I pugni in tasca

Tram 5, Roma. Faccio per lasciargli il posto e quello mi rimette a sedere con un grugnito.

Quando sorride, le rughe che ha sul volto smettono di essere cicatrici. Davanti agli occhi gli ondeggiano i capelli bianchi, curiosamente lunghi, pronti a sfidare il tempo su un ring fatto di polvere.

– So’ 75 anni che sto a Roma – mi dice con la mano callosa davanti alla bocca. Sembra un ergastolano che sputa una vita passata in galera – me so’ visto ‘a guera. Ho sentito ‘e bombe!

Si guarda intorno. Sacchi di passeggeri di tutti i colori buttati negli angoli più umidi del tram. Mi vede interessato, sorride sdentato e orgoglioso. È un flusso autonomo, senza perché e senza poi. Racconta del coprifuoco, delle ore 17 in cui tutti dovevano essere a casa, che non si poteva nemmeno parlare perché sennò

– …passavano ‘e squadracce a menatte – avvicina la bocca al mio orecchio e precisa – i fascisti!

Quando sente che vengo da “Trieste”, si drizza come un guerriero, gonfia il petto e mi sussurra un nome:

– Nino Benvenuti.

Benvenuti-nino-11

Pazienza che il pugile sia in realtà originario di Isola. Se potesse, sputerebbe a terra. Per rispetto.

Fa il camionista dal 1956. Ha girato tutto l’Italia (anche il Molise, mi dice), e una sera, a Roma, si è concesso una manciata d’ore di ganci, sudore e schiene ricurve.

È il 1970. Nino Benvenuti sale sul ring del Palazzo dello Sport, all’Eur, per sfidare Carlos Monzòn. Ululati di tifosi e paninari agguerriti vengono presto messi al tappeto da una voce di donna. È la mamma di Benvenuti, seduta tra le prime file.

– Nino, uccidilo! Uccidilo! – gli urla.

Benvenuti, quell’incontro, lo perde. E delle urla assassine della madre non sembra esserci conferma sul web. Ma voglio credergli lo stesso. Me lo racconta con occhi che convincerebbero una tigre. E poi, con una mano nodosa stretta sul sedile davanti a me, completa la sua lista:

– Primo Carnera. Un gigante.

Non aggiunge altro e piega la bocca, come se quel nome, pesante come una sequoia, fosse riemerso dall’oltretomba con un diretto poco guantato.

Carnera (oversize fight pose)a VP

Provo a infilarmi tra i suoi pensieri, ma non ci riesco. Hanno la consistenza di una ragnatela, e lui sembra accorgersene. Sogghigna, e mi racconta di quella volta nel 1968, in cui ha rischiato la pelle. Con il camion, d’inverno, a Pordenone. Aveva finito il gasolio e non poteva chiedere aiuto a nessuno. Per tre giorni.

– Se aspettavo quelli de Roma ero già bello che schiattato -. Tre giorni, mi ripete. Un inverno a Pordenone. E io non posso fare a meno di pensare ai Tre allegri ragazzi morti, e di come le storie sappiano ripetersi senza mai incrociarsi.

Lui, alla fine, è sopravvissuto. Così com’è sopravvissuto agli altri cazzotti che la vita gli ha dato.

– Ciò ‘na cicatrice. La prostata, la malattia degli uomini. Ma je l’ho fatta.

Superiamo Porta Maggiore e ci addentriamo nel Pigneto. Non c’era niente qua, mi dice. E poi…chi ci veniva?

Mi saluta e si avvicina alle porte. Seguo quelle scarpe da ginnastica su cui finiscono i pantaloni grigi della tuta. Con i piedi, saltella appena per mantenere l’equilibrio. È un pugile anche lui, dopotutto.

 

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Il Pugile Sentimentale”, la cover di Vinicio Capossela

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