovi anche sul quotidiano online Bora.La! 

Ogni autobus è un mondo a sé, e spesso per comprenderlo basta dare un’occhiata alle scarpe. Quando io e mia nipote Sarah saliamo a bordo, in una piazza Oberdan cotta da un sole improvviso, siamo circondati da scarpe di tutti i tipi: sportive, ballerine, sandali, da ginnastica, coi tacchi. Passate le prime fermate, però, in quartieri brulicanti di impiegati, quelle più eleganti sono le prime a scendere. È l’inizio della “calzascrematura”.

Mano a mano che ci inerpichiamo lungo Strada del Friuli, alti sul Golfo e trincerati nell’altopiano carsico, le scarpe che rimangono a bordo sono sempre meno, soprattutto zoccoli alla buona di robuste carsoline, e scarpe polverose degli amanti del trekking.

Fino alle risorgive del Timavo è un viaggio di quasi un’ora, uno dei più lunghi della Trieste Trasporti. Non ci vado da anni, e per Sarah è la prima volta; è affascinata all’idea di vedere questo fiume misterioso chiamato come un verbo all’imperfetto, il Timavo, che idrata l’arida terra del Carso per poi scomparire nelle grotte di San Canziano (Slovenia) e riapparire improvvisamente a Duino, come niente fosse. Il fatto che poi, con i suoi timidi 2 km di percorso fino al mare, sia il fiume più corto in territorio italiano, lo rende simpatico a prescindere. Un tipo con cui passeresti volentieri una serata in osmiza, per intenderci.

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Bocche del Timavo, cioè il tipo simpatico di cui vi parlavo (foto tratta da www.carsokras.eu

Siamo rimasti da soli. L’autista, un braccio ammosciato fuori dal finestrino, ci racconta che da un po’ di tempo hanno allungato qualche corsa fino alla Cartiera, ma che lì l’autobus è praticamente sempre deserto. “Slongada pe’ gnente”. Quando ci vede scendere alle risorgive, coi nostri zaini pieni d’acqua e k-way, ci ammonisce paterno: ocio ‘i musati (occhio alle zanzare)!

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Troppo scontata?

Curioso. Se a Roma, spesso, sono gli autisti che intavolano discussioni mentre sono alla guida, a Trieste non mi era mai successo. Gli autisti li avevo sempre visti come persone che era meglio non disturbare, tipo quei bulletti che a scuola ti guardano storto nei corridoi. Ma ci pensa Anna (nome di fantasia) a spiegarmi come stanno le cose. Seduta di fronte a noi, comoda in una maglia larga e ariosa come una vela, guarda divertita Sarah appendersi agli appositi sostegni, e mi racconta di quanto sia soddisfatta di aver lasciato la città per andare a vivere ad Aurisina.

Dietro di noi sale una donna, dai capelli involontariamente rasta per lo sporco, vestita con dei pantaloni giallo canarino che ricordano quelli da sci. In mano ha una scatola crivellata di buchini. Ogni tanto apre il coperchio e ci infila dentro l’occhio. Tutti, ne sono sicuro, ci stiamo chiedendo che cosa ci sia dentro, ma nessuno osa domandarglielo. Anna, allora, distoglie lo sguardo e riprende il suo racconto: ad Aurisina l’aria è più buona, c’è più tranquillità…

– Ci sono 50 minuti di bus – dico io per fare il simpaticone della domenica…ed è proprio questo il punto, e a me tocca deglutire il mio facile umorismo con un gorgoglio da scarico di lavandino.

Ciò che le fa brillare le pupille, quando parla, è proprio l’autobus. “È diverso”, mi assicura, “ci passi tanto tempo, spesso confinato in una manciata di persone, ed è come essere al bar, ci si conosce tutti.” Ed è così che vengo a sapere che c’è soprattutto un autista a essere molto apprezzato, lassù tra quelle bianche pietre calcaree. Sorride ai ragazzi, e i ragazzi lo salutano non come si saluta un autista, con un distratto cenno del capo, ma divertiti come fosse uno zio buffo. Li porta a scuola, snodandosi tra le vie strette e speronate dai rami, istituendo con loro regole di comportamento che nessuno osa infrangere. Ad esempio, se ti siedi scomposto, la volta dopo non sali. E siccome è una festa quando c’è lui dietro a quel volante, così grande che pare il timone di un veliero, nessuno di loro pensa a disubbidire.

“Certo, poi corre un po’ troppo” mi confessa sollevando un sopracciglio “ma i ragazzi in qualche modo li devi pur conquistare”.

Ci salutiamo al capolinea di piazza Oberdan. All’angolo con via Carducci, rivedo la tipa della scatola spruzzata di buchi. Non resisto, l’avvicino e le chiedo cosa ci sia dentro.

