Sarà perché Timavo

Linea 44 (piazza Oberdan – Cartiera Timavo), Trieste 

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Seconda puntata del viaggio a bordo degli autobus di Trieste. Quest’articolo lo trovi anche sul quotidiano online Bora.La! 

Ogni autobus è un mondo a sé, e spesso per comprenderlo basta dare un’occhiata alle scarpe. Quando io e mia nipote Sarah saliamo a bordo, in una piazza Oberdan cotta da un sole improvviso, siamo circondati da scarpe di tutti i tipi: sportive, ballerine, sandali, da ginnastica, coi tacchi. Passate le prime fermate, però, in quartieri brulicanti di impiegati, quelle più eleganti sono le prime a scendere. È l’inizio della “calzascrematura”.

Mano a mano che ci inerpichiamo lungo Strada del Friuli, alti sul Golfo e trincerati nell’altopiano carsico, le scarpe che rimangono a bordo sono sempre meno, soprattutto zoccoli alla buona di robuste carsoline, e scarpe polverose degli amanti del trekking.

Fino alle risorgive del Timavo è un viaggio di quasi un’ora, uno dei più lunghi della Trieste Trasporti. Non ci vado da anni, e per Sarah è la prima volta; è affascinata all’idea di vedere questo fiume misterioso chiamato come un verbo all’imperfetto, il Timavo, che idrata l’arida terra del Carso per poi scomparire nelle grotte di San Canziano (Slovenia) e riapparire improvvisamente a Duino, come niente fosse. Il fatto che poi, con i suoi timidi 2 km di percorso fino al mare, sia il fiume più corto in territorio italiano, lo rende simpatico a prescindere. Un tipo con cui passeresti volentieri una serata in osmiza, per intenderci.

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Bocche del Timavo, cioè il tipo simpatico di cui vi parlavo (foto tratta da www.carsokras.eu

Siamo rimasti da soli. L’autista, un braccio ammosciato fuori dal finestrino, ci racconta che da un po’ di tempo hanno allungato qualche corsa fino alla Cartiera, ma che lì l’autobus è praticamente sempre deserto. “Slongada pe’ gnente”. Quando ci vede scendere alle risorgive, coi nostri zaini pieni d’acqua e k-way, ci ammonisce paterno: ocio ‘i musati (occhio alle zanzare)!

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Troppo scontata?

Curioso. Se a Roma, spesso, sono gli autisti che intavolano discussioni mentre sono alla guida, a Trieste non mi era mai successo. Gli autisti li avevo sempre visti come persone che era meglio non disturbare, tipo quei bulletti che a scuola ti guardano storto nei corridoi. Ma ci pensa Anna (nome di fantasia) a spiegarmi come stanno le cose. Seduta di fronte a noi, comoda in una maglia larga e ariosa come una vela, guarda divertita Sarah appendersi agli appositi sostegni, e mi racconta di quanto sia soddisfatta di aver lasciato la città per andare a vivere ad Aurisina.

Dietro di noi sale una donna, dai capelli involontariamente rasta per lo sporco, vestita con dei pantaloni giallo canarino che ricordano quelli da sci. In mano ha una scatola crivellata di buchini. Ogni tanto apre il coperchio e ci infila dentro l’occhio. Tutti, ne sono sicuro, ci stiamo chiedendo che cosa ci sia dentro, ma nessuno osa domandarglielo. Anna, allora, distoglie lo sguardo e riprende il suo racconto: ad Aurisina l’aria è più buona, c’è più tranquillità…

– Ci sono 50 minuti di bus – dico io per fare il simpaticone della domenica…ed è proprio questo il punto, e a me tocca deglutire il mio facile umorismo con un gorgoglio da scarico di lavandino.

Ciò che le fa brillare le pupille, quando parla, è proprio l’autobus. “È diverso”, mi assicura, “ci passi tanto tempo, spesso confinato in una manciata di persone, ed è come essere al bar, ci si conosce tutti.” Ed è così che vengo a sapere che c’è soprattutto un autista a essere molto apprezzato, lassù tra quelle bianche pietre calcaree. Sorride ai ragazzi, e i ragazzi lo salutano non come si saluta un autista, con un distratto cenno del capo, ma divertiti come fosse uno zio buffo. Li porta a scuola, snodandosi tra le vie strette e speronate dai rami, istituendo con loro regole di comportamento che nessuno osa infrangere. Ad esempio, se ti siedi scomposto, la volta dopo non sali. E siccome è una festa quando c’è lui dietro a quel volante, così grande che pare il timone di un veliero, nessuno di loro pensa a disubbidire.

“Certo, poi corre un po’ troppo” mi confessa sollevando un sopracciglio “ma i ragazzi in qualche modo li devi pur conquistare”.

Ci salutiamo al capolinea di piazza Oberdan. All’angolo con via Carducci, rivedo la tipa della scatola spruzzata di buchi. Non resisto, l’avvicino e le chiedo cosa ci sia dentro.

“È un passero” mi risponde “gli ho dato da bere del latte ma è stato male

Del latte. A un passero.

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Vabbè

Richiude la scatola con la dedizione di una Vestale e aspetta il verde. Sarà colpa del Timavo, ma a vederla così, discesa dal Carso con quell’ingenuità di cartone, mi viene da pensare a quanto belle sono le persone che sanno intenerirti di sorpresa.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Just another diamond day” di Vashti Bunyan

 
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