Parla con lui

Treno regionale da Roma Tiburtina. Sembra di entrare in una nave spaziale. Tetto basso, pareti curve e poco ossigeno. È mattina presto, non c’è nessuno.

Con la stessa eleganza di un duca quando gusta il cointreau, scovo tra le pagine di Moby Dick il mio segnalibro. Schiocco le labbra soddisfatto. Il treno parte. Chiamatemi Ismaele.

Invece no. Mi si avvicina un tipetto calvo e con un testone sproporzionato. Brandisce un cellulare e mi chiede se posso fargli fare una telefonata, naturalmente dietro pagamento. Quando respira, il naso gli si storge. Acconsento.

Torno a leggere ignorando una cosa fondamentale. Quello lì non è un passeggero comune. Tutti noi ne abbiamo incontrato uno, almeno una volta sui mezzi pubblici.

Sono davanti a un esemplare di logorroico comune (logorroicus transportinus).

Logorroico viene dal greco logos, parola, e roicos, violenza, sopraffazione, pomeriggio cinque. Se vuoi stare tranquillo, se hai un romanzo da leggere, lui ne è attirato.

Mi si siede accanto. Di Achab a caccia non gliene frega niente. Mi esibisce il suo cellulare, come un prestigiatore con il cilindro prima di pescarci un coniglio.

Maledetti finestrini antievasione!

Dalle prime parole che pronuncia (“questo modello di cellulare”) capisco di essere pure incappato in una delle peggiori specie di logorroico in circolazione: quello tecnologico.

Mi prende la mano e con un sorriso mi accompagna in un entusiasmante viaggio alla scoperta del suo menù.

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La scoperta del menù dal suo punto di vista.

Trotterelliamo incuriositi nella Campagna delle Impostazioni e ci bagnamo bucolici al Lago delle Applicazioni. E ora, solenne, vuole indicarmi la strada per la Montagna Multimedia.

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Moby Dick, aperto sulle mie gambe, proprio non lo vede. Né sente Achab bestemmiare sul cassero di prua per attirare la mia attenzione.

Squilla il cellulare (il mio). Scusami, gli dico. Lui tace educatamente. Parlo a lungo con Soraya, forse sorpresa dalla mia inaspettata favella. Solo dopo 5-6 minuti mi accorgo di una cosa: il mio Virgilio mi aspetta immobile. La mano è ancora congelata a mezz’aria e sul palmo, ben piantato, c’è il suo cellulare.

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Ci sono ancora tantissime avventure telefoniche da vivere assieme, sembra sghignazzare.

Poi sale Sailor Moon. Seguita da una manciata di studentesse giapponesi. È il treno per il Romics, la fiera del fumetto. Il mio amico non sembra vederle.

Soraya non può restare tutta la vita al telefono. Ahimè, devo chiudere e tornare nell’ abbraccio verbale del mio compare.

E qui succede l’eccezione. Il logorroico tecnologico smette di parlare della sua tecnologica, forse perché annoiatosi da sé. La conversazione si sposta. Gli chiedo cosa diavolo ci faccia la domenica mattina su un treno diretto nel nulla, nello stesso vagone di Sailor Moon. Mi risponde con uno sguardo perso sul finestrino sporco del treno. Si occupa di vendere vestiti, e sta andando a cercare contatti alla Fiera. Mi chiede consiglio su come muoversi, ma io non so proprio aiutarlo. Lui annuisce, rimane in silenzio qualche secondo e si scusa confessando che ognuno fa quello che può.

Il treno approda nel delirio del Romics. Scendiamo e lui, track, rientra nella parte. Il suo cellulare. Non ci posso credere.

Masse di appassionati vengono vomitate dai vagoni e io e lui ci perdiamo di vista, inghiottiti dalla folla colorata di visitatori. Ci salutiamo con la mano. Gli auguro un in bocca al lupo che non sente. Vedo la sua testa pelata allontanarsi verso l’ingresso principale.

Un Moby Dick di troppe parole e poche speranze.

Skaiosgaio

Scritto ascoltando “Dancing with myself” dei Nouvelle Vague.

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4 thoughts on “Parla con lui

  1. Particolarmente esilarante oggi! La tua verve comica é nel suo stato di grazia. “violenza, sopraffazione, pomeriggio cinque.” Stago ancor aridendo, te se lassi trasportar verso mondi assolutamente credibili. Conosso ben i logorroici sui treni, go becá un in Romania che no me lassava piíu in pase. El mato iera soná completamente ripeteva in loop le stese robe. Co iero picio me capitava inveze le vecie sul bus. deso no xe piú, sará morte. Un´altra volta inveze, un mato, sempre in Romania, me ga tacá boton perché legevo un romanzo in francese, e me ga tacá a parlar che el iera culatta e suo moroso lo gaveva molado propio quel zorno. Ma jebenti, tute a mi! Pero´dopo me ga portá in giro per Alba Iulia e gavemo bevudo qualcossa assieme, prima che tornassi ad Arad, Domanda: cossa xe quel quadro in mezo?

    • “Co iero picio me capitava inveze le vecie sul bus. deso no xe piú, sará morte.” Questa le supera tutte!
      Il quadro al centro rappresenta Dante e Virgilio prima di affrontare il monte del Purgatorio.

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