“È un passero” mi risponde “gli ho dato da bere del latte ma è stato male

Del latte. A un passero.

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Vabbè

Richiude la scatola con la dedizione di una Vestale e aspetta il verde. Sarà colpa del Timavo, ma a vederla così, discesa dal Carso con quell’ingenuità di cartone, mi viene da pensare a quanto belle sono le persone che sanno intenerirti di sorpresa.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Just another diamond day” di Vashti Bunyan

 

Viva il tram e po’ bon – il ritorno del Tram de Opcina

Tram di Opicina

Ehi, quest’articolo è il primo di una serie sugli autobus triestini! Lo trovi anche sul quotidiano online Bora.La!

Ho 28 anni e vivo a Roma da 4. Mia nipote Sarah, invece, di anni ne ha 8 e vive in Germania da sempre. Io e lei ci vediamo solo quando entrambi capitiamo a Trieste, luogo che ormai ha assunto, per tutti e due, il ruolo di “città delle vacanze”.
La scorsa domenica siamo andati a farci un giro sul tram di Opicina. Che diamine, ci siamo detti, è pure gratis!

tram-de-opcinaEl tram de Opcina

Lungo via Carducci, cercavo di farle capire quanto fosse emozionante, per me, rimettere il culo su quegli scomodi sedili di legno. Le raccontavo che il tram è un po’ il nonno di tutti: è nato nel 1902, è lento e traballante, e gli vuoi bene perché è sfortunato come Paperino, e ridere di lui è facile. Le avrei poi anche raccontato che, come tutti i nonni, ne ha di storie da parte: un mese dopo l’inaugurazione si è guastato per la prima volta, durante la Grande Guerra trasportava i feriti dal Carso all’Ospedale Militare e, nel 1945, presso Conconello, è saltato su una mina carico di soldati della Wehrmacht. Ecco, le avrei raccontato queste cose se solo mi avesse ascoltato. Ma visto che, in risposta, mi ha elencato i nomi dei bambini che si erano innamorati di lei quell’anno, ho preferito darci un taglio.

Quando il nonno-tram è arrivato in Piazza Oberdan, c’era la folla ad accoglierlo. Anche lui, come tutte le cose gratuite, raccoglie un sacco di appassionati: anziani, bambini, mamme, turisti. Un’insalata mista di ascelle sudate.

Selfie

Selfie con anziano (il tram, non io)

Siamo entrati con la forza, e tutta quella ressa mi ha fatto pensare alla quotidianità del trasporto pubblico romano, ricamato di risate e bestemmie.

odissea-per-uno-spazioLe risate del trasporto pubblico romano


Appena il tram si è mosso, con quella sua piccola spintarella d’assestamento, un coro di oooh si è intrufolato nelle nostre bocche. Non sto ora qui a raccontare tutti i miei ricordi legati al tram, anche perché non sono poi così interessanti. Però quando il profumo del legno dipinto si mischia al respiro unto di meccaniche tanto antiche, vi garantisco che l’esperienza proustiana ci sta tutta. E, come un ebete, mi son trovato con naso e occhi piantati fuori dal finestrino, a spiare ancora una volta la mia città srotolarmi davanti.
Con noi erano sedute tre signore over 55, che parevano uscite da una rilettura contemporanea delle Maldobrie. La “erre” raschiatamente tedesca di mia nipote ha subito iniettato loro una bella dose di curiosità. E mentre lei, con compostezza teutonica, rispondeva alle domande su che scuola frequentasse, io cercavo di integrare le informazioni con la pedanteria di un maestro noioso: è mia nipote e vive in Germania, le informavo, anche se l’avevano già capito, si chiama “Sarah con l’h”. Sapete, è tedesca e vive in Germania…Poi mi sono reso conto che potevo anche zittirmi e godermi il panorama.
Le tre signore sembravano vedere quella città per la prima volta, e si indicavano a vicenda finestre e balconi.
Là abita la Marisa, là Serena ‘ndava a studiar flauto! Ecco cosa fa il nostro tram, ho pensato: fa uscire i ricordi dai binari, all’improvviso. In questo è bravissimo.
Dalle discussioni sulle case, le tre signore hanno poi iniziato a parlare dell’aiuto degli exraterrestri per la costruzione delle piramidi. Un logico accostamento. E cossa che frega ai marziani de ‘iutar i Egizi? domandava la più scettica del gruppo. La risposta, difficile, veniva però troncata dall’arrivo della pendenza.
26% è la pendenza massima, e non è poco. Se te sbrissi, te ciogo mi in brazo! aveva rassicurato Sarah la signora di fronte a noi, quella scettica sulla storia dei marziani che prendono le piramidi in subappalto. Io mi sono voltato verso mia nipote e, con un sorriso da scemo del villaggio, le ho esclamato in faccia: 

