La pace del 18

Linea 18 (Corso Italia – Via Cumano)

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Terza puntata del viaggio a bordo degli autobus di Trieste. Quest’articolo lo trovi anche sul quotidiano online Bora.La!

L’altro giorno mia nipote Sarah è uscita di casa intonando i canti degli alpini; pareva una di quelle ricostruzioni propagandistiche per reclutare nuove leve per il fronte russo. Dove li ha imparati? A scuola? Alla tv? No, da suo cugino Matteo, che di anni ne ha 6 ma già li conosce a memoria. “Bene”, mi son detto, “è tempo di farmi una cultura”. E così mi sono incamminato verso Corso Italia e sono salito sull’autobus numero 18, quello che porta al “Museo della Guerra per la Pace Diego de Henriquez. È un museo appena aperto, e raccoglie una parte della vasta collezione bellica del triestino Diego de Henriquez. È gratis fino a settembre, quindi cogliete l’occasione.

A bordo, in attesa di partire, mi incontro con il viso sorridente di Umberto Saba; è una targa, dritta davanti a me, posta a ricordare che lì, dove ora c’è un negozio di scarpe, sorgeva piazza San Giacomo con l’antico Caffè Tergeste, (“caffè di ladri, di baldracche covo”) di cui Saba era frequentatore.

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“Ancora un spritz e ‘ndemo”

Ed è curioso pensare che l’autobus dove mi trovo fa capolinea proprio a Montebello, dove il poeta abitava (pare in Strada di Fiume, 141) e dove ha composto una delle sue poesie più famose: “A mia moglie”.

Mi volto per cercare qualcuno cui rompere le scatole, ma mi accorgo di avere davanti solo un branco di colli chini sui cellulari, come schiene di delfini al sole. Chiedo a una ragazza vicina a me dove si trovi il Museo Henriquez (non conosco la fermata esatta), quello di cui tanto si parla, e lei sgrana gli occhi come se le avessi chiesto dove poter acquistare un feto umano: “non lo so, non lo so!” mormora alzandosi e prenotando la fermata. Mi volto e rivolgo la stessa domanda ai restanti: nessuno, a bordo della 18, sembra averlo mai sentito nominare.

L’autista, una tipa sorridente con un paio di occhiali da sole parcheggiato tra i capelli, guida fischiettando lungo Viale d’Annunzio, e sono felice che ci siano note di allegria su un mezzo mitragliato da tastiere di cellulari. Almeno lei mi sa dire dove scendere, anche se tradisce qualche titubanza. Mi domando come sia possibile, nell’anno del centenario della Grande Guerra, nel periodo dell’inaugurazione di un museo nuovo, impantanarmi in questa indifferenza.

L’anziano che si siede dietro di me mi rotea addosso gli occhi, così azzurri da sembrare tessere di mosaico. Domando la stessa cosa anche a lui, si china e mi ripete:

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“Rilke?”

“Non Rilke” gli spiego

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“Henriquez!”

Non ci sente molto bene e devo parlare forte. Lui annuisce, districandosi con lenti movimenti del capo in una ragnatela di ricordi. Non sa di preciso dove si trovi il museo, ma quel nome, Henriquez, lo conosce. O meglio, “l’ha conosciuto”.

Ecco, sull’autobus che mi porta verso la collezione Henriquez, mi imbatto in un anziano triestino che l’ha conosciuto di persona. Per questioni d’ufficio, mi racconta sintetizzando, perché era interessato a quei cippi che stavano sul Carso, e che segnavano il confine con la Jugoslavia. Poi si sporge verso il mio orecchio per confidarmi qualcosa, reggendosi a un bastone da trekking: “un tipo strano, pare dormisse in una bara”. Scuce un ghigno divertito, e mi chiede di dove sono. Appena gli comunico che sono di Trieste pure io, ma che vivo a Roma da qualche anno, mi guarda pieno di compassione: “l’hai persa, la parlata di qua”.

Si alza a fatica e conficca il dito nel pulsante rosso della fermata. Solo ora vengo a sapere che ha 94 anni, portati magnificamente.

“Ne ho passate tante durante la Seconda Guerra Mondiale” mi dice infine, in una stoccata decisiva da finale di scherma. E scende. Scende trascinandosi dietro una lunga scia invisibile intessuta di chissà quante storie che non conoscerò mai. L’invisibilità della Storia, penso, è ciò che la rende così maledettamente affascinante. E questi anziani testimoni, che come un branco di gatti se ne stanno per i fatti loro, ti regalano un biglietto per il passato solo se sai porre loro le domande giuste. Altrimenti niente, torna sul tuo smartphone e non rompere i coglioni. Al ritorno ritrovo la stessa autista dell’andata. Mi domanda scusa, perché forse mi ha dato l’indicazione sbagliata per il museo. Non lo era, e scopro in lei, dentro alla divisa della Trieste Trasporti, una triestina appassionata di musei, che guida la vettura descrivendo il Museo Revoltella e ricordando il Museo del Mare. All’Henriquez ci andrà presto, promette.

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L’ingresso al Museo Henriquez

“Ora sulla 18 vedo anche giovani e turisti” dice accostando in Corso Italia “e credo sia una buona cosa, no?”

 

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Biophilia” di Björk

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