Piramo e Tisbe

Intercity 584 Trieste – Roma. Maciniamo stazioncine del Friuli con la sicurezza di un airone. Affondo le gambe nello scompartimento vuoto ed è un piacere infinito. La seconda classe è lusso, quando non c’è nessuno… Poi, però, arrivano loro. Li sento salire sulla carrozza e già so che puntano al mio scompartimento. E non solo. So che prenderanno il posto di fronte al mio.

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Tonfi tipici, maledettamente tipici di un trolley obeso, seguiti dallo strisciare stanco della terza età, quella aspra e combattiva. Non ho scampo. In pochi secondi, una coppia di anziani pugliesi si materializza davanti al vetro del mio scompartimento.

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Sono in due ma hanno valigie per tutti quanti. Potrebbero esserci i cadaveri di un’intera famiglia lì dentro. Lui spalanca la porta e si guarda intorno. Lo saluto. Mi guarda disturbato, il biglietto tra le dita. Poi, come se non ci fossi, conquista le mie terre.

Confesso. Se c’è una cosa che non sopporto, è la gente che non saluta o, peggio, che non risponde a un saluto. 

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Due passeggeri chiacchierano a bordo di un Intercity.

Dietro di lui, la moglie strilla qualcosa che non capisco. Lui le risponde con un borbottio da caffettiera e quella scompare.

Riporto le gambe nella scomoda posizione fetale. Lui ha sistemato le sue valigie e si è seduto, naturalmente di fronte a me. La moglie, però, è finita nello scompartimento vicino. Ritorna dal marito e gli mostra il biglietto. Sì, posto 65, le abbaia. Quella, sconsolata, torna nello scompartimento accanto con la coda tra le gambe. Lui comincia a fissare il vuoto.

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Ecco, penso. Di nuovo la mia coscienza civica messa a dura prova. Devo informarli di quanto sia assurdo pensare che un biglietto per 2 passeggeri occupi 2 carrozze diverse? Devo dirglielo che hanno letto male il numero dei posti o no?

No che non glielo dico. Potevano essere più educati. Ecco.

Viaggiamo assieme, io e lui, per chissà quanti chilomentri. Lui non dice niente, guarda il biglietto e poi davanti a sé, come un gufo. Non mi vede proprio. Penso alla moglie, e al fatto che probabilmente avrà lo sguardo spaesato come il suo, nella carrozza a fianco. Ogni tanto lui si china di lato e le urla qualcosa, in dialetto stretto. La vocina di lei risponde, galoppando sul macinare del treno e bucando il muro.

È ora di pranzo. Lui si alza ed esce dallo scompartimento. Poco dopo, la moglie lo raggiunge, con un borsone rosa tra le mani. Hanno pane in quantità, insaccati, vino rosso, frutta. Ricordano i contadini descritti dai romanzieri degli anni Cinquanta, che scendevano in città con il cesto colmo di viveri casalinghi. Bom, la go cagada.

Pranzano in piedi, nel corridoio diventato magicamente una terra senza confini. Non c’è scompartimento né dislessia che possa separarli.

Piramo si pulisce la camicia dalle briciole e impone (in pugliese) alla sua Tisbe di rimettere tutto a posto.

A pancia piena, però, Piramo si accorge del misfatto. Ha controllato il biglietto con l’ossessione di uno scommettitore incallito per ore. Ma alla fine ha vinto lui.

– Tisbe! Tisbe!

Ora è pronto a trasferirsi nello scompartimento giusto. Ridono di se stessi. Mi sento un po’ in colpa (ma non troppo, lo ammetto) e li aiuto con il trolley.

Pesa un quintale, ma non sembrano nemmeno rendersene conto.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Lilly” di Antonello Venditti

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