tram

Visto quanto siamo inclinati?”  Foto da www.tergestum.it

Sarah mi ha risposto con un sorriso buono, un po’ come quelle maestre di sostegno quando assecondano i loro piccoli scolari. Non c’è stato bisogno di prenderla in braccio: Sarah non scivolava per niente. Generazioni nuove, queste, ben inchiodate a terra.
Al ritorno ci siamo spostati sull’altro lato, così da perderci nel panorama azzurro del Golfo. Un anziano milanese dagli occhiali quadrati ci ha parlato della casa dove vive ora, sul Carso, e di quella volta che i tedeschi, dopo averla requisita, si erano ritrovati le zappe in mano e l’ordine, da parte del vecchio proprietario suo parente, di sistemare almeno il terreno circostante. Il milanese, saputo che vivo a Roma, ha ridacchiato come un volpe, per poi raccontarmi di quella volta che, militare nella Capitale, si era rifiutato di montare la guardia alla tomba del Milite Ignoto. Troppo noioso.
Intanto Sarah era crollata addormentata, con buona pace del panorama sul Litorale.
Guardando le case via via sempre più incollate una sull’altra, ho chiesto al mio vicino se vivesse meglio a Trieste o nella caotica Milano.
È più caotica Trieste, mi ha sorpreso,
ma qui almeno posso coltivare gli ulivi.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Over-Nite Sensation” di Frank Zappa e il meglio dei Tavares

Chi ha scritto “Tanti auguri a te”?

Tram 14. Mentre quel piccolo, lontanissimo puntino verde (è il tram) arranca verso la fermata, una bambina di 4 anni vicino a me scorrazza qua e là, come un cagnolino finalmente senza guinzaglio. Sua mamma, una ragazza sulla trentina, è appollaiata sul passeggino con gli occhi semichiusi, attende sfinita l’arrivo del mezzo.

– Per te!- la bambina, con un salto da pulce, si piazza raggiante davanti a sua madre. Nel pugnetto felicemente zozzo, stringe un cespuglio di fiorellini appassiti dallo smog, colti ai piedi degli alberi piantati sulla via Prenestina. Quelli che nessuno guarda, pisciati dai cani e bombardati dai mozziconi di sigaretta.

La ragazza, naturalmente, finge di non sapere tutto ciò, e insacca i fiori ringraziandola commossa e stanchissima. Il tram si ferma davanti a noi in un cigolare anziano.

La bimba, invece, è una trottola. È un ammasso di riccioli neri che salta come una scimmietta, dribblando con esperienza le raccomandazioni materne (fai piano, stai ferma, stai buona). Poi si ferma, si regge al palo con una mano e dedica alla madre la canzone più famosa del mondo:

Tanti auguri a te,

Tanti auguri a te,

Tanti auguri alla mamma,

Tanti auguri a te!

I passeggeri, me compreso, si scoprono tutti con lo stesso sorriso ebete in faccia. E quando il tram riparte, mi ritrovo a riflettere su questa canzone universale. Miliardi di bambini in tutto il mondo, di varie le generazioni, la intonano a gran voce. Chissà da quanto tempo! La intonavano i bambini all’inizio del secolo, quelli vestiti alla Tom Sawyer che si divertivano un mondo facendo correre un cerchio di legno, la intonavano gli sciuscià del dopoguerra, tra un furto e una fuga dalle MP alleate, e la intonano quelli di oggi, svegli e velocissimi a digitare frasi sceme sugli iPad.

Una lunga tradizione orale incaramellata di zuccheri e inzaccherata di cioccolato.

Ma chi ha scritto questa canzone?

È il 1893 quando due maestre d’asilo americane di Louisville, Kentucky, la pubblicano per la prima volta nel libro Song Stories for the Kindergarten, edito dalla Clayton F. Summy Company. Le due maestre sono pure due sorelle:

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Mildred J. Hill (1859-1916), autrice della melodia (a destra), e Patty Smith Hill (1868-1946), autrice del testo. Sì, si chiamava Patty Smith, l’ho notato pure io.

 

La canzone, però, non era stata pensata per festeggiare il compleanno, ma è stata scritta come strumento educativo. Si intitolava Good morning to all, e veniva cantata dalle due maestre ogni mattina per salutare gli scolari. Maestre d’altri tempi, piene d’affetto e bontà. La mia ci tirava addosso chiavi e quaderni, ricordo.

Ad ogni modo, il concetto rimane quello. Mildred, che era pure musicista, aveva scritto la melodia famosissima che tutti conosciamo. Non si sa se si sia fatta ispirare da canzoni popolari dell’epoca, cosa probabile. Sua sorella Patty, invece, aveva scritto le parole:

 

Good morning to you

Good morning to you

Good morning, dear children,

Good morning to all.

 

Gran testo, eh? Eh già, la signora Patty ci sapeva fare.

Bassa ironia a parte, la canzone ha un successo strepitoso, cosa rara quando c’è di mezzo un testo un po’ del cazzo.

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I bambini cominciano a cantarla alle loro insegnanti, sostituendo “dear children” con “dear teacher”. Questa è la versione ufficiale: noi tutti sappiamo bene che i bambini sono dei maghi nel parodiare le canzoncine in modo sconcio e crudele, ma purtroppo questa è l’unica variazione che sia stata tramandata. Ahimè. Possiamo solo immaginarci il bambino ciccione di turno, che probabilmente si sarà chiamato Doug, preso di mira attraverso le famose note della signora Mildred storpiate per l’occasione. Quanta cultura perduta.

La canzone, non si sa bene come, si trasforma e diventa l’arcinota Happy Birthday to You. Pare sia sempre partita dai bambini, con l’aiuto della maestra Patty, autrice del testo (!).

La parole vengono pubblicate in un libro nel 1924 da Robert Coleman. E da allora sono dunque protette da copyright.

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What?

Esattamente! È protetta da copyright e, pensate un po’, lo sarà fino al 2030! E ci sono state anche diverse dispute legali a riguardo. Sì, perché è una canzone che da quel momento in poi prende il volo: radio, manifestazioni pubbliche (vedi Marilyn Monroe), telegrammi cantati della Western Union…stiamo forse parlando della canzone più famosa della Storia, e come tale significa solo una cosa: soldi. Le due maestre avevano ceduto la loro parte già nel 1893 alla Clayton Summy, accordandosi solo sul 10% dei libri venduti. Oggi i diritti li detiene la Warner dal 1998 (comprati per 25 milioni di dollari).

Quanti soldi frutta la canzone? Stando al New York Times, che a sua volta si rifà alle dichiarazioni della Warner, Happy Birthday to You frutta tra le “poche migliaia” e i 50.000 $ ogni volta che la canzone viene usata in un film, e tra i 750-5000 $ per i programmi tv. (tanti auguuuuri a teee e i diritti a meeee). Quindi attenzione quando la usate, che vi fanno problemi. È successo pure a Igor Stravinsky quando, nel 1955, la fece suonare pubblicamente pensando si trattasse di una canzone folk. Non lo era, e gliel’hanno fatto notare.

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“Che devo paga’ io?!”

Ebbene, questa è la storia di questa canzoncina scema ma che tutti conosciamo. Ora la domanda è: quella bambina che l’ha dedicata alla madre a bordo di un mezzo pubblico, deve una montagna di soldi a qualcuno?

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Hot Dreams” dei Timber Timbre.

 

Fonti:

http://www.slate.com/articles/arts/culturebox/2011/07/you_say_its_your_birthday.html

http://scholarship.law.gwu.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1303&context=faculty_publications

http://www.ilpost.it/2013/06/15/di-chi-sono-i-diritti-dautore-di-happy-birthday/

http://www.telegraph.co.uk/culture/music/3561183/The-story-behind-the-song-Happy-Birthday.html

http://www.nytimes.com/1989/12/26/arts/happy-birthday-and-the-money-it-makes.html

 

 
 
 

Underground

Metro A. Mi dice Sara che quel tipo lei l’ha già visto. Ed è pericoloso.

Saranno i sandali scassati e i piedi così sporchi da sembrare deformi, o i muscoli duri ed essiccati dal sole della strada, ma non mi riesce difficile crederle.

La sua pelle caffelatte, e il profilo aguzzo e disteso, mi fanno pensare subito ai paesaggi brulli dell’Est Europa. Di individui del genere, Roma è zeppa.

Lui, mi dice Sara, si distingue per una particolarità: ogni tanto, senza motivo apparente, si scaglia contro i vetri e comincia a picchiarli, vomitando imprecazioni criptiche.

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Vabbè, questa era facile

Finché lo fa sui vetri, penso, non c’è problema. Se invece di farlo da solo lo facessero in cento sarebbe un flash mob contro -cheneso- la disumana condizione dei pomodori nelle serre.

Oggi, invece, appare mansueto. Se ne sta fermo e zitto, e attraverso i finestrini fissa con curiosità felina lo splendido paesaggio che solo una metropolitana sa offrire.

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Tipo questo

Non ha certo gli occhi sulla nuca, ma sa di essere osservato. Non solo da noi, dico, ma da tutti. Lui è quello strano lì dentro, e certo riuscire a vincere la palma d’oro della Bizzarria Sociale nell’imprevedibile sistema metropolitano di Roma non è cosa per tutti. È come se i nostri sguardi lui se li lasciasse camminare addosso, un massaggio di attenzioni che può donare rinfrescanti brividi di piacere.

 

Succede, però, che dall’altra parte del vagone qualcuno inizia a cantare.

Sono due ragazzi inghiottiti da maglie e pantaloni ampi come paracadute. Raggiungono il centro del vagone, salutano il loro pubblico. Uno di loro, quello più alto, si porta la mano alla bocca e crea una base “elettronica” fatta di pernacchie e colpi di gola. Sembra vera.

L’altro, invece, dopo aver saggiato il ritmo ondulando il collo, improvvisa rime sparse in rap. Narrano di Atac, di crisi, di vita quotidiana nella Capitale. Fanno ridere, azzeccano rime e senso dell’umorismo. Piacciono a tutti, e quando la base si esaurisce tra le tonsille del rumorista, scatta un applauso e un tintinnare di monete. I due rapper ringraziano e si spostano alla carrozza successiva.

Dietro di loro, silenzioso come un ninja, si muove lui. Finge di non ascoltarli, ma il suo orecchio teso e il suo sguardo concentrato lo tradiscono. E a ogni applauso, a ogni generale approvazione, lui rizza la schiena come se avesse ricevuto una scudisciata doverosa.

I due rapper scendono a Termini, lasciandosi dietro un palcoscenico vuoto e ancora caldo.

Lui si sistema i pantaloni, un tessuto che ricorda quello di un saio. Si avvicina alla porta della metropolitana, il naso schiacciato contro al vetro impolverato. Ci appoggia sopra la mano, muove i polpastrelli su e giù come un cieco quando cerca di identificare un amico ritrovato dopo anni. Trovato il punto giusto, gli occhi chiusi, comincia a battere colpetti leggeri con il palmo.

Ci aspettiamo imprecazioni, urla, cazzotti inferociti. Invece il suo battere si inerpica presto per un sentiero insolito e tribale. Quel ragazzo ha una ritmica notevole da suonatore di djambé, con tempi dispari intrecciati tra loro.

Con il naso sempre incollato al vetro, quei colpi sembra respirarli. E alla fine, riempiti i polmoni di ritmo, riscaldato il pubblico che ha alle spalle, può intonare il suo canto.

Crediamo sia rumeno. Senza mai aprire gli occhi, si lancia in quelli che molto probabilmente sono canti popolari della sua terra. Ha una voce limpida e serena, e non perde mai sicurezza nell’inseguire quella strada che conosce solo lei.

Le parole, naturalmente, sono incomprensibili. E mi viene da pensare che questa loro particolarità rende il suo canto underground, in tutti i sensi underground.

Io e Sara pensiamo che sia un vero peccato non capire cosa ci stia raccontando.

 

Skaiosgaio

Scritto ascoltando l’album “Entertainment” dei Gang of Four.

 

La sottile linea bianca

Tram 14 (Roma)

Non saprei dire se assomiglia più a Hodor di Game of Thrones o a un babà. Cammina avanti e indietro per il tram mezzo vuoto, gonfio e pesante come un gommone alla deriva, masticando tra sé un’impepata di frasi marinate di accento campano. Avrà 45 anni anni e ne dimostra 10 di più, capelli sporchi e brizzolati che sembrano un nido abbandonato sopra a un viso triangolare unto come un arancino. Si lamenta che a Roma ognuno si fa i fatti suoi e che nessuno chiacchiera. E, mentre lo dice, pianta i suoi occhietti furbi su me e Yaz, che è al mio fianco ed è un’eccezionale calamita di matti e spostati.

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Hodor. Categoria matti e spostati

Siamo in trappola. Annuiamo e guardiamo fuori dal finestrino sporco. Cosa ci sia da vedere sulla Togliatti, poi, non si sa. Di giorno, intendo.

Hodor si lascia precipitare sulla sedia con un tonfo da gavettone. Ci racconta che viene da Battipaglia, che erano anni che non veniva a Roma, e che è andato al Quarticciolo. Tipica meta di turisti, il Quarticciolo.

– Cercavo Manolo.

Manolo è un suo amico di vecchia data. Non si vedono da dieci anni, e per qualche motivo Hodor ha deciso di tornare a Roma e andarlo a trovare. Non ha un recapito telefonico e nemmeno la via. Alla vecchia, si è avventurato tra panni stesi e anziane dimenticate su sedie di vimini chiedendo di Manolo. Manolo del Quarticciolo. E, incredibile a dirsi, non l’ha trovato.

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Un esemplare di “Manolo”

– Avevo un regalo per lui – ci dice ghignando. E così rimane, con un sorrisetto idiota dipinto sul viso, in attesa di una nostra domanda tipo: “davvero? Che regalo?”.

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La zizzona di Battipaglia, ovvero il “regalo” secondo Yaz

Ma la domanda noi non gliela facciamo, e lui è costretto a fare tutto da solo. Si guarda intorno: oltre a noi, ci sono un egiziano e una cinese attaccata a un cellulare rosa. Hodor mi studia qualche secondo, mi sorride e si conforta: la faccia da “guardia” non la tengo.

– Lo prendo per un complimento – gli faccio. E quello, con la nonchalance di un fumatore, estrae dal taschino un sacchettino di cocaina.

Yaz deglutisce una risata. Hodor, che ormai si sente in famiglia, mi avvicina il sacchetto al naso, gongolante come un bimbo

– Sient’ quant’è bona!

Gli dico che sì, non c’è dubbio, si vede. E lui capisce al volo che non ho grande fiuto per queste cose. E così estrae due palline che inizia a sbriciolare. Peccato che lui sia stabile come un dente da latte, e finisce per imbiancarsi giacca e sedile. Cambia posto e prepara due strisce piccole e parallele sul retro del suo cellulare. È un binario innevato, incredibilmente a tema per il posto in cui ci troviamo. Appoggia il cellulare sul sedile ed entra l’autista.

Hodor si irrigidisce. Ruota gli occhi come un alunno che vuole evitare lo sguardo dell’insegnante. Ma, ehi! questa è Roma, bellezza! E l’autista, infatti, manco se ne accorge. O finge. Fatto sta che si siede al posto di guida e il tram inizia a muoversi, traballando gelatinoso verso via Prenestina.

Per Hodor è sempre più difficile. Si inginocchia davanti al sedile, un qualcosa di arrotolato tra le dita. Si inforca gli occhiali da sole, si guarda intorno e inala entrambe le strisce. Poi si tira su, e scoppia di salute. Ricorda Maradona in certe interviste.

– Che poi non fa molto bene alla salute – ci dice in confidenza – e io ho il diabete. Ma mi sono informato e non ci sono controindicazioni.

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“Prendo tanta medicina così posso mangiare tutta la totta che vojo!”

Tronfio della sua smagliante condizione clinica, si rabbuia presto. Ha visto qualcosa in fondo al tram. Si siede vicino a noi e, con le labbra tremanti, ci confida che quell’egiziano, sì quello, ha ripreso tutto con il telefonino. E una volante dei Carabinieri ha già messo la freccia per bloccare il tram e fare irruzione per arrestarlo!

Ma la volante gira per i fatti suoi, non gliene sbatte niente.

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Appuntato, funziona la freccia?

– Ora sì, ora no, ora sì, ora no…

Hodor allora si tranquillizza e divora una boccata d’ossigeno. Forse, proprio come quando finiva di lavorare, anni fa.

Lavorava come buttafuori in una discoteca.

– Ci credi se ti dico che solo una volta, una, non è scoppiata una rissa? E che mi hanno minacciato con coltelli e pistole?

Ora sono 9 anni che non è più in servizio, e io mi domando come sia possibile che una personcina così a modo…

– Io vendevo…questa cosa qui…- esordisce. E un giorno lo beccano. Ma a beccarlo non è un poliziotto qualunque. È Tobia, suo amico d’infanzia. Che, da buon amico, non lo arresta, ma lo fa licenziare e lo riempie di mazzate.

– Sono stato fortunato, però – ci bisbiglia.

Tocca scendere. Lo salutiamo e lui ci informa che se ne va a Saxa Rubra, ora.

Ha degli amici lì, sostiene.

 

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Ima neka tajna veza” dei Bijelo Dugme

Se ti è piaciuto, leggi anche “Suda che ti passa!” http://mezzinudi.com/2012/08/05/sudare-fa-bene/

Un Cavalier senza macchi(n)a

Autobus Nocturno 2

Nel quale un Cavaliere di terre lontane difende l’onore d’una fanciulla vilipesa

Correva, in una terra del Lazio che non voglio ricordare come si chiami, un autobus Notturno di nome Ronzinante, di quelli con l’olezzo di fritto, i vetri laidi e i bengalesi incastonati al soffitto. 

 

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L’N2 nei pressi della Stazione Termini

Importa di sapere che negli intervalli di tempo in cui si fermava, l’autobus si ingravidava di viandanti sempre più vicini l’un l’altro, con buona pace del nome d’Iddio e di tutti i Santi.

Or va’ pur narrato ciò che avvenne sul retro del mezzo, e delle voci e de’ sospiri che attirarono il nostro orecchio. O sfaccendato Lettore, seguimi in quest’avventura, popolata di donne, cavalier, canti e odori.

Come avea oltrepassato il crocicchio di Termini, Ronzinante riprese la lunga via che da Laurentina porta verso il villaggio di Rebibbia. Di fianco a me v’era Sante, nobiluomo delle Terre Lucane, che assieme alla sua dama, donna Manuela, attendea paziente l’arrivo a Tiburtina.

Una donzella dai ricci capelli, di quelle che si chiaman “da partito”, stava ritta davanti alla porta. Andava osservando un tipaccio di fronte a lei, un giovanotto italiano, di quelli che troppo vino e gozzoviglie han stordito la capacità del ragionare. Egli si movea con gran baldoria, finché ella non poté contenersi dall’esclamare che un contegno di siffatta natura mal si confaceva a un gentiluomo della Capitale.

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Un gentiluomo della Capitale

(http://forum.sky.it/ecco-il-tifoso-romanista-t421404.html)

Io non vidi bene che cos’accadde, ma dal trambusto che si creò, son portato a credere che il giovanotto, per tutta risposta, montò sugli esili piedi della fanciulla come si schiaccia uno scarafaggio entrato in cattedrale.

Ciò fatto, si scatenò ben presto un putiferio: la donzella strillò che non eran modi appropriati a un buon uomo, e che come avea molestato la sua persona così avea fatto con un’altra signorina, già scesa, che s’era sentita tirar per li capelli. Il giovane ribattè a gran voce, con improperi che non voglio qui riportare.

Il suo linguaggio da gradasso innescarono però la collera d’un cavaliere che lì sostava assieme ad altri: moro di pelle e dalla favella d’Oriente, s’intromise a difender la fanciulla, come ordina l’ordine de li cavalier erranti d’Arabia.

“Avete offeso l’onor d’una donna. Esigo che le domandiate scusa!”

“Se la Signoria Vostra domanda le mie scuse, ebbene può scordarsele!”

Avvenne che, in mezzo a decine d’altri viandanti, l’insolenza del giovin signore accendesse sempre più l’ira del cavalier d’Oriente. Garbatamente, il moro ripetè la sua comanda: egli dovea chieder scusa alla fanciulla e imparar a comportarsi a modo con il gentil sesso.

Il litigio si facea sempre più caldo. Donna Manuela, la dama lucana, si volse verso Sante, suo sposo:

“Scendiamo dall’altra parte” gli disse quieta, ed egli acconsentì.

Come se non bastasse, in mezzo al litigio s’inserì pure un uomo anziano, barbuto e canuto, e di rosso vestito. Fattosi portatore de li valori antichi, acciuffò il giovane per una spalla e poderosamente lo scosse, strillandogli: “E’ gran vergogna prendersela con chi non può difendersi!”. E se qualche garzone lì presente non l’avesse placato, sarebbero state botte per tutti. Ah, la pazienza de li vetusti!

Sarà stata la saggezza dell’anziano, o la stazza del cavalier, o l’amico che viaggiava seco, fatto sta che il giovanotto si convinse a desistere. Alzò le mani e chiese “perdono”. L’anziano annuì fiero. Il cavalier d’Oriente s’eresse, dritto nella sua figura guerresca: avea vinto, e ricevuto soddisfazione.

Tornò la quiete. Ronzinante continuava il suo viaggio nella notte romana.

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Tipica notte romana

Di lì a non molto, placato il fatto, un altro ne sopravvenne: il Giovin Signore intonò un canto. Or chiedo al Lettore di non me ne volere se non rammento quale. Lo suo scudiero cenno gli fece di silenziarsi, ma lui si scrollò di dosso l’imbarazzo per replicare:

“Lo canto m’aggrada, e deliziarvi a gran voce è per me un piacere!”

Un giovinetto, tutto pulito e ordinato che pareva Chicken Little, s’eresse oltre le teste sdegnato per gridare:

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“C’hai rotto er cazzo!”

Detto che l’ebbe, le porte di Ronzinante s’aprirono. Il Cavalier d’Oriente e il suo fido scudiero, il Babbo Canuto, acciuffarono quel villano d’un giullare e lo spinsero fuori in istrada. Il Cavalier d’Oriente immantinente gli si avventò contro con pugni et calci, rendendo così giustizia sia alla donzella offesa sia all’autobus intero.

È questa una novella, ma è accaduta davvero. Possa esser di valore per chi la legge come lo fu per chi la scrisse. Vale.

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Skaiosgaio

Scritto ascoltando “The Essential Johnny Cash”

 

L’AMATA delle Tenebre

Regionale Fiera di Roma – Roma Tiburtina

Abbandono la testa contro al finestrino e chiudo gli occhi. Il vetro è sporco, direte.

https://www.youtube.com/watch?v=rax8o1CnLSk dico io. Dopo 11 ore di lavoro nessun vetro è sporco.

Quando riapro gli occhi, vedo una principessa. Capelli lunghi e intrecciati, un vestito vaporoso e colorato. Non so che cosplay sia, ma la regalità degli abiti coinvolge anche i suoi eleganti movimenti da corte francese. Con lei, due ragazzi più grandi, non mascherati. Uno ha una barba lunga e nera, l’altro lo intravedo appena perché mi è seduto di fianco. Una cosa è certa:

sono tre nerd.

Durante i giorni del Romics (Fiera del Fumetto) i nerd, come novelli Lanzichenecchi, escono allo scoperto, occupano Roma e i suoi mezzi pubblici diventano terra di conquista.

Devastano di chiacchiere noiose, intendo.

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Gruppo di nerd durante l’occupazione di Roma (1527)

Inebriati dagli occhi del mondo improvvisamente puntati su di loro, ecco che i nerd levano le ancore delle loro insicurezze e si tuffano nella vita tout court. Ciò significa: trovarsi la morosa.

Ma cosa succede quando due nerd puntano la stessa ragazza? Quali sono le regole sociali che decretano il maschio alpha?

Come nella migliore tradizione videoludica, per conquistare il cuore della principessa bisogna combattere. A colpi feroci. Fendenti, acrobazie, armi segrete.

NERD 1: Hai mai visto L’Armata delle Tenebre?

ImmagineA colpi di citazioni cinematografiche, ad esempio

NERD 2: “Tenete lontano dalla mia bocca le vostre luride ossa!” (cit.)

NERD 1: Troppo forte!

NERD 2: Troppo!

Silenzio. Fermata. Ponte Galeria. C’è ancora tempo prima di Tiburtina.

NERD 1: “Miserabili scheletri senza palle…” (cit.)

NERD 2: (capisce, anticipa la stoccata e colpisce) “Muovete quelle quattro ossa e avanzà…e avanzà…” (cit.)

Entrambi cominciano a esibirsi in curiosi movimenti del corpo, le mani portate sul volto.

ImmagineUna danza tipica?

 

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Un rituale di corteggiamento?

No, solo una citazione corretta: è la mandibola che si stacca dal volto del cattivone, (è l’Armata delle Tenebre, e i morti hanno questi e altri problemi) che prontamente la risistema per terminare la battuta:

NERD 1 e 2: “…avanzàte!”

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Il cattivone, qui come strumento di corteggiamento.

Pareggio, dunque. Sono due avversari alla pari. La principessa assiste al duello con un sorriso soddisfatto, ma solo uno di loro conquisterà il suo amore. Forse.

NERD 1: …che poi c’è quella parte coi piccoletti…

NERD 2: Troppo forte!

NERD 1: Troppo!

PRINCEPESSA: un omaggio a Swift!

Silenzio. I duellanti si guardano negli occhi.

NERD 1: Sì.

NERD 2: Già.

Fermata. Muratella. Il tempo scorre, le fermate passano, e i colpi finiscono sempre in pareggio. Sam Raimi è un terreno troppo noto. Bisogna inventarsi qualcosa. Serve un colpo segreto, una pozione magica, un exchizzibur…excansalar (Excalibur!). Serve il calcio finale di Karate Kid. Serve la pistola che Groucho lancia all’ultimo secondo a Dylan Dog. Serve l’ultimo pugno di Rocky contro Ivan Drago.

NERD 1: “Sai com’è nell’originale la battuta Dammi un po’ di zucchero, baby?

Si fermano tutti. La principessa rivolge gli occhi all’arena. Nerd 2 vacilla, balbetta. Il suo avversario pregusta la vittoria come fosse un whisky d’annata.

NERD 2: “No”

NERD 1: “Hail to the king, baby!”

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Abbiamo un vincitore!

Un messaggio subliminale per la principessa? Forse. Invece lei si alza, li saluta con un grande sorriso e scende. È la sua fermata.

I due sfidanti rimangono uno di fronte all’altro. È stato tutto inutile. Entrambi la osservano allontanarsi dal treno e scomparire nei cunicoli della Stazione.

NERD 1: “E’ una porchetta”

NERD 2: “Cioè?”

NERD 1: “Ha il viso ovale, come…una porchetta. Carina, molto.”

NERD 2: “E’ ‘na fancazzista. Cioè, nun fa ‘n cazzo dalla mattina alla sera. E fa bbene, fa.”

NERD 1: “C’ha 21 anni…”

NERD 2: “…21 anni!”

Silenzio. Il treno riprende ad andare.

NERD 1: “Io ne ho 10 de ppiù…”

NERD 2: “Io pure…”

NERD 1: “…e son fancazzista uguale…”

NERD 2: “…già…”

Silenzio. Poi, in un sospiro…

NERD 1: “…Mortacci”

Skaiosgaio

 

Scritto ascoltando “Toop toop” dei Cassius.