O’ invalido

Linea 451. In cui si parla di cavalleria a bordo dei mezzi pubblici.

Africani, italiani, bengalesi, slavi, indiani, cinesi, rom, spagnoli. Il trasporto pubblico di Viale Togliatti è un’impepata di tutto. Avvinghiato come una cozza a un palo unto, respiro i profumi delle terre d’Oriente e di Occidente lasciare ascelle boschive in un trionfo di globalizzazione. Questa cosa a Trieste la chiamano Mitteleuropa. A Roma si chiama, più umilmente, trasporto pubblico.

L’autobus trabocca. Due ometti cinesi sgusciano a testa bassa e si conquistano 20 cm di spazio. Una signora, invece, resta a terra. Sconsolata, chiede all’autista se ne passerà un altro a breve. E questi, in un sussurro sincero, risponde di

No.

Un anziano di circa 80 anni si spalma sulle porte. Ha un’espressione serena e soddisfatta.

ImmagineTipo questa.

Di fermata in fermata, impavido, marcia a meno alto, fino ad approdare al prezioso POSTO RISERVATO. Che è, banalmente, occupato.

Ah sì, da una ragazza nera. Ma questo è un dettaglio inutile.

Il buon vecchino si sente chiamato all’armi. Che bello morir, il posto salvar. Afferra il braccio di lei e le impone di lasciargli il posto.

– Che so’ invalido.

Lei obbedisce. Lui si siede con un tonfo. Con una mano stringe un grosso bastone di legno nodoso.

Davanti a me c’è una nube di passeggeri che mi ostacola la visuale. Ma quel bastone, da qualche parte, finisce. E guarda caso, sui piedi di lei. Che protesta.

– Zitta, negra

mezzipubbliciOk, ora dillo a lui.

Ecco, faccetta nera sarebbe stato più elegante. Qualcuno protesta. La ragazza contrattacca ma il vecchino si difende sprezzante del pericolo.

– C’ vuless’ ‘a guerr’ in Abissin’!

Che bello morir, la Patria per salvar! Il vecchino rimpiange la colonizzazione, le leggi razziali e le fucilazioni sommarie (sic!) chiuso nella sua umile tuta made in China.

Un uomo brizzolato è sull’attenti al suo cospetto. Lo rimprovera come un figlio. È sbagliato dire queste cose. Il vecchino non capisce perché. Nei quartieri di Napoli dov’è cresciuto si sparava per molto meno.

– Ma è sbagliato – ripete bonario il brizzolato, e non sfodera molte altre argomentazioni.

A Subaugusta l’autobus si svuota. La ragazza scende, neanche troppo offesa. Rimaniamo io e lui. Mi aspetto qualche commento sulla mia barba e sui miei capelli lunghi. Qualcosa di dolce, paterno, tipo crepa, zeccaemmerda. Invece niente.

Ci guardiamo in silenzio fino al capolinea. Scendo lasciandolo solo, ancora seduto, completamente perso in una solitudine che forse neppure coglie.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Divina Patria” di Angella & Vitali e “Ti saluto vado in Abissinia” di Pinchi & Crivel.

Consulenza dialettale: Daniele Esposito.

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14 thoughts on “O’ invalido